Un’esperienza che difficilmente riuscirò a dimenticare. Australia, il mio Paese.

Uno dei miei incontri con la popolazione locale. Qui sono con un piccolo wallaby

Uno dei miei incontri con la popolazione locale. Qui sono con un piccolo wallaby

Vi è mai capitato di visitare un luogo, una località, un Paese e di sentirvi, immediatamente, come a casa vostra? A me sì. In Australia. La prima volta che ci sono stata, dopo 30 ore di viaggio (sì, proprio 30, mica una passeggiata), uscita dall’aeroporto ho avuto la sensazione di essere tornata in un posto in cui ero già stata, ma di cui non serbavo alcun ricordo. Se non il profumo dell’aria. E la gentilezza degli abitanti. Atterrata a Darwin (Northern Territory) alle 4.30 del mattino, si può pensare che fossi semplicemente provata dal viaggio. E che le emozioni che provavo sarebbero state destinate a scomparire. Invece non è stato così. Anzi. Più visitavo i posti, più il mio cuore si riempiva di gioia e di pace. L’Australia è un Paese magico. Dico davvero. Anche il claim pubblicitario dell’Ente del Turismo “Non c’è niente come l’Australia” è pura e semplice poesia azzeccata. E’ proprio vero.

Cominciamo da Darwin. E’ una cittadina relativamente piccola, nell’estremo nord del continente australiano, lontana da metropoli maggiormente incensate quali Sydney, Melbourne, Adelaide. La sua bellezza, però, sta proprio nella dimensione a misura d’uomo. Pur essendo la capitale del territorio federale del Northern Territory, la sua popolazione è abbastanza contenuta, così come la sua estensione. Diciamo che, per girarla tutta e vedere le sue attrazioni principali, bastano circa 3 giorni. Senza approfondire eh! Ma per averne un assaggio, sì.

Cage of death

Cage of death

Affacciata sul mare Arafura, nel quale è proibito fare il bagno, se non in aree protette, per via dei coccodrilli, Darwin è un piccolo gioiello di cultura aborigena, ricco di negozietti, musei, ristorantini e locali notturni. Ma anche attrazioni divertenti ed insolite. Una di queste è il Crocosaurus Cove, Parco dei Coccodrilli, in cui fare una full immersion nello splendido e strano mondo dei rettili. Qui è anche possibile immergersi, con la Cage of Death, in una piscina in cui nuotano enormi alligatori. Dovreste vedere le unghiate che si notano sulla barriera di plastica rinforzata della gabbia…davvero da brividi. Io non l’ho provata, ma mi è bastato assistere ad una coppia di ragazzi australiani che hanno tentato la sorte.

Tra i locali notturni più vivaci e maggiormente frequentati dalla popolazione locale, c’è il Monsoons. Ristorante e bar, con ampio dehor esterno, questo locale si anima tutte le sere, ma specialmente durante il weekend, con concerti di musica dal vivo ed eventi di tutti i tipi. Qui ho assaggiato le migliori carni di canguro, emu e coccodrillo. Eh sì, anche di coccodrillo. E sapete una cosa: pensavo che ne sarei stata disgustata, visto che non ho mai assaggiato nemmeno le rane (e lo dice una piemontese doc). E invece no, è deliziosa. Croccante e un pò dolciastra.

Tramonto a Mindil Beach

Tramonto a Mindil Beach

Durante il periodo della dry season (quella in cui non piove, per intenderci), imperdibile è una visita del Mindil Beach Sunset Markets. Tutti i giovedì e domenica, alla sera, appena il tramonto cala sul Mare Arafura, questa zona di Darwin si anima di centinaia di persone che si riversano sulla spiaggia per ammirare il tramonto e poi per fare un giro di shopping o per assaggiare del buon cibo preparato sul momento da una delle decine di bancarelle. Dalle specialità cinesi a quelle thailandesi, dallo Sri Lanka all’India, agli hamburger con carne di canguro, qui lasciarsi tentare è facile. E ingrassare di qualche chilo anche! L’atmosfera che vi si respira, è davvero unica. Si percepisce, al primo colpo, la rilassatezza e la gioia di vivere che caratterizzano la popolazione australiana.

Per pranzare o cenare con stile, vi consiglio di recarvi al Waterfront, la zona sul mare. E’ ricca di ristoranti, bar, locali, in cui assaggiare piatti gustosi, senza spendere grosse cifre. Uno di questi è Il Lido, dove assaggiare veloci piatti a base di pesce o carne, o lanciarsi sulla pizza. Ne hanno diversi tipi e non è male. Ma non aspettatevi la pizza in stile italiano, ovviamente.

In alternativa, vi suggerisco di prenotare una cena a bordo di una delle crociere che partono dal porto di Darwin. Ottimo cibo, vini australiani superlativi e un panorama da mozzare il fiato. Io ho provato la crociera che parte al tramonto con la compagnia Darwin Harbour Cruises. L’esperienza è davvero magica.

Darwin, infine, è un’ottima base dalla quale partire alla scoperta dei parchi nazionali del Northern Territory. Tra quelli più vicini (benché la vicinanza, in Australia, sia estremamente relativa) io ho visitato il Kakadu National Park. a 250 km da Darwin. Dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, è il parco australiano più vasto e si estende su una superficie di ben 20.000 kmq! Qui, tra cascate rinfrescanti, scarpate di arenaria, antichissime pitture rupestri e tantissime specie di uccelli ed animali, il salto nella natura più vera e incontaminata dell’Australia è una bocca d’ossigeno. Nel vero senso della parola.

Cascate al Litchfield National Park

Cascate al Litchfield National Park

Infine, per rimanere in zona (si fa per dire, è ad “appena” 130 km da Darwin…), imperdibile è una visita al Litchfield National Park: dalle montagnole di dimensioni spettacolari create nel corso degli anni dalle termiti alle cascate Wangi (dove è possibile fare il bagno, tranne nella stagione dei coccodrilli), Florence e Tolmer.

Dove dormire a Darwin? Beh, di hotel ce ne sono davvero tanti. Non aspettatevi, però, che la categoria dell’hotel corrisponda ai nostri standard. Un quattro stelle australiano vi potrà sembrare più un buon tre stelle che un hotel di categoria superiore. Io ho dormito al Mantra on the Esplanade sulla Esplanade, appunto, in una camera con vista mare e balcone (non tutte ce l’hanno, per cui conviene chiederla, se siete interessati). Il personale è gentile e l’hotel si trova in una buona posizione per partire alla scoperta di Darwin. Il costo della camera, a notte, parte da 169 dollari australiani. Non è poco, ma tutte le sistemazioni in Australia sono piuttosto care, fatta eccezione per gli hotel scelti dai backpacker (i ragazzi che viaggiano zaino in spalla) e i due stelle.

Altre strutture che ho provato sono lo Skycity Darwin 5*, che è stato recentemente sottoposto ad opere di ampliamento e che adesso permette di prenotare camere e suite con accesso diretto alla piscina privata e il Vibe Hotel Darwin Waterfront 4*, proprio di fronte al porto della città, sul lungomare in cui trovare la maggior concentrazione di locali, ristoranti, pub e molto altro ancora. I prezzi a camera partono da 235 dollari australiani per la camera standard allo Skycity Darwin e da 104 dollari australiani per il Vibe Hotel.

Per informazioni sulla destinazione, visitate il sito dell’Ente del Turismo alla pagina www.australiasoutback.it

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I titolari e le donne incinte

Nel corso della mia carriera lavorativa ho cambiato spesso luogo di lavoro. Per mille motivi. Primo tra tutti, il rispetto. Se lavori in un posto dove il tuo titolare nemmeno sa cosa significhi la parola rispetto, allora tutte le basi di una lunga e proficua collaborazione vanno a sciogliersi come neve al sole. Dal primo posto di lavoro, in cui feci uno stage lungo sei mesi, non retribuito, per un titolare pazzo e narcisista e di una maleducazione che farebbe arrossire anche un ultrà dei più beceri, passai ad un altro luogo, a Torino, in cui rimasi per 5, lunghissimi anni. Qui avevo a che fare non con una, ma con ben due titolari. Donne. Molte di voi penseranno che avere a che fare con un essere di sesso femminile possa agevolare le cose. Anche io la pensavo così. E mi sbagliavo. Su di loro sono già state scritte molte cose, compreso un libro. In cui vengono presentate al meglio della loro bassezza. E’ tutto vero. Romanzato, ma vero. Nel periodo trascorso in questa compagnia ho visto passare e fermarsi o andarsene davvero tantissimi colleghi e colleghe. Ed è alle colleghe donne che penso spesso.

Per darvi un quadro completo della situazione e delle persone con cui avevamo quotidianamente a che fare, vi spiegherò brevemente chi erano: due donne secondo me annoiate dalla vita, con parecchi soldi a disposizione, una sposata (per la seconda volta) con quattro figli e l’altra divorziata (ma ancora innamorata dell’ex marito), con tre figli, di cui due gemelli.

Fatta questa premessa, molte di voi penseranno (a torto) che donna per donna, avere a che fare con qualcuno del proprio sesso, che può capire la gioia della scoperta di essere incinta, le difficoltà del ménage familiare, la voglia di seguire i propri figli nei primi mesi di vita, sia molto più che semplice che rapportarsi con un uomo. Beh, vi sbagliate. E parecchio, anche.

Queste due signore erano terrorizzate, letteralmente, dall’idea che le loro impiegate (non proprio, visto che l’80% dei lavoratori avevano in mano un contratto a progetto) potessero arrivare un giorno a dire “sono incinta”. Nonostante la sfilza di figli che avevano procreato nel corso degli anni. Figli che, una volta partoriti, non seguivano personalmente, ovvio. Ma lasciavano nelle mani sapienti di qualche tata. Nel corso dei cinque anni, è capitato più volte che alcune colleghe annunciassero la loro maternità. Apriti cielo. La prima cosa che veniva detta alla malcapitata di turno era “Quando è prevista la nascita? Quando pensi di rientrare?” Non “congratulazioni” o “siamo felici per te”. Il tutto veniva latrato senza nemmeno alzare gli occhi dal monitor del computer. A volte, ma solo a volte eh, magari una delle due abbozzava una sorta di sorriso che somigliava più ad un ghigno malefico.

Le ex-colleghe che hanno gioito della maternità sono state tutte, e dico proprio tutte, prima o poi, cacciate in malo modo. Le scuse variavano sempre. E la motivazione non era mai legata ai figli. Ma era ovvio che fosse proprio così, invece. Se poi qualcuna di loro aveva la sfacciataggine di aver non uno, ma ben due o anche tre figli, allora veniva automaticamente inserita a pieno titolo nel libro nero delle stronze che facevano perdere tempo e soldi alla compagnia. Signore mie, ma dopo anni ancora non avevate capito che l’INPS vi avrebbe rimborsate al 100% della spesa sostenuta? No, loro si sentivano semplicemente cornute e mazziate, tradite nel profondo. E non c’era verso di far entrare loro in testa questo concetto semplice semplice.

Adesso che non lavorano più (almeno non hanno la possibilità di rovinare esistenze altrui), ma hanno figlie femmine che entrano nel mondo del lavoro, chissà cosa pensano dell’eventualità, per le loro pargolette, di diventare madri. La vedranno come una crisi su cui stendere un elaborato piano di crisis management? Penseranno che le loro eredi saranno in procinto di rubare, sì rubare, soldi all’azienda per cui lavorano? Chiederanno loro quando pensano di rientrare? Chissà.

Da questa compagnia sono passata a lavorare (per 10 mesi soltanto) in un’altra realtà più grande, prestigiosa e molto strutturata, a Milano. Mi sentivo arrivata. Era il posto che avevo sempre sognato. Che sciocche si può essere. Vedere realtà dall’esterno porta inevitabilmente a considerarle come l’Eden, un posto magico e ricco di opportunità, migliore di qualsiasi altro. Sotto ogni punto di vista. E dire che, alla mia età e con il bagaglio di esperienze che ho alle spalle, qualcosina dovrei averla imparata. E invece no. Sono un’inguaribile ottimista. Anche qui, a farla da padrone erano le donne. Nei dieci mesi che ho trascorso in questo posto, ho visto e sentito cose che voi umani nemmeno potete immaginare. O forse si. Alcune ex-colleghe mi raccontarono di quando andarono ad annunciare la loro gravidanza. Una tra tutte, mi disse che il titolare (uomo, questa volta) la guardò fisso fisso per dirle semplicemente “va bene, ma non pensi di farne un altro subito dopo eh”. Come prego? Ma un “congratulazioni” o un “sono felice per lei” no? Ma così, spesso e volentieri, va il mondo del lavoro. Nessuno pretende che il proprio titolare si metta a ballare la danza della gioia né tanto meno che stappi champagne od organizzi una festa. Per carità! Ma un minimo di partecipazione UMANA alla gioia altrui, quella sì che sarebbe auspicabile. Il mondo delle fate non esiste e non esisterà mai. Forse.

Io e la mia titolare a Gerusalemme

Io e la mia titolare a Gerusalemme

Da questa realtà sono passata all’azienda in cui lavoro attualmente. Anche qui, maggioranza di donne. Titolare donna. Ricordo il giorno in cui decisi che era ora di comunicare a Serena il mio stato. Ero agitatissima. Sudavo. Avevo il cuore che correva impazzito tentando di schizzare fuori. Entrai nel suo ufficio, cominciammo a parlare di lavoro. Poi ad un certo punto sbottai “Sere, ti devo dire una cosa“. “Dimmi” mi rispose, con occhi preoccupati. “Sono incinta“. Fece il giro della scrivania e mi disse “Anna, sono molto felice per te! Che bella notizia!“. Con un sorriso grande grande, come il suo cuore. E mi abbracciò, come avrebbe potuto fare un’amica o una sorella. Non di certo una titolare. E cominciò a chiedermi mille cose: come stavo, come procedeva, di quante settimane ero, come stava il bimbo/la bimba (ancora non sapevo che erano due). Mai, ripeto, mai né in quell’occasione, né dopo, mi chiese quando avevo intenzione di rientrare.

Era un argomento che avremmo trattato, certo, ma solo più avanti.

Non esiste il posto di lavoro perfetto. Questa ormai è una realtà assodata. Certo è che esistono ancora delle isole felici, con tutti i loro difetti e gli elementi perfettibili, ma pur sempre delle isole felici.

Privacy e attenzione morbosa nei confronti dei gemelli

Future mamme (quelle che già lo sono, lo sanno bene) mettetevi l’animo in pace. Quando avrete dei figli, a parte non contare quasi più nulla come identità a sé stante, la vostra vita già di per sé sconvolta, non sarà più vostra, ma di proprietà di altri.

Quando vorrete solo starvene per conto vostro, con i vostri bambini, pensate che a qualcun altro questa volontà legittima non andrà bene. Dovrete essere disposte ad avere un costante, continuo, asfissiante andirivieni in casa. E sentire le voci più acute e idiote che vi sia mai capitato di ascoltare. A me le vocine acute e idiote hanno sempre dato alla testa. Mai, e dico mai, nella mia vita le ho riprodotte per chicchessia. Immaginate allora come mi sono sentita i primi tempi, quando i gne-gne-gne e i pucci-pucci-pucci erano all’ordine del giorno (poi vanno scemando, per fortuna…). Semplicemente dentro di me pensavo “sono piccole, è vero, ma mica sceme! Ma hanno forti probabilità di diventarlo (sceme, intendo) se continuano tutti ad apostrofarle così”.

La verità è che, dopo aver trascorso cinque settimane io e loro, loro ed io e basta, arrivata a casa mi dava sui nervi il fatto di doverle condividere con gli altri. Avevo voglia di vivere un momento magico, di pace, nel mio ambiente, senza dover mostrare le bambine come se fossero degli oggetti in vendita. Può darsi che fossi esagerata, che fossi anche un pò gelosa. Va bene. Ma i primi tempi sono stati forse ancora più duri rispetto a quelli che tanto avevo bramato di superare.

E che dire dello show continuo di quando uscivo di casa? (ancora adesso, se è per quello).

Gente stranaE’ incredibile come la gente si rincoglionisca appena vede un passeggino doppio. Che poi, i gemelli, mica sono così rari di questi tempi. Anzi. Se ne vedono in giro, eccome. Ma la gente non può e non vuole esimersi dal cadere nel più bieco e visto schema stereotipato. Si passa dalla signora di una certa età che, vedendomi arrivare, da lontano iniziava ad alzare la mano come un vigile, imponendo l’alt. Signora, mi faccia vedere. Ce ne sono due!. No, ma che brava! Sa anche contare. La questione è questa: o lei è ubriaca e allora vede doppio, oppure sì, ce ne sono ben due, ma pensa tu!

Oppure, mentre cercavo disperatamente di farle addormentare, percorrendo chilometri su chilometri, pari alla doppia circumnavigazione della terra in un tempo record che nemmeno il Concorde, capitava spesso (anzi, quasi sempre) che persone che prima erano puntini lontani lontani, si avvicinassero con sorrisi sornioni e bocche spalancate pronte all’urlo: MA CHE BELLI, MI FACCIA VEDEREEEEEEEEEE! Ma sono due maschietti! Il tutto, rigorosamente urlato. No, signora, sono due femmine. Non a caso ho scelto le cappotine rosa per il passeggino…ma che glielo dico a fare, dicevo tra me e me, che me ne frega. Mi doveva importare, invece, che le due piccole pesti, disturbate dall’urlo dell’aquila. si fossero svegliate, dopo tanta fatica.

Dormono di solito? Fino a cinque minuti fa, sì. Replicavo ringhiando. Ah, mi scusi, le ho svegliate? Ma che belle che sono. E via discorrendo. E di riprendere a dormire, nella maggior parte dei casi, manco a parlarne.

Che dire poi di quando, passeggiando, mi fermano apostrofandomi con un “che bello, maschio e femmina, ha fatto la coppia!“. No, sono due femmine. Ormai la mia risposta è poco più che sussurrata, scuotendo la testa con un misto di rassegnazione e voglia di scappare lontano, più lontano che posso. Ah, pensavo…ho visto che questa è vestita di blu… Perché, lei signora non si veste mai di blu? Anche oggi, per esempio, non mi pare sia vestita di rosa! Ma poi perché devo fare polemica. La gente è così stupida, ma soprattutto così assolutamente, indissolubilmente ancorata agli stereotipi del passato. E sì, le bambine si DEVONO vestire di rosa e i maschietti di blu. Ma come ho fatto a non pensarci. Stupidissima me!

Non posso non ricordare, anche, le innumerevoli volte che mi sento dire: “questa qui si vede che è più agitata dell’altra, vero?“. No, non è così, dipende dai giorni, dall’umore, dal vento e dal sole. Dipende! E la tizia di turno, rivolgendosi direttamente alla bambina: “no, no, si vede benissimo che tu sei la più discola! Guarda che faccia furba“. Sì, guardi, ha ragione lei. Sono le mie figlie, ma di loro non ho capito un emerito cavolo. La prossima volta che sarò in dubbio, le faccio uno squillo e mi faccio dare risposte da lei, eh? Che ne dice? Ovviamente non l’ho mai detto, ma quante volte l’ho pensato!

Ah, e poi, le situazioni più surreali, come quando, al mare l’anno scorso, una signora ci ferma e ci dice le seguenti parole: che belle, sono gemelle? Ma sono nate lo stesso giorno? Beh, veda un pò lei…se sono gemelle, tranne nel rarissimo caso in cui uno nasce alle 23.59 e l’altro alle 00.01, allora sì, sono nate lo stesso giorno.

Oppure come quando mi fermarono per chiedermi se erano gemelle (SI, LO SONOOOOOOOOOOO) e se erano tutte e due mie! No, guardi, una l’ho trovata per strada e ho pensato di appropriarmene.

E, giuro, potrei continuare all’infinito. La razza umana è proprio strana. Va bene che il mondo è bello perchè vario, ma in questi casi, ho tanto l’idea che sia avariato, più che vario.

Natura e bird-watching in Portogallo

Castelo Rodrigo

Castelo Rodrigo

Ci sono luoghi sconosciuti che ti entrano nell’anima per non lasciarti più. A me è successo in Portogallo, seguendo una rotta nuova e inaspettata, a contatto con una natura aspra e selvaggia, bellissima e dalle forti emozioni. Il Portogallo non è solo, infatti, Lisbona e Porto, ma molto di più. La Regione Centro, per esempio, è un concentrato di biodiversità incredibili, con microclimi inaspettati che la rendono una destinazione unica, da scoprire passo dopo passo. Il nostro itinerario inizia da Castelo Rodrigo, un paesino storico arroccato su una collina, parte del network Historic Villages of Portugal.

Questo villaggio veniva in tempi passati utilizzato come luogo di sosta per i pellegrini in viaggio verso Santiago de Compostela. Il castello, risalente al 13° secolo, fu teatro di numerose battaglie contro le truppe spagnole e contro quelle inglesi. Il villaggio, oggi, è un meraviglioso agglomerato di case in pietra naturale, pervase di silenzio, le cui strette e ripide stradine raccontano storie antiche e in cui il tempo sembra essersi fermato.

Casa da Cisterna

Casa da Cisterna

Qui, nel centro del villaggio, si trova Casa da Cisterna, una tipica casa rurale ristrutturata e riadattata per accogliere i turisti. La saporita cucina casalinga e l’ottima accoglienza dei proprietari, rendono questa struttura il punto di partenza ideale per partire in esplorazione delle valli e delle montagne circostanti. Nei pressi, infatti, si trova il Douro International Natural Park, in cui si possono ammirare sponde scoscese che si tuffano in una valle profonda, scavata dal fiume Douro. Per gli amanti del bird-watching, ma anche per i neofiti, questa zona è ricchissima di specie diverse molte delle quali, a rischio di estinzione, l’hanno eletta a dimora. Appostandosi nei punti giusti, accompagnati da esperti del settore, si possono avvistare aquile reali, grifoni, avvoltoi d’Egitto. L’operatore A2Z Adventures è specializzato proprio in escursioni avventurose a contatto con la natura. Affidandosi alle sue guide, sarà possibile vivere un’esperienza indimenticabile.

PortogalloSpostandosi verso nord-est, non può mancare inoltre una tappa alla Faia Brava Natural Reserve. Un gruppo di volontari, sostenuti unicamente da finanziamenti privati, ha messo in atto un progetto di conservazione e preservazione di questa area naturale acquistando, anno dopo anno, parti del territorio, in modo da salvaguardarlo e renderlo un punto di eccellenza per il turismo naturalistico. Nel 2012, il gruppo è stato in grado di acquisire un’ulteriore area pari a 214 ettari, che è stata riqualificata, dotata di aree di accoglienza e altre strutture in grado di ricevere i turisti in visita. Il tutto, nel pieno rispetto della natura. La bellezza di questa riserva naturale, oltre al paesaggio in sé, sta nella presenza di specie di uccelli protette, ormai quasi del tutto estinte, ma che qui sono avvistabili in abbondanza. Tra queste, si ricordano i rapaci delle falesie, le aquile Bonelli e gli avvoltoi Egizi. Uno dei percorsi che si può seguire prevede una camminata su sentiero di 8 km, che raggiunge la zona adibita a pic-nic. Lungo l’itinerario, la guida spiegherà come la valle si è formata, come un tempo la zona fosse utilizzata dai pastori che vi eressero rifugi in pietra per riposarsi nelle ore più calde della giornata e come ora, quegli stessi rifugi siano stati riadattati ad accogliere i turisti. La sosta per il pranzo permetterà di apprezzare piatti freddi della gastronomia portoghese: dalle torte salate a base di verdure e menta, alle alici fritte insaporite con aglio e cipolla, al budino di riso e cacao amaro.

Tejo

Tejo International National Park

La vacanza all’insegna del bird-watching non può prescindere, inoltre, da una visita del Tejo International Natural Park. Per partire alla scoperta di questa zona, la base ideale è l’Hotel Rural Herdade da Poupa****. Incastonato in un paesaggio naturale selvaggio, questo hotel offre ai suoi ospiti bellezze naturali incomparabili, in una riserva privata che un tempo apparteneva ad una famiglia nobiliare del luogo e che oggi ospita turisti provenienti da tutto il mondo, appassionati di bird-watching e di natura.

Tra gli uccelli che si possono avvistare, si ricordano l’upupa, il gruccione, il grifone, la cicogna nera, il nibbio bianco e l’aquila reale, per citarne alcuni. La struttura organizza safari fotografici in 4×4, durante i quali sarà inoltre possibile osservare una folta tribù di cervi che abitano in questa zona protetta. E, dopo una giornata trascorsa nel parco, quale modo migliore di terminarla se non gustando una sontuosa cena, preparata dal ristorante dell’hotel? Tra i piatti raccomandati segnaliamo la zuppa di zucca e uovo crudo, la pernice al forno con contorno di verdure di stagione, la torta calda al cioccolato, con guarnizioni di fragoline. Ultima tappa di questo viaggio nella regione Centro è la Serra da Estrela Natural Park.

Monsanto

Monsanto

Sulla strada verso il parco, merita una visita il villaggio storico di Monsanto, a pochi chilometri dal confine con la Spagna, la cui origine si dice risalga addirittura al paleolitico. Questo paesino, arroccato su una collina, è caratterizzato da casette costruite interamente in pietra, molte delle quali addirittura scavate nella roccia, ed è sormontato dai resti di un antico castello templare, teatro di remoti scontri tra la popolazione locale e gli invasori romani. Passeggiando tra le ripide stradine del villaggio, avrete la possibilità di ammirare un paesaggio davvero unico, che abbraccia a 360° la valle sottostante, la Beira, la Serra da Gardunha e in lontananza il fiume Ponsul. Per una sosta golosa, il ristorante Petiscos&Granitos è la scelta ideale, nel quale potrete assaporare assaggini tipici portoghesi, da una terrazza dalla quale si gode una vista spettacolare sulla valle. Tappa finale di questo viaggio alla scoperta delle specie di uccelli del Centro del Portogallo è la Serra da Estrela. Qui si trova il parco omonimo, la più grande area di salvaguardia ambientale lusitana, che si sviluppa su circa 1.000 kmq. Qui si trova anche la vetta più alta di tutto il Portogallo, Torre, che svetta con i suoi 1.993 metri. Questa zona è famosa per gli avvistamenti di aquile reali, grifoni e barbagianni, ma anche per altri animali quali la lontra, la genetta, il tasso e il gatto selvatico, anche se non è semplice vederli. Per un tour alla scoperta di quest’area montana e della sua eccezionale geomorfologia, si consiglia di pernottare

Casa das Penhas Douradas

Casa das Penhas Douradas

presso l’Hotel & Spa Casas das Penhas Douradas, magnifico resort immerso nella natura. L’Hotel propone ai suoi ospiti numerose escursioni, adatte a tutti i livelli, dai principianti ai camminatori esperti. Per riprendersi da una giornata intensa dedicata al bird-watching, infine, si può approfittare della Spa del resort, che offre trattamenti rilassanti ed energizzanti, senza farsi mancare un’appetitosa cena presso il ristorante gourmet.

Indirizzi utili:

Voli da Milano e Roma per Porto: www.flytap.com/Italia/it/Homepage

Casa da Cisterna: www.wonderfulland.com/cisterna/

A2Z Adventures: www.a2z-adventures.com
Hotel Rural Herdade da Poupa****: www.herdadedapoupa.com

Casa das Penhas Douradas Design Hotel and SPA****: www.casadaspenhasdouradas.pt

Se ci fossi, papà?

Papà ed io

Papà ed io

Nel corso degli anni, quante cose sono cambiate. Quanti equilibri si sono rotti, alcuni irrimediabilmente, altri si sono cristallizzati, molti si sono semplicemente modificati. In meglio? In peggio? Sono tutte questioni personali che andrebbero indirizzate ai posteri. Eh sì, ai posteri l’ardua sentenza. Non ho potuto trattenermi. Ho dovuto farlo. Scrivere di questa cosa. Che lacera l’anima e lascia in bocca un sapore amaro. Come di sconfitta. Nei miei momenti peggiori, ma anche e soprattutto in quelli migliori, lui non c’era. Non c’è da quasi 23, lunghi anni.

Tanti di noi hanno perso qualcuno che amavano. Non sono la prima nè sarò l’ultima. Questo è certo. Tuttavia, ognuno di noi vive il proprio lutto, la propria perdita come se fosse unica. Ed in un certo senso lo è. Quando mi hai lasciata, papà, ero troppo piccola e sciocca. Alle medie pensi solo a studiare per passare l’esame, a ottenere un’uscita in più con le amiche, a comprare la maglia o la borsetta all’ultima moda. Pensi già alla discoteca (ho sempre amato alla follia ballare, me l’hai trasmessa tu questa passione), ma di andarci neanche a parlarne. O meglio, se ci fossi stato tu, forse avresti mitigato un pò la rigidità nell’educazione impartitami. Mamma è un soldato mancato, lo sai. E io di conseguenza. Rigore, rispetto, educazione. Prima di tutto. Anche se, lo devo ammettere, ripensandoci, meno male che è stata così. Vedo delle persone in giro… Ma tu questo già lo sai. Te l’ho raccontato tante volte durante le nostre chiacchierate.

Ed è grazie all’educazione ricevuta che, durante il tuo funerale e nei giorni precedenti e seguenti, mi sono rifiutata, sì! rifiutata di piangere. Solo i deboli piangono, mi dicevi. E io non volevo essere debole. Volevo assomigliare a te. Al mio papà forte. All’uomo che di debolezze ne aveva, ma le mostrava assai di rado. E quindi, semplicemente, mi imposi di non piangere. Soprattutto per non dare alle persone che venivano a trovarci, e alla folla che era presente al tuo funerale, la soddisfazione di vedermi in lacrime. Il dolore è una condizione dell’anima. Nessuno deve poterci speculare sopra. E come ero fiera di me mentre, le sere che passavo finalmente a sfogarmi piangendo fino ad avere gli occhi che mi facevano male, pensavo con orgoglio che ero riuscita a trattenermi!

Chissà quanti hanno pensato che fossi troppo inebetita per piangere o che non mi rendessi conto di quello che mi era successo! Ah! Invece no, avevo fatto tutto di proposito. Non sai la fatica.

Non ci sei più stato, per me. Né per mamma. Non c’eri quando mi sono diplomata, non c’eri quando ho scelto la facoltà e mi sono districata tra corsi, treni, esami, pagamenti di tasse. Non c’eri quando un ragazzo mi ha rubato il cuore e l’ha schiacciato riducendolo in mille pezzi. Non c’eri quando, infine, mi sono laureata. Non c’eri nemmeno quando mi sono sposata. Spesso sognavo di arrivare in chiesa e trovarti lì, sulla soglia. Ad aspettarmi per accompagnarmi all’altare. Eh sì, si può essere “antiche” pur essendo giovani. Alla faccia di chi mi biasima o mi prende in giro per la mia fede, per il mio credere. Ma se non credessi, papà, come potrei accettare il fatto di non vederti mai più?

Ma soprattutto, non c’eri quando finalmente ho scoperto di essere incinta. E non di un bambino solo, ma di due! Chissà come avresti reagito. Chissà cosa mi avresti detto. Chissà.

Ecco, papà, mi ritrovo spesso a chiedermi come sarebbe, se ci fossi ancora. Mi saresti di sostegno? Avresti appoggiato le mie scelte? Tutte? Ma soprattutto, quanto avresti gioito per l’arrivo di Ludovica e Veronica, due bambine? Tu che, quando mamma ti disse che era incinta, avevi fermamente sostenuto di volere una bambina?

Beh, non so come sarebbe. Non lo saprò mai.

Quello che so per certo è che, alle tue nipotine, racconterò tutto di te, dalla A alla Z, per citare un’espressione a te cara.

Ma poi penso che forse sarà superfluo raccontare di te, perché credo che loro già ti conoscano. Quelle volte che guardano fisso fisso un punto e sorridono, sorridono, sorridono, forse vedono te. Loro, che sono ancora angioletti, possono quello che io bramo da quasi 23 anni. Glielo chiederò, papà. E vediamo cosa avranno loro da raccontarmi.

Mamma, moderna dea Kālī

  Altra questione sempre aperta è la capacità della donna di fare più cose contemporaneamente e la totale, assente, impossibile da tollerare incapacità dell’uomo di farne anche solo due insieme. 

Facciamo un esempio: la mamma, mentre cucina la cena per le pupe (che mangiano prima), cucina anche per lei e il marito, prepara il tavolo, dá da mangiare al cane e lo coccola col piede, beve un bicchiere d’acqua, prende al volo il ciuccio di una delle due diavolette che giocano a chi lo lancia più lontano. E, non dimentichiamolo, nel mentre fa anche un po’ di pulizia e asciuga qualche piatto. Le bambine in precario e pericoloso equilibrio una in braccio e l’altra sul ginocchio destro. Tanto che, dopo un quarto d’ora così, la mamma semplicemente cambio braccio e gamba, che tanto essendo parente stretta della dea Kālī di braccia ne ha in abbondanza. 

Consideriamo adesso l’approccio al multitasking del padre. Ah, io rido già e voi? 

Caso A: le bambine piangono perché hanno fame e il padre è da solo. Cosa fa? I due neuroni si guardano impauriti e tremanti. Sanno bene che la decisione spetta a loro, ma il quesito è troppo complicato…E allora cominciano a sbattere come forsennati al ritmo di “yuh huuuu, c’è nessuno?” contro le pareti del cranio. Poi decidono di giocarsela a testa o croce. Testa: preparo io da mangiare. Croce: aspetto che arrivi la mamma e lo faccio fare a lei. Chissà perché, esce sempre e immancabilmente croce. 

Caso B: le bambine si svegliano con le scatole in giostra. Urlano e si dimenano, che neanche Batman al suo primo incontro con Jocker. Cosa fa il papà? Opzione A: si sdraia sul divano con sguardo vacuo e ne prende in braccio una. Nel frattempo sarebbe semplice cercare di placare l’altra cantando una canzone. Ma no! Questo è impossibile….non può, ma soprattutto NON ci riesce a fare due cose contemporaneamente: cullare una e cantare una canzone all’altra. Opzione B: chiama la mamma. Che arriva prontamente con il taccuino per segnare la spesa da fare in una mano, la biro in bocca, il mocio vileda attaccato ad un piede (già bagnato e strizzato) e la scopa elettrica che la segue a ruota come un cane fedele. Le bimbe, appena la vedono, fanno partire la ola, applaudono e poi ammutoliscono. D’incanto. 

Gli esempi sarebbero ancora molteplici, ma devo smettere qui perché, mentre sto scrivendo, sto sistemando il letto e cullando una delle due che nel frattempo si è svegliata. Per fortuna, i miei neuroni non si sentono soli e spaesati!

Letter from Italy to my very best friends in America

Dear all (Danielle, Fede, Andrea and all the others),

I saw that Dani shared my link on her FB page. So nice of her! Unfortunately, I suppose that you cannot read that post on my blog (as all the others I published). With this quick message, I’d like to thank you all for visiting my blog (I saw that there have been around 10 visits this morning). May I suggest you use google translate? It’s so funny! You’ll find a complete and senseless post, with lots of mistakes… Like this message, maybe 🙂

Ok, that’s all for now.

Have a good day and let’s keep in touch.

All the best

Annalisa

La Signora della West Coast

Golden Gate BridgeParlo di lei, ovviamente, di San Francisco. Perché comincio a scrivere anche di viaggi? Beh, perché è quello che, almeno in teoria, so fare meglio. Dato che me ne occupo ormai da quasi dieci anni. Faccio la giornalista freelance da una decade. Tra pagamenti a 90 giorni (quando arrivano) e proposte su proposte che vanno approvate, riviste, corrette, aggiornate. Sempre su tematiche diverse. Ma questa è un’altra storia. E di freelance come me è pieno il mondo. Ho anche un lavoro, non precario, per fortuna, Ed è grazie a questo lavoro che mi sono potuta “permettere” la maternità tanto a lungo desiderata.

Ma tornando a noi, oggi voglio raccontarvi di questa magnifica metropoli americana, tanto poco americana quanto piuttosto dal sapore europeo. Detto così vi sembrerà strano, ma chi c’è stato sa a cosa mi riferisco. Soprattutto nei quartieri “old style”, tipo Castro, gli edifici, i parchi, l’atmosfera frizzante che vi si respira non hanno nulla a che invidiare ad altre città italiane o del mondo, se è per questo.

Sarà per la sua bellezza amichevole e romantica, o forse per la sua atmosfera chic e hippy, ma di San Francisco ci si innamora, a prima vista. Proprio come nel film “Love at first sight”, quando si arriva in questa città il cuore smette per un attimo di battere, per poi ricominciare sempre più veloce.

Ho avuto modo, e la fortuna, di visitarla due volte. Con compagnie diverse. La prima, anni e anni fa, con mia mamma, mia zia e mio cugino. Quel viaggio strepitoso l’avevo vinto partecipando ad un concorso natalizio indetto da una famosa marca di panettoni. Mia mamma aveva così insistito perchè spedissi il tagliando, soffocando le mie proteste che dicevano che tanto non si vince mai, che quando è arrivata la raccomandata che mi annunciava la vincita non potevo credere ai miei occhi. Nel tour di 14 giorni negli Stati Uniti era compresa anche una visita a San Francisco.

La seconda volta ci sono stata per il matrimonio di una cara amica americana, che si sposava con un ex collega italiano. E in questa occasione, complici i suoi suggerimenti e l’età adatta, ho scoperto luoghi, negozi e attrazioni che la prima volta non avevo nemmeno considerato. Ma si sa, viaggiare da soli e non in un gruppo organizzato permette di scoprire una destinazione in modo completamente diverso, più consono agli interessi personali.

Ma andiamo con ordine. Se vi capiterà di visitarla, in un futuro prossimo, vi consiglio di segnare in agenda questi indirizzi.

Si parte con due grandi classici, la zona del porto, il Fisherman’s Warf e il Golden Gate Bridge, il ponte che non poteva essere costruito. La zona del porto è ricca di locali, ristoranti, negozietti (piuttosto cari, a dire la verità), ma soprattutto di bancarelle che propongono ottimo street food: dal pesce alle verdure al cartoccio. Qui, comunque, una delle attrazioni principali sono i leoni marini, che durante le giornate di sole salgono sulle banchine e si godono il tepore. Non sono particolarmente amichevoli, per cui vi consiglio di non avvicinarvi troppo.

Nella zona del Golden Gate Bridge, dopo aver fatto una passeggiata sulla spiaggia nei pressi del ponte ed esservi gustati una buona colazione (consiglio il double chocolate muffin e il double black coffee, li servono praticamente tutti i bar e i locali della zona), fate una sosta al de Young Museum che sorge nel Golden Gate Park. Questo museo propone mostre permanenti di manufatti dell’epoca western e mostre temporanee dedicate all’arte contemporanea, astratta e di epoca impressionista. Il biglietto di ingresso costa 10 $, quindi non è nemmeno caro, e gli orari di apertura, soprattutto nel periodo estivo, sono ottimi: dalle 9.30 alle 20.45, con orario continuato. Chiuso il lunedì.

La vostra visita a Frisco (come viene chiamata dagli abitanti del posto) non può prescindere da un tour di Alcatraz. Attenzione perchè la visita deve essere prenotata in anticipo. Si parte dalla zona del porto alla volta dell’isola che ospitò per 29 anni il penitenziario di massima sicurezza più famoso al mondo. Tra i suoi “ospiti di riguardo” ricordiamo Al Capone e George “Machine Gun” Kelly. La visita dell’ex penitenziario prevede un tour delle celle di massima sicurezza, delle celle di isolamento (attenzione ai claustrofobici!), della mensa e dei tremendi “buchi neri”, dove i criminali peggiori venivano rinchiusi per giorni e giorni. La visita dura circa un’ora e mezza ed è fondamentale, soprattutto nel periodo estivo, prenotarla prima. Il biglietto per la sola visita di Alcatraz costa 30 $ a persona. Info e prenotazioni su www.alcatrazcruises.com

Lasciando le zone più turistiche della città, vi consiglio di perdervi a piedi nelle vie della zona di Alamo Square’s, dove potrete ammirare le splendide “signore dipinte”, ovvero le case in stile vittoriano, multicolore, che svettano eleganti e superbe lungo le strade in salita.

Per sessioni di puro e rigenerante shopping, invece, consiglio di recarvi in Haight Street e Union Street. La prima raccoglie una miriade di negozietti in cui trovare capi vintage, hippy, street style. Qui, imperdibile è una sosta al Villains, considerato uno dei negozi leader per la moda street style, giovane e insolita. Inutile dire che l’articolo maggiormente venduto e nel quale sono specializzati è il jeans vintage, in tutte le forme e i colori. Prezzi da 50 euro.

Per altri acquisti a tema, recatevi al Wasteland, considerato la mecca fashion dalle amanti del genere “flower child” anni ’60, che offre una vasta scelta tra modelli usati, vintage e nuovi in tema di moda hippy, dai gonnellini a fiori, alle camicie ricamate.

Union Street, invece, è considerato il Distretto della Moda, lunga ben otto isolati, da vivere up and down. Il negozio più curioso è senza alcun dubbio Blues Jean Bar ricavato all’interno di un antico locale del XIX secolo, dove, anziché ordinare un caffè al bancone, si può visionare il “menu” dei jeans e richiedere il modello che meglio si adatta ad ognuno. Prezzi da: 70 euro

Infine, uno shopping-tour a San Francisco non può escludere My Roomate’s Closet (3044 Fillmore Street angolo Union Street), boutique-outlet dove trovare abiti, accessori, gioielli e scarpe disegnati dai migliori stilisti americani a prezzi di outlet. Costo: da 30 euro

Se vi ho convinto e state pensando di prenotare la vostra prossima vacanza proprio a Frisco, vi consiglio di prenotare il Nob Hill Hotel, pregevole tre stelle in stile vittoriano, sito nell’omonimo quartiere chic di Nob Hill. Prezzi da 178 € a camera a notte, occupazione doppia.

Per maggiori informazioni sulla destinazione, vi consiglio di visitare il sito ufficiale dell’Ente del Turismo di San Francisco www.sanfrancisco.travel/

Come cambiano gli equilibri all’interno della coppia

LinusQuesto titolo avrei potuto corredarlo sia di punto esclamativo che di punto interrogativo. Quando parlavo con le amiche e le conoscenti (o le parenti, se è per questo) di come possono, anzi, vengono modificati gli aspetti routinari della vita quotidiana, dentro di me mi dicevo “a noi non succederà“. Mi facevo forte delle esperienze degli altri per cercare di capire dove, secondo me, avevano sbagliato, per evitare i medesimi errori. Stolta e stupida che ero! Prima di tutto, ognuno vive una vita propria. Lapalissiano, direi. Ma vero. In secondo luogo, ogni famiglia e ogni ingresso di nuovi-nati in casa viaggia su binari propri, che nulla hanno a che vedere con quelli degli altri. Sì, certo, delle affinità ci sono. Ma si limitano a quelle e a nient’altro.

Passata la prima settimana di assestamento e dopo il can-can dei primi momenti mi sono resa conto che lo spazio che avevo tanto gelosamente costruito, il mio micro-ambiente personale era semplicemente svanito nel nulla. Come avrete già capito, amavo moltissimo leggere. Impossibile farlo ancora. Le piccole avevano (e hanno tuttora purtroppo) forti disturbi del sonno. Forse dovuti alla loro condizione di prematurità, forse legati al fatto che dopo aver trascorso oltre un mese in un ambiente noto si erano trovate d’improvviso proiettate da un’altra parte, fatto è che il loro sonno era tanto discontinuo quanto agitato. Chiesto il parere a diversi specialisti, mi venne detto che le ragioni potevano essere molteplici: è un fatto naturale, tutti i bambini si svegliano dalle due alle tre volte per notte; il fatto di essere premature creava in loro uno scompenso: fondamentalmente, essendo uscite troppo presto dalla pancia della mamma, il loro desiderio più grande era quello di ritornarci (e, a dirla tutta, era anche il mio!); semplicemente avevano scambiato la notte per il giorno (cagata pazzesca, passatemi il francesismo).

Fatto sta che, se prima avevamo la possibilità di ritrovarci dopo cena per qualche momento insieme, adesso io e Andrea eravamo completamente distanti. Io appresso alle bambine, lui sdraiato sul divano che imperterrito cercava di andare avanti con la sua vita di prima. Incauto! Non so se è capitato anche a voi, ma gli uomini in generale (non tutti, ovvio, ma tantissimi) sono piuttosto restii a cavalcare l’onda del cambiamento. Piuttosto ci si fanno trascinare. Spesso affogando.

Lo status quo è una sorta di copertina di Linus che nemmeno sotto tortura vogliono abbandonare. Ci si aggrappano come l’ultimo dei naufraghi sopravvissuti ancorati allo scoglio della salvezza.

E che dire degli aperitivi del sabato sera con gli amici? Se già nell’ultimo periodo della gravidanza, ahimè, non avevamo potuto dare il meglio di noi per ovvi motivi, adesso men che meno. Lui tentava di convincermi. Buttandola lì, come un discorso qualsiasi tipo “scongelo il pane?” o “che tovaglia metto?”. Ogni tanto spuntava un “questa sera usciamo a prendere l’aperitivo con gli altri?”. Occhi ridotti a due fessure che guardavano occhi che facevano la ola pur di non fissarsi nei miei. “Ma se ci hanno detto di non portarle in luoghi affollati, per evitare che si ammalino, secondo te le vado a chiudere in un locale pieno fino all’inverosimile?“.

Venivo guardata come si può osservare un’enorme cacca di elefante in mezzo al salotto, un misto di sorpresa e incredulità. Farcito di bizze. Il problema è che la mente dell’uomo fissa immagini e indicazioni per il tempo necessario a passare per “bravo ragazzo”. Poi, passata la festa gabbato lo santo. Mentre in ospedale era tutto un annuire energicamente a qualsiasi informazione utile ci venisse data, da primo della classe attento e scrupoloso, tornati a casa le nozioni erano semplicemente passate nel cassetto dei ricordi da dimenticare. E la sua testa aveva fatto ZOT. Come un computer attaccato da virus che improvvisamente smette di funzionare e perde tutti i dati.

Cena e pranzo ai soliti orari, ma soprattutto seduti? Impossibile. Se i primi tempi tutto sommato le bambine erano relativamente gestibili, col passare delle settimane le loro esigenze sono cambiate e hanno richiesto sempre più attenzioni. Non esisteva più quel momento di relax in cui ci si siede a tavola, si assapora il cibo. Eravamo passati dall’essere allegri conviviali al diventare orchi affamati che ingurgitano quello che trovano sul tavolo ad un ritmo impossibile da sostenere anche per un leone della savana a dieta da mesi. Incredibile come le bambine, con le antennine ritte, captassero il momento esatto in cui posavamo i sederi sulle sedie e afferravamo famelici la forchetta. Ecco che, praticamente subito, scattava il pianto di una delle due. Puntualmente seguito dall’altra.

A queste situazioni ci si abitua a fatica, ma ci si abitua. Almeno le donne si adeguano.

E concludo con una grande verità: gli uomini reggono il mondo. Le madri reggono l’eterno, che regge il mondo e gli uomini.

E l’istinto paterno? Dove lo mettiamo?

homer simpsonAh, questo sì che è un bell’argomento…Potrei scrivere un trattato di un milione di pagine, ma cercherò di contenermi.

Arrivati a casa, tutto quello che Andrea aveva (forse) imparato in ospedale, è andato a farsi friggere. Per essere fini, eh. Quando cambiavamo le nanette nel reparto prematuri (in realtà lui l’ha fatto veramente poche volte e sempre così impacciato che persino le bambine lo guardavano di traverso come a dirgli “beh, ma ti dai una mossa??”), le infermiere si raccomandavano sempre di NON lasciarle incustodite. Di NON lasciarle da sole sul fasciatoio. E altre varie ed eventuali.

Appena messo piede nel suo regno, era lui che “sapeva cosa fare”. Con aria tronfia, doveva mostrare al mondo che lui aveva tutte le nozioni base per accudire al meglio le piccole. Infatti. Prima cosa fatta? Mise la bambina sul fasciatoio (che si trovava ancora in anticamera invece che nel bagno) e la lasciò lì per andare a prendere non so più cosa da un’altra parte. E qui scattò la mia personale sirena dell’antifurto “Andreaaaaaaaaaa, ma cosa stai facendo???? Ti ricordi cosa ci hanno detto in ospedale? Che non vanno mai lasciate da sole? C’era tanto di cartello!”. E lui “ma dove vuoi che vadano? Neanche si muovono!” E sua mamma “Ma sì, sono ferme lì”.

Uno tsunami di emozioni cangianti, dalla rabbia al furore cieco, dal nervoso alle palpitazioni cominciarono ad invadermi. Mi trattenni dallo sputare fuori improperi che una signora nemmeno dovrebbe conoscere, non dico pronunciare. Corsi vicino alla piccola e rimasi lì finché non arrivò lui. Poi la cambiai io.

Senza entrare nel merito di chi può dire cosa (scatenerei un vespaio che preferisco rimanga assopito ancora per molto), ho pensato “ci ho messo sette mesi di fatiche e sacrifici per farle, e lui tenta in un secondo di disfare tutto!”.

A questo punto, la domanda nasce legittima e spontanea: l’istinto paterno esiste? Secondo me, no. Ancora meno che quello materno. Diciamoci la verità, non si può generalizzare, questo è ovvio. Ma, da quello che ho potuto vedere, esistono alcune tipologie di padre. Vediamo Andrea in quale si riconosce.

Il mammo-papà. Ovvero quello che al primo pianto del bambino scatta in piedi come caricato a molla. Lascia tutto quello che sta facendo e plana come un angelo vendicatore sulla culla per vedere che succede. Apostrofa il bambino con paroline tipo “pucci pucci, cocci cocci, trullallà trullallà“. Il bambino smette subito di piangere. Ma lo fa semplicemente perchè dentro di sè pensa “ma cosa sei, scemo? guarda che sono un neonato, mica un cretino!“.

Il papà-bradipo.Questa categoria è abbastanza controversa. E’ quel papà che ama alla follia il suo divano. Che ha preso la forma del suo corpo secoli fa. Ci si accomoda appena può, telecomandi a portata di mano (non di braccio eh, deve poter proprio solo allungare un dito per cambiare canale), cuscini a non finire. Non provate a parlargli mentre guarda la sua serie preferita. Mugugna qualcosa, ma in realtà non ha sentito nulla. Se il bambino piange, gira appena la testa come a dire “vai tu questa volta, vero?“. E se poi proprio si deve alzare, ecco che lo fa col broncio di un bambino di cinque anni cui hanno tolto la scatola dei lego.

Il papà pavone. E’ quello che si pavoneggia con tutti: dal macellaio alla panettiera a qualsiasi passante gli capiti a tiro per strada. Racconta a tutti dei gorgheggi del figlio, di quante volte ha fatto la cacca (la segna scrupolosamente sul calendario) e della sua consistenza, di come era carino quel rigurgitino-ino-ino dell’altro giorno. E prevede già un futuro da star per il piccoletto. Diventerà un ingegnere o diventerà una top model, senza nemmeno curarsi delle possibili altre velleità del figlio/della figlia.

Il papà madovesonocapitato e soprattuttochisono. Guarda il figlio come se fosse un alieno. Non sa da che parte cominciare a cambiargli il pannolino (di solito lo mette al contrario e lo stringe troppo), non riesce a infilare il body dalla parte giusta (chissà come mai, a cambio terminato, il piccolo sembra sempre una mummia imbalsamata, forse perché ha messo entrambe le gambine nello stesso buco!?) e per lui i vestiti sono un mistero ancora non scoperto.

Il papà chioccia. Guarda ancora la compagna/moglie come se fosse la Madonna (beate loro, il mio ha smesso appena ha visto le bambine). La notte, durante l’allattamento, si siede a fianco della compagna e le tiene compagnia, le porta da bere, le massaggia i piedi, la conforta. Durante il weekend, prende il pupo/la pupa e lo porta in giro per permettere alla mamma di riposarsi come si deve almeno per qualche ora. Scarpinando per chilometri e chilometri, tendendosi il più lontano possibile da casa. Sì, vi assicuro che anche se rari, questi papà esistono!

E, a proposito dell’istinto paterno, che dire? Quali conclusioni trarre? Che il padre, così come la madre, impara ad essere davvero un papà solo col tempo. Anche se, va detto, non avrà mai quel potere di spostare le montagne e disintegrare gli inopportuni con uno sguardo. Questi super-poteri li hanno solo le mamme.