Loading, attendere per favore…

E poi succede che, tra una trasferta infinita di lavoro a Roma, con annesso ritardo aereo del rientro e uno tsunami di bronchite-febbre-spasmi inappetenza e molto altro, io non sia riuscita a pubblicare come si deve. 

Perché pur essendo una supermamma, sto ancora aspettando la consegna dei superpoteri. 

Mi sa che ho sbagliato a comunicare l’indirizzo…  

 

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E finalmente vedo le mie piccoline

Sono nate!Venerdì 16 maggio 2014. La mattina scorre tranquilla e noiosa come al solito. Niente di nuovo sul fronte occidentale. A pranzo mangio leggero, non ho fame e faccio sempre più fatica a digerire qualsiasi cosa. Anche considerando che, appena finito il pasto, mi corico. Dopo pranzo mi sistemo sul divano, col cane al mio fianco e accendo l’immancabile TV. Cesaroni, eccomi qui. Ad un certo punto mi addormento. Sogno ghiaccioli e gelati. Di tutti i gusti possibili. Alle 15 mi sveglio con l’impellente necessità di andare in bagno a fare pipì. Scaccio il cane giù dal divano. Caracollo in bagno. Ed è lì che sento un POP. Una bolla che esplode, come un gavettone. Guardo in basso e vedo sangue. Tanto sangue. Che imbratta il pavimento le ciabatte i pantaloni della tuta. Presa dal panico chiamo mia mamma con una voce querula e tremante.

Mamma corri, vieni a vedere” Sto già piangendo. Oddio, oddio, oddio. No, ti prego, non farmi questo. Ti prego, le mie bambine. Un altro mantra. L’ennesimo. Mia mamma, dalla paura, vomita. Chiamo subito Andrea sul cellulare. Corri a casa, sto perdendo sangue!

Come stai perdendo sangue? Io sono a Milano! Sono bloccato in tangenziale. Non sono ancora arrivato sul luogo dell’appuntamento. Fatti portare da qualcuno in ospedale.

Sono sola. Come sempre. E’ incredibile. Mi sono sempre sentita sola, anche quando ero circondata da tante persone. In quel momento ho capito appieno il significato della solitudine.

Chiamo frenetica il Buzzi, la Croce Rossa. Voglio andare a Milano a partorire! Non a Busto! Mi dicono che se chiamo l’ambulanza, comunque, mi porta all’ospedale più vicino e lì decidono se è il caso di trasferirmi in altra struttura o no. Se possono gestire loro l’emergenza, non mi trasferiscono. Penso a tutti i miei piani, ai programmi, al taglio cesareo previsto per il 17 giugno. Tutto svanito. In un POP. In un secondo.

Mantengo la calma e decido: andiamo all’ospedale di Busto. Chiamo la mia ginecologa che ha appena terminato il turno e lei mi dice di non mettermi in macchina per andare a Milano. Può essere pericoloso per le piccole. Preallerta lei le colleghe al pronto soccorso maternità. Andrà tutto bene, stai tranquilla.

Non posso far altro che fidarmi.

Arriviamo all’ospedale come in trance. Io, mia mamma e mia suocera. Andrea non c’è. Arriverà molto dopo, quando io sarò già dentro. Sono sola. Io e le mie piccole dobbiamo farci forza tra noi.

Al pronto soccorso mi fanno subito entrare, mi visitano, mi sottopongono a tracciato. Avevo lasciato l’ospedale per contrazioni da appena un giorno. Ed eccomi qui. Di nuovo. La diagnosi è una pistolettata: rottura prematura delle membrane. Quelle stesse membrane martoriate, che avevo maltrattato con l’amniocentesi prima e con la laser-terapia poi. Non ce l’hanno fatta a preservare ancora le mie bimbe. La bimba ex-ricevente si è spostata verso il basso e ha rotto la sacca della sorella. Fine dei giochi. Game over.

Il tracciato dice che va tutto bene. Le piccole sono tranquille. Sanno che qualcosa sta per succedere. Immobili come soldatini di latta si fanno belle per l’uscita nel mondo reale. Fuori dal bozzolo caldo e sicuro in cui, forse, non stavano più così bene.

Facciamo il taglio cesareo alle 17. Ha qualche allergia?

Spiego che sì, sono allergica alle benzodiazepine. Mi fanno parlare con l’anestesista. Mi cambiano. Mi tolgono tutto. Il mio contatto col mondo esterno finisce qui. Da adesso in poi sono una paziente ricoverata. Nel frattempo non so cosa stia succedendo fuori. Andrea è arrivato?

Entriamo nella sala di preparazione. Ago al braccio con antibiotico. Depilazione. Spiegazioni di rito.

L’anestesista è una brava persona. Uno di quelli, e sono pochi, di cui ti fidi a prima vista. Considerato lo spiacevole incidente del Buzzi, è già un enorme passo avanti. Entriamo nella sala operatoria. Luci forti e giallastre, inanimate e fredde. Mi fanno sedere sul lettino e mi spiegano che procederanno con l’anestesia spinale. Devono inserire l’ago tre volte prima di riuscire ad entrare nella spina dorsale nel punto esatto in cui vogliono loro. Sento male, ma niente in confronto col terrore che alle piccole possa succedere qualcosa. Che qualcosa vada storto.

Nel giro di pochi minuti non sento più le gambe. Tagliano. Tirano. Mani che scavano. Occhi che guardano. E l’anestesista sempre di fianco a me, sorridente.

Gemello 1 ore 18.05. Ecco Ludovica Caterina. La mia primogenita. Me la mettono davanti al naso un secondo. Faccio in tempo a baciarla. Di un bacio salato e dolce allo stesso tempo. Tra lacrime che scorrono copiose e gioia che mi fa scoppiare il cuore nel petto. Poi la portano via. Per lavarla, credo.

Gemello 2 ore 18.06. Ecco Veronica Melania. La peste che ha rotto prematuramente le membrane. Che aveva fretta di conoscere questo nostro porco mondo. Difficile, duro. Ma pur sempre il mondo che ho deciso dovessero abitare. Me la portano davanti. Vorrei baciarla, ma il fatto di aver mangiato non sapendo quello che sarebbe successo mi fa venire uno, due conati di vomito. Faccio in tempo a dire “sto per vomitare”…l’ostetrica arretra velocemente con la bambina in braccio che mi guarda perplessa. Ma come mamma, non mi dai un bacino? Vomito. Vomito il pranzo, la mia paura, l’ansia di questi mesi, la solitudine attanagliante. Anche se adesso non mi sento più sola. Ci sono loro. Le mie bambine.

Mi portano nella sala post-intervento per tenermi monitorata. Ed è allora che finalmente arriva Andrea. Era fuori ad aspettare. Le sue prime parole sono “grazie amore, sono bellissime“.

Le mie sono “hanno tutte le dita delle mani e dei piedi?” L’infermiera mi guarda e sorride: sì, le hanno tutte. E non si preoccupi, è una domanda che molto spesso le neo-mamme fanno.

Ricordo le due ore successive in modo vago e nebbioso. L’anestesia che mi hanno fatto mi ha provocato un attacco di panico che è durato in eterno. Il fatto di non poter muovere le gambe mi angosciava. Tremavo tutta come in preda alle convulsioni, stringendo la mano di Andrea fino a bloccargli la circolazione. E intanto sbattevo i denti così forte che pensavo dovessero rompersi in mille pezzi da un momento all’altro.

Entra la Primaria di Pediatria e mi da il colpo di grazia: le bambine stanno bene, le dobbiamo tenere monitorate le prime 24 ore per vedere se respirano correttamente da sole, vista la prematurità. In caso contrario, dovremo fare dell’ossigeno terapia. Ma per fortuna lei questa settimana che è stata ricoverata è stata sottoposta a celestone, che ha aperto loro i polmoni. E’ ovvio che, vista la prematurità, lei starà qui con le bambine per le prossime 5 settimane.

Penso di non capire bene. 5 settimane? Perchè? Non ho voglia di pensarci ora. Adesso voglio solo dormire. Mi trasferiscono nella camera in reparto e mi addormento.

Musica e pop-corn

Cuore con noteLe ultime settimane di gravidanza, complice anche il bel tempo e il dolce far niente, spesso e volentieri sollecitavo le piccole in lezioni di danza. Nel senso che, come spesso suggeriscono gli esperti, far ascoltare musica ai bimbi nella pancia è un ottimo modo per rilassarli, far sentire loro qualcosa di diverso dal semplice chiacchiericcio oltre che, dicono, sviluppare i sensi, l’intelligenza e l’amore per la musica.

E così, via di radio, programmi musicali in TV, YouTube a cascata. Tutti i generi musicali, senza distinzione alcuna, facevano al caso mio. Ecco, il metal magari no. Quello non gliel’ho mai propinato. Ma tutto il resto sì. Sulla base anche delle mie preferenze: dal brit-pop alla musica classica, dalle hit alla musica americana.

Devo dire che, dopo i primi inevitabili attimi di perplessità, le bimbe cominciavano ad apprezzare l’interludio musicale e canoro e lo dimostravano tirando calci e pugni, girandosi e rigirandosi. Se avete provato cosa vuol dire avere qualcuno che usa la vostra pancia come un sacco da boxe, allora potete immaginare cosa significhi avere non due, ma quattro mani e quattro gambette che si muovono praticamente all’unisono.

Beh, c’è da dire che, nonostante l’intervento, la bimba ex-donatrice aveva comunque meno spazio della sorella, con conseguenti movimenti meno accentuati. Ma si dava da fare anche lei. Nonostante il monolocale in cui stava, rispetto all’attico della sorella. Era divertente fare l’esperimento soprattutto dopo pranzo. Quando il cibo arrivava loro e cominciavano ad essere nutrite e, quindi, anche a raccogliere energia, via di piroette e di battement jeté à la seconde!

Era uno di quei momenti dolci e spensierati, in cui potevo condividere qualcosa con le mie piccole, divertendomi e, credo, facendo divertire anche loro.

E poi, spesse volte, irrompeva il cane. Richiedendo attenzioni e abbaiando. E allora il passo a due si placava all’istante e partivano i singhiozzi sincronizzati.

E che dire, poi, di quando per combattere la noia mi sedevo sulla sdraio sulla terrazza di casa, col bell’ombrellone da mare aperto, ma con la pancia al sole. E’ incredibile come la variazione di luce venga percepita dai bambini.

Le mie, per esempio, non ho ancora capito se gradissero o meno. Fatto sta che, ogni volta che le posizionavo al sole, scultura di sabbia a forma di cupola, ecco che cominciavano a fare i pop-corn.

Piccole spinte a intermittenza, pop pop pop, prima una poi l’altra. in più punti della pancia, soprattutto dove la luce del sole scaldava maggiormente. Dicono che i bambini percepiscono le variazioni cromatiche, ma soprattutto gli sbalzi di temperatura. Non so se sia vero, ma in ogni caso, a noi succedeva così.

Magia e bellezza allo stato puro, pur nella sua tranquilla banalità.

La liberazione secondo la mia bisnonna

25 aprileCome ho già detto, o forse no, nella mia famiglia le donne hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. Lungi dall’essere donne piagnucolone, che sbattono gli occhioni cerbiattosi colmi di lacrime, si sono sempre date da fare. Per mille e più motivi. In primis, perchè la mia famiglia è sostanzialmente matriarcale. Roba strana per la società italiana dell’epoca e per quella attuale. Secondo, perchè gioco-forza hanno dovuto darsi da fare. Il così detto “tirarsi su le maniche” è uno dei tanti motti che mi propinano da quando ero ancora bambina. L’altro è “un bel tacer non fu mai scritto”, ma questa è un’altra storia.

La mia bisononna, Anna Brunetto, era una donna “con le palle”. Definizione che a lei non piacerebbe, perché direbbe che lei ha il cervello e che le palle non le servono. Ma tant’è. E, a differenza di tutte le sue coetanee dell’epoca (nacque a fine ‘800), aveva una mentalità molto lontana dalla percezione fallo-logocentrica allora imperante. Rimasta vedova intorno ai 50 anni (e le nipoti mi perdoneranno se non ricordo l’età esatta) si è, come dicevo prima, tirata su le maniche e ha provveduto a sé stessa e ai suoi 5 figli. In realtà ce ne sarebbero stati 6, se non fosse che una delle bambine morì piccola.

Ad ogni modo, si era a quel tempo in piena Seconda Guerra Mondiale. Mia nonna e le sue sorelle e il fratello erano piccoli. O comunque poco più che adolescenti. All’epoca vivevano in una grande casa colonica nella campagna piemontese e commerciavano in formaggi e gestivano un negozio sempre di formaggi. I tedeschi e i fascisti spadroneggiavano anche lì a Canale d’Alba, nonostante fosse poco più che un paesone. E, per una donna sola, la situazione non era certo delle più semplici.

Nonostante ciò, la mia bisnonna era ben conscia di ciò che poteva fare anche lei, nel suo piccolo, per dare un contributo alla Resistenza. Ricordo che mia nonna prima e la mia prozia di recente, mi raccontavano che la bisnonna permetteva ai partigiani di nascondere le armi nel sottoscala di casa. Non nel fienile o altrove. Ma in casa propria. Nel sottoscala. E le armi erano coperte solo da un tendone spesso (tipo quelli che si usavano nei garage di un tempo).

Facendo ciò, la mia bisnonna aiutava sì la causa, ma metteva anche a rischio la sua vita e quella dei suoi 5 figli.

Accedde un giorno che, tornata dal mercato, le piombò in casa un ufficiale tedesco. La mia prozia lo ricorda come un uomo alto, dagli occhi di ghiaccio, che latrava anzichè parlare. Sul tavolo della cucina c’era la spesa per la famiglia che la mia bisnonna aveva appena portato a casa. Il tedesco pretendeva di prenderla per sé. La mia bisnonna non parlava altra lingua che non fosse l’italiano (e il piemontese, ovviamente), ma a furia di gesti e parole ed espressioni del viso, gli fece capire che quella roba era sua, e lui non poteva averla. Rischiò grosso. Ma rischiò ancora di più perché, come dicevo, nel sottoscala c’erano decine di fucili ben appoggiati al muro, consegnati nella notte da un gruppo di sostenitori dei partigiani del luogo.

La mia prozia ricorda ancora con angoscia la paura attanagliante che prese lei e mia nonna, al pensiero di ciò che avrebbe potuto accadere loro se solo l’ufficiale tedesco avesse sollevato il tendone. Probabilmente oggi non sarei qui a raccontare questo episodio.

Di atti di questo tipo la storia personale della mia famiglia è piena.

La liberazione, il 25 aprile, per la mia bisnonna era questo: aiutare la causa, per sé e per i propri figli. Per garantire loro un futuro migliore, scevro da qualsiasi sudditanza. Non era una mamma di gemelli, ma con i suoi 6 figli e il coraggio mostrato durante tutta la sua vita, è stata sicuramente più supermamma di me. Senza dubbio. Spero di aver preso qualcosa anch’io da lei. E’ stata una grande donna.

Buon 25 aprile a tutti.

Amuleti, fiori e piante portafortuna

Non è necessario crederci. Anche per una come me, che disdegna assolutamente gli oroscopi, salvo poi presentarsi come una Capricorno con ascendente Cancro, e che di nascosto legge libri sulle profezie e guarda programmi sull’occulto, ci sono dei momenti in cui, per mille motivi, mi aggrappo a qualsiasi cavolata (con la z) che le riviste o i siti propinano.

L’anno scorso, che di fortuna ne avevo proprio bisogno, andavo a caccia di qualsiasi notizia e consiglio positivo su cui riuscissi a mettere le mani e gli occhi. E, siccome ho imparato ad amare i fiori e le piante (le mie prozie avevano un fiorente, è il caso di dirlo, negozio di fiori nella mia città), in gravidanza ho comprato praticamente ogni tipo di albero, arbusto, composizione floreale. Rigorosamente scelti sulla base delle loro proprietà positive di buona fortuna.

E allora, future mamme o neo-mamme o chiunque voi siate, perché non circondarvi di colore e bellezza? E se poi un pò alla fortuna ci credete, ecco quelle che maggiormente la propiziano.

AzaleaAzalea

Questa bellissima pianta fiorita la si trova in tante varianti allegre di colore. La mia preferita è indubbiamente quella nella tonalità del lilla. Simbolo di femminilità, è una pianta che può vivere fino a 100 anni. Peccato che la mia, con l’arrivo delle bambine, abbia tirato le cuoia prima…

primula2Primula

Questa pianta simboleggia di per sé l’arrivo della primavera, la fine dell’inverno e l’inizio di un nuovo periodo di rinnovamento. Per l’occasione, non sapendo scegliere quale colore preferissi, ricordo che ne comprai a bancali, salvo poi tentare improbabili composizioni, in un mix di colori che facevano a pugni tra loro.

margheritaMargherita

Si dice che questo fiore, simbolo di purezza e amore fedele, sia particolarmente propizio per le donne incinte. E allora via che si comprano margherite a centinaia, in tutte le forme e colori e fogge possibili. Sistemate sui balconi, in giardino, sulle scale, la casa pareva essersi trasformata in una serra, da far invidia alla Giardineria (chi abita nella mia zona, sa di cosa parlo)

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Tulipano

E qui mi sono limitata a comprarne dei bouquet di tanto in tanto. Impossibilitata a darmi al giardinaggio d’assalto con tutte le cure e i crismi dovuti a questi splendidi fiori, ho preferito rallegrare la casa, di tanto in tanto, con mazzolini supercolorati. I tulipani, così vorrebbe l’oroscopo dei fiori, è il fiore che rappresenta meglio il sincero messaggio d’amore.

yukka

Yukka

Questa pianta, originaria delle zone a clima tropicale secco del Messico, dei Caraibi e della California, può essere considerata una pianta porta fortuna. Si, perché è una fortuna se entro la fine di quest’anno non muore. Ce l’ho messa tutta per salvarla. Ma nonostante ogni tentativo di rianimazione, langue e perde di consistenza. L’avevo scelta per la sua forma, forte ed elegante al tempo stesso, solida e schiva.

Ladybugs on Sweet Chestnut PodsCoccinella

La coccinella è, da sempre, anche da prima che rimanessi incinta, uno degli animaletti portafortuna di cui maggiormente mi sono circondata. Candele a coccinella, cuscini, magneti da frigorifero, gomme, ciondoli. L’anno scorso, quasi richiamate dai loro simili inanimati, non so più nemmeno quante coccinelle entravano in casa e mi si posavano accanto. Per una dalla mente scientifica (si, va beh) che non si fa fuorviare dalle credenze popolari (e qui ci può scappare una risata), la gravidanza ha portato altro che sconvolgimenti ormonali. Mentali direi…

ciondoloCiondolo chiama angeli

Lo volevo. L’ho desiderato e cercato. Anelato. Bramato. E poi…non l’ho comprato. Questo ciondolo, che la leggenda vuole di origine messicana, contiene al suo interno uno xilofono che emette suoni davvero celestiali, che si dice richiamino appunto gli angeli custodi a protezione della futura mamma.

Che, col senno di poi, non faccio il conto dei soldi spesi e dei fiori che, mancando da casa, sono miseramente finiti nell’immondizia per mancanza di cure adeguate. Ma tant’è. Se non altro, in quel periodo dolce-amaro mi sono circondata di bellezza e simpatia. Ed è questo il miglior portafortuna. Non credete anche voi?

Del sonno e della sete

acqua_sxtQuesta mattina sono totalmente in coma. Ma non così, tanto per dire. Sono proprio completamente disconnessa dalla realtà che mi circonda. Mentre stavo guidando verso la stazione, a bordo strada vedo un passante seduto a terra: cappellaccio nero, mani dentro le tasche di un cappotto logoro (strano, non fa più così freddo), naso adunco che sfiora le ginocchia. Penso che sia un mendicante o qualcuno con ancora i postumi di una bella sbornia da smaltire, accoccolato per terra per riprendere fiato. Più mi avvicino, più non capisco come mai non faccia nemmeno un movimento. Starà dormendo? A bordo strada? Quando mi trovo ad un tiro di schioppo dall’uomo, mi accorgo che non è una persona, ma un sacco enorme dell’immondizia, con rimasugli di qualcosa di plastica che paiono mani bocca naso pelle. Cominciamo bene, penso. Il problema del non dormire è una delle tematiche maggiormente ricorrenti nelle future mamme e nei neo-genitori.

Quando ero incinta, ho passato alcuni mesi fantastici in cui dormire per me era un pò come respirare. Lo facevo in automatico, senza pensarci troppo. A prescindere dal luogo e dall’orario. Fatto salvo il posto di lavoro, ovvio. Poi, col passare dei mesi, quasi le bimbe avessero deciso che di scorta ne avevo fatta a sufficienza, ho cominciato ad avere sempre più problemi a cadere tra le braccia di Morfeo. Ogni notte, puntuale, all’una mi svegliavo. Ma sveglia sveglia eh? Come se fosse pieno giorno. E non c’era attività alcuna che mi permettesse di riprendere a dormire il più velocemente possibile. Contare le pecore? Niente da fare, quando ero arrivata alla milionesima pecora, anche il gregge si era stancato di zampettarmi davanti ed era caduto in un sonno profondo.

Leggere un libro? Niente da fare. Il cane, disturbato dalla luce, cominciava ad emettere mugolii di disapprovazione e piccoli versetti gutturali come a dire “tu non riesci a dormire, ma io sì! Spegni quella luce”. Di guardare la TV neanche a parlarne. Di notte non c’è quasi mai nulla di interessante: dalle repliche di Striscia la Notizia del giorno prima, a noiosissimi programmi culinari (ebbene sì, ce ne sono anche in piena notte). Che poi diventa un attentato alla già precaria linea, se ancora di può parlare di linea.

E allora? Niente, passavo da un lato all’altro del letto, cercando un pò di frescura e sperando che l’amico Morfeo tornasse a trovarmi dopo il giretto notturno che si era fatto chissà dove. Il caldo è stato un altro grosso problema. Avevo sempre, immancabilmente, un caldo che nemmeno in pieno agosto dei tempi passati. Quando per trovare un pò di refrigerio si era costretti a trasferire le proprie occupazioni nella vasca da bagno. E’ così che, nel lontano 2003, quando anche il sole si faceva schifo da solo per quanto caldo innaturale produceva, ho passato almeno 15 giorni della mia vita seduta nella vasca da bagno piena di acqua gelida, studiando per gli ultimi esami prima della laurea. Benessere e sollievo fittizi, perché appena uscita dalla vasca ricominciavo a grondare come un panno mal strizzato.

Nei mesi precedenti il parto mi sembrava di essere stata catapultata in un forno acceso ventiquattro ore su ventiquattro. Dicono che sia uno degli sconvolgimenti ormonali più comuni che colpiscono le future mamme. Non so se sia così. So solo che rischiavo davvero la pazzia. E, peggio di tutto, era la mescolanza di non-sonno e di caldo asfissiante.

Se poi considerate che nei tre giorni di ricovero, con il micro clima malsano che si respira normalmente negli ospedali, la situazione era addirittura peggiorata, potreste chiedervi a pieno titolo come ho fatto a rimanere sana di mente.

Per ovviare alla questione bevevo. Non alcolici, è ovvio. Ma acqua. Acqua come se piovesse. Come se non ci fosse un domani. Ero arrivata a bere all’incirca quattro litri di acqua al giorno. Cominciavo al mattino e andavo avanti, io e le mie bottiglie, per tutta la giornata e anche durante la notte. Di fianco al letto, i vuoti come piccoli soldatini che hanno assolto al loro compito e se ne stanno lì, in attesa di conoscere il loro futuro.

Sapete che c’è, però? Dopo tutto, anche se ne ho viste di ogni colore e sfumatura, anche se ho passato mesi ad annoiarmi nel non-dolce far niente, anche se…ne è valsa la pena.

12 maggio 2014

I Trentenni

I Trentenni

Lunedì 12 maggio 2014. Ore 14. Pronto soccorso del reparto di ginecologia e ostetricia dell’Ospedale di Busto Arsizio. Se il Buzzi era la mia seconda casa, l’Ospedale di Busto la potevo definire senza dubbio alcuno la mia dependance. Nel corso dei mesi, non ricordo nemmeno più quante volte ci sono finita, per i motivi più svariati. Ma sono state tante, tantissime. Ormai ero davvero considerata parte dell’arredamento, se non dello staff. Conoscevo per nome praticamente tutti: dalle ostetriche alle infermiere, dagli inservienti ai medici.

In mattinata avevo sentito delle contrazioni, troppe. Forti e dolorose. Non è ancora il momento, pensavo con angoscia. E più accarezzavo la pancia, più le contrazioni aumentavano di intensità. Pelle tesissima, dura, mani che sfioravano mani che tentavano di spingermi via.

Seduta nella sala d’attesa, con mia mamma, pensavo che dopotutto forse era stata solo colpa mia se questa gravidanza non procedeva liscia, come per (quasi) tutte le altre mamme in attesa. Ne avevo incontrate tante, di ragazze incinte. Nessuna di loro di gemelli, però. E questo le rendeva diverse ai miei occhi. Più fortunate. Non fraintendetemi. Il fatto di avere due piccole vite che crescevano dentro di me, l’ho già detto, mi facevano sentire la donna più fortunata del mondo. Ma paragonando la mia esperienza fino a quel momento, con quella delle altre mamme, mi portava inevitabilmente a guardarle con un misto di invidia e rassegnazione. Tutte si erano iscritte al corso pre-parto, io no. Tanto non avrei partorito naturalmente, ma con il taglio cesareo. Tutte facevano lunghe passeggiate e weekend fuori porta. Io no. Non potevo muovermi. Io uscivo solo per andare in ospedale. E l’elenco dei “loro sì e io no” potrebbe continuare all’infinito.

Finalmente chiamano il mio nome. Entro e come al solito saluto a destra e a manca. Le conosco tutte. Mi sento bene, lì. Sono tra persone fidate e amiche. Mi fanno stendere sul lettino e, dopo le domande di rito (settimane di gestazione, esami del sangue, ecc.), il ginecologo di turno monitora la situazione delle piccole. I liquidi sono a posto (evviva!), ma in effetti c’è un’attiva di contrazioni, nonostante la cervicometria sia a posto.

Signora, la dobbiamo ricoverare, per tenere monitorata la situazione. Non mi sento di rimandarla a casa, soprattutto considerando che le contrazioni sono iniziate troppo presto (ero alla 30+5) e, tenendo presente l’intervento cui si è sottoposta, meglio prendere qualche precauzione in più.

In quel momento ho capito il significato del mi è crollato il mondo addosso.

Va beh, vado a casa a prendermi la roba e torno.

No, non ha capito. Lei ci manda qualcuno, a casa. Di qui non si muove.

Esco dal reparto in sedia a rotelle (piangendo, per altro). Subito mia mamma mi chiede cosa sia successo. Glielo spiego. Le chiedo per favore di stare con me.

E’ incredibile quanto, durante la vita, per quanto adulti si possa essere, ci siano dei momenti in cui si ha comunque bisogno delle mamma. Su tutti. Avrei voluto anche Andrea con me, ma era al lavoro…

Vengo ricoverata nel reparto. Nella mia camera c’è una ragazza con i miei stessi problemi (contrazioni premature) e una signora cui hanno appena effettuato un intervento di raschiamento. Diciamo che, nonostante il reparto sia uno dei più lieti di ogni ospedale, nella nostra camera regna un silenzio carico di negatività.

Sono stata ricoverata dal lunedì 12 al mercoledì 14 maggio nel pomeriggio. Durante i tre giorni di ricovero, a parte leggere e chiacchierare con la mia vicina di letto, ogni 4 ore mi sottoponevano a tracciato. Controllavano l’attività contrattiva e i cuoricini delle piccole. Neanche a dirlo, mentre la gemella ex-donatrice stava buona e ferma al suo posto, la gemella ex-ricevente, avendo più spazio della sorella, non stava mai ferma. Era un continuo piroettare su e giù, a destra e a sinistra.

E il momento del tracciato era diventato un incubo. Per me e per l’infermiera di turno. Che doveva tornare ogni 10 minuti a risistemarmi le sonde. La sonda, pardon…

Alla sera, dopo la terapia della giornata e i vari monitoraggi a letto, mi portavano in pronto soccorso per il monitoraggio “serio”, quello con apparecchiature ultra sensibili, in grado di captare la frequenza cardiaca della piccola peste. Per due sere di fila, durante il ricovero, mi praticarono iniezioni di celestone (cortisone) per, a loro dire, “aprire i polmoni delle bambine”, nel caso in cui la situazione fosse precipitata e avessi partorito in anticipo.

Che dire, tutta la mia gravidanza è stata punteggiata da episodi, incontri e casualità che hanno portato verso un’unica strada. Terribile, sul momento. Ma bellissima, a posteriori.

L’online fa bene all’umore

logo ufficiale del gruppo “genitori di gemelli” su FB

Mentre aspettavo con ansia di vedere finalmente le mie bimbe, come già ho detto, passavo il molto e noioso tempo a disposizione leggendo e cercando informazioni online sulle gravidanze gemellari. Internet è una vera e propria fucina di gruppi, forum, pagine Facebook, siti e molto altro ancora da cui attingere notizie, suggerimenti, storie. Alcuni sono noiosissimi, altri invece valgono davvero la pena di essere seguiti. Uno su tutti, che purtroppo ho scoperto a posteriori, è il gruppo su Facebook “Genitori di gemelli“. Qui ci si scambiano opinioni, pareri, si chiedono consigli, si “cazzeggia”. Tra tutti, ho letto qualche giorno fa un post di un papà stranamente attivo e molto presente (beh, è anche uno degli admin, per cui…), che raccontava con rara ironia ed un tocco di sana follia il viaggio della speranza verso una destinazione del sud Italia per partecipare ad un matrimonio. Non credo di aver mai riso così tanto in vita mia. Ero sul treno verso casa e mi sono ritrovata in tutto e per tutto in quello che raccontava. Anche a me sono successe peripezie simili, ma questa è un’altra storia.

Uno dei siti che ho maggiormente apprezzato, invece, è NostroFiglio.it in cui la redazione propone articoli interessanti relativi all’arrivo del bebè a casa, come cambia l’equilibrio in famiglia (ah, com’è vero!), come comportarsi se l’intruso “detronizza” l’animale di casa. Ma ci sono anche tantissime tematiche utili divise per settimana di gestazione. In gravidanza era diventata la mia Bibbia, soprattutto quando scoprii che c’era una sezione specifica dedicata alle future mamme di gemelli omozigotici. Immaginate come mi sono sentita speciale quando ho letto che 4 nascite ogni 1000 riguardano gemelli omozigotici! Con tutto ciò che ne consegue, dalla particolarità dello stesso DNA, ai rischi annessi e connessi a questo tipo di gravidanza, che non coinvolge, per fortuna, le altre gravidanze gemellari.

Un blog veramente utile, invece, si è rivelato A Misura di Bimbo: parla di design, progetti, accessori e giochi, tutto a misura di bimbo, appunto, e con un occhio di riguardo al tema sensibile dell’ecologia e del riciclo. Davvero molto utile.

Infine, il blog Oasi delle mamme che dispensa consigli sull’educazione, su salute e benessere per le mamme e i loro bimbi, dritte sull’alimentazione, come rientrare nel mondo del lavoro a seguito dell’evento che ci sconvolge la vita e come, eventualmente, sapersi reinventare. E qualche chicca anche sul rapporto di coppia che, in teoria, dovrebbe comunque venire prima del rapporto con i figli. Ma converrete con me che purtroppo non è così…o almeno, nella maggioranza dei casi non lo è.

Perché documentarsi fa bene, soprattutto se si leggono storie in cui ci si rispecchia, se le persone che scrivono ci sono “vicine”. E, cosa ancora più importante, se oltretutto proprio non sai cosa fare, leggi!

Passeggino e corredino per l’ospedale. Spese pazze

A tre mesi dal previsto taglio cesareo (data segnata sul calendario 17 giugno, data effettiva delle 40 settimane 16 luglio) mi dico che è finalmente arrivato il momento di correre ai ripari e cominciare lo shopping sfrenato per le tigrotte. Avete idea di quanti modelli di passeggini esistano? Io non lo immaginavo nemmeno. Poi mi si è aperto un mondo. Girammo decine e decine di grandi catene per bambini, negozi specializzati, boutique. Di una cosa ero sicura: mai e poi mai avrei voluto un passeggino a treno. Avete presente? Quelli in cui un bimbo è seduto davanti e l’altro dietro. Ce ne sono di tutti i tipi e di tutte le conformazioni più disparate.

b-twinIl B*Twin, per esempio, è uno di quelli che ti propongono per primo. Non costa poco (anche se trovare un passeggino che non costi un occhio della testa è una vera impresa), non è comodo, non brilla per performance né per leggerezza. Si chiude a libro e, a meno che non si abbia una monovolume o un pullmino, di sicuro una volta messo quello nel bagagliaio non ci sta nient’altro. Vero è che, essendo un passeggino doppio, non si possono fare certamente i miracoli.

Quando la commessa me lo fece vedere, pensai subito che la bimba seduta dietro avrebbe dovuto essere la figlia segreta di un contorsionista. Una volta cresciuta, dove avrebbe messo le gambe? Ma soprattutto, cosa avrebbe visto del mondo? Pura visione periferica e niente più. La sorella, quella davanti, avrebbe goduto di tutte le comodità. Quella dietro, di tutte le scomodità.

passeggino-gemellare-twoneE che dire del Twone? Ora io mi chiedo: ma chi ha progettato questo passeggino, ha avuto modo di testarlo? Di provare cosa vuol dire, per il gemello seduto dietro, respirare tutti i più malsani gas di scarico delle macchine, la polvere? Il bimbo che è seduto dietro, avrà come unica compagnia lo schienale di fronte. No, i passeggini gemellari a treno proprio non mi andavano giù. Oltretutto, nonostante non costassero tantissimo, avevano comunque un costo non del tutto indifferente. Senza contare che, prima di sistemare le tigrotte nel passeggino avrei comunque dovuto metterle nelle navicelle (o culle o come preferite chiamarle). E in quelli appena presentati, come avrei fatto? Avrei dovuto comprare altri accessori. Non se ne parlava nemmeno.

No, io volevo un passeggino affiancato. Come lo avevano avuto le mie cugine. Così entrambe le bimbe sarebbero state nella stessa posizione, fronte mamma o fronte strada.

bugabooTra le varie proposte, il più bello e il migliore (quello che poi ho scelto e che mia mamma magnanimamente ci ha regalato) è indubbiamente il Bugaboo Donkey. Relativamente leggero, maneggevole, chiusura fantastica e pratica, me ne sono innamorata a prima vista. In più, il fatto che si potesse agilmente trasformare, con tre semplici click, da gemellare a singolo, mi ha fatto subito pensare che non ci fosse un altro prodotto come questo. Sfortunatamente, anche il prezzo è unico…senza contare che, oltre al passeggino e alle navicelle comprese nel prezzo (quelle della foto, per intenderci), a parte vanno comprati gli ovetti che si sistemano sul telaio e sulla macchina. Indispensabili ed imprescindibili per i neonati. Il tutto, tra struttura, navicelle, sedute da passeggino, ovetti e sbarre di adattamento per la macchina, costano sui 2.500 €. Un investimento. Ma che rende in prestazioni e dura nel tempo. E’ praticamente indistruttibile.

Passeggino a parte, lo shopping che più mi ha dato soddisfazione è stato quello in vista del ricovero in ospedale. C’erano mille cose da guardare, scegliere, selezionare, sulla base della lista che mi avevano consegnato al Buzzi. Body di cotone, tutine, copertine, berretti. Si entra in un mondo parallelo, dove tutto è colorato, lieve, morbido. Fa pensare alle nuvole. Si cammina realmente sulle nuvole.

arredamenti-negozi-abbigliamento-bambino-lo-07Nonostante la lista, devo ammettere che non mi ci sono attenuta molto. Accompagnata da mia mamma e Andrea (che ad un certo punto si è mimetizzato con gli scaffali della zona frullatori ed affini) abbiamo cominciato a tirare giù vestiti, calzine, body, fascette per capelli, cappellini, tutine con chiusura facile, tutine con chiusura sulla schiena, a più non posso. Come presi da una smania irrefrenabile di acquistare qualsiasi cosa potesse entrare in due bimbe appena nate. La povera commessa che ci seguiva, alla nostra uscita dal negozio, avrà sicuramente chiesto una mezz’ora di pausa. Ad ogni buon conto, uscita dal negozio, mi sono sentita felice. Finalmente il mio più grande desiderio stava diventando reale. Tra poco avrei visto le mie piccole. Non avevo idea di quanto profetico sarebbe stato questo pensiero.

La pazza, insana voglia di colore

 

Sono dalla parrucchiera. Sedia scomoda, culo praticamente una sottiletta schiacciata da un camion sovraccarico oltre ogni misura. Continuo a fare movimenti tarantolati, destra sinistra, destr-sinistr che manco in una gara di paese di “ruba la sedia”. Dai, ci avrete giocato anche voi qualche volta…ci si mette a girare intorno a delle sedie a suon di musica. Appena la musica veniva fermata, ci si doveva buttare seduti sulla sedia più vicina. Pena la squalifica. È così che mi sento. In fase di squalifica. È un’ora e mezza che sono seduta su questo trono di spine, con la ragazza che a tratti mi molla per andare a recuperare le cartine, il colore, per chiacchierare con una collega. Se non mi alzo subito, rischio la paralisi delle chiappe. Giuro. Poverina, anche lei sarà stufa marcia, come me. Solo che no. Può mostrarlo. Anzi, mi sorride spesso dallo specchio. Come se farmi i colpi di sole fosse un privilegio unico. Qualcosa cui ha anelato per tutta la sua esistenza fino ad oggi. 

Ma, come diceva il saggio (o era mia nonna?) chi bella vuol divenir un po’ di male deve soffrir. Qui si esagera però. Sto per perdere per sempre la facoltà di stare seduta come un’adulta. Non tutta di sghimbescio, come adesso. 

Ma arriva un momento in cui, natiche a parte, senti il momento di tornare ad essere una donna all’onore del mondo, oltre che una mamma. Oltre le cacche c’è di più!

E allora, ogni due/tre mesi, mi immolo per la causa. Per l’ufficio, per mio marito (così che si renda conto che la donna che ha sposato a tratti riemerge dal carciofo pallido che sono diventata), ma anche e soprattutto, per me. 

Certo è che, dopo oggi, mi sa che al prossimo giro mi porto un cuscino da casa. Meglio ancora: potrei indossare quei pantaloni push-up leggermente imbottiti e imbevuti di crema rassodante. Così, due piccioni con una fava: sedere salvo e rimodellato. 

Tuttavia, un lato positivo c’è. Nelle tre ore in cui mi parcheggio dalla parrucchiera ho modo di osservare una fauna che normalmente sta rintanata nella propria tana. 

  1. La gossip-addicted. È quella che appena mette piede nel negozio arraffa tutte le riviste più trash su cui riesce a mettere le mani. Scruta con insistenza quella che sfoglia la sua vicina e, appena la poveretta arriva alla pagina dei programmi tv, le dice ha finito? Me la passa? Le dieci copie che ha davanti evidentemente non le bastano. 
  2. La mamma con prole al seguito. La riconosci. Anziché avere una borsa, gira con borsone e trolley. Munita di giochi, abiti di ricambio, fazzolettini e pannoloni, salviette detergenti rinfrescanti elimina batteri, omogeneizzati e succhi di frutta. Di fianco a lei è impossibile stare tranquilli. Ciacola continuamente di quanto bellobravointelligente sia il figlio. Esalta le sue capacità di defecare correttamente nel vasino tutto da solo vero aaamoooreeee? e di solito sminuisce, in confidenza per carità, i figli di qualcun’altra. 
  3. La gazzetta del paese. Quella più veloce del west. Quella che sa tutto di tutti, ancora prima che le cose accadano. È una specie di Maga Magò de noialtri, ma con più bubboni e con i capelli ancora più crespi. Indomabili. Le notizie più interessanti, per lei, sono le morti e i tradimenti. 
  4. E poi ci sono quelle come me. Le insofferenti e piene di lasciami stare. Mi divertono le prime tre categorie, ma fino ad un certo punto. Poi, voglio essere lasciata in pace, con i miei libri e i miei pensieri. 

Magari, tra parentesi, riesco pure a dormire. Che il phon mi concilia. E penso di meritarmelo pure un pisolino.