Di notte leoni al mattino…

imagesDei problemi di sonno notturno, e non, ho già ampiamente discusso. Negli ultimi mesi avevamo avuto degli sprazzi di miglioramento: entrambe, per puro caso, ci avevano regalato notti solitarie (non prive di alzate repentine per ridare i ciucci, ora ad una e ora all’altra). Nel senso che non avevamo dovuto recuperarle di gran carriera mettendole a dormire con noi, ma erano rimaste nei loro lettini fino a ben le 6 del mattino. Eh sì, i miracoli, a volte, esistono. Ma siccome Paganini non ripete (e Ludovica e Veronica nemmeno, a quanto pare), la routine positiva che pensavo si stesse gradualmente instaurando è scappata di corsa, di nuovo. E così, abbiamo ricominciato con i recuperi notturni.

Posto che non voglio scatenare polemiche e dibattiti sterili sul fatto se sia giusto o meno accogliere i bambini nel proprio letto (penso che ognuno debba gestire la situazione come meglio crede, anche in funzione di una più o meno sana dormita), tuttavia non posso non chiedermi quando le ragazze cominceranno a riposare di notte senza più svegliarsi. I pareri sono tanti e discordanti: da chi dice che non succederà finché non avranno messo tutti i dentini a chi afferma che il modo migliore per garantire sonni d’oro a tutta la famiglia sia quella di lasciarle piangere, a chi ancora suggerisce il metodo Estivil. La prima volta che ne ho sentito parlare, ho pensato che si trattasse di somministrare compresse o rimedi medicinali di qualche tipo. E aborro l’idea di propinare a due bambine di 14 mesi medicinali se non strettamente necessario. Poi, investigando meglio, ho scoperto che il suddetto metodo prende il nome dall’omonimo pediatra che lo ha ideato. Il quale (e non sono sicura che sia padre…) suggerisce di procedere come segue:

  • dare delle regole e delle ritualità ben precise prima di dormire (ok, su questo dobbiamo organizzarci un pochino meglio)
  • Mettere il bambino nel suo lettino, nella sua cameretta, e andarsene immediatamente (come prego? abbandonarle lì da sole? Ma questo chi è, un diretto discendente di Erode????)
  • Nel caso il bimbo pianga (e vi assicuro che è sicuramente il caso delle ragazze), la mamma deve rientrare nella stanza a intervalli regolari (ovvero dopo un minuto, dopo due minuti, dopo tre, e così via), consolarlo senza prenderlo in braccio (cioè? col tono di voce? col canto? con danze tribali africane?), uscire ed andare avanti così

Questo, in estrema sintesi, quello che propone ‘sto pediatra dei miei stivali. Dunque, posto che tutti i metodi sono basati (almeno spero) su fondamenti scientifici e su ricerche a campione, suggerirei al Dott. Estivil di venire a casa mia. Una notte può bastare. Avendo non una, ma ben due creature e considerando che, salvo rare eccezioni, non piangono quasi mai contemporaneamente, seguire questo metodo significherebbe, per me, passare l’intera notte a scavare solchi nel terreno, avanti e indietro, da una camera all’altra. Per poi andare, il mattino successivo, modello zombie, in ufficio.

E quando, come nel caso di questa notte, una delle due si sveglia alle 2.11, fresca come una rosa, garrula garrula, intenta a ballare nel suo lettino, giocando con le bambole, il luminare Estivil cosa suggerirebbe di fare? Visto che la bambina si è già addormentata e semplicemente ha pensato bene di svegliarsi con largo anticipo?

Pensavo a questo, questa notte, mentre con Ludovica in braccio percorrevo chilometri su chilometri per la casa, col cane appresso che sperava ci saremmo fermate prima o poi perché voleva dormire (lui!), spostandomi da un letto all’altro, al divano, alla vasca da bagno. Cantando, cullando, minacciando e cantando ancora. Avanti così, fino alle 4.30 (ultima volta che ho guardato l’orologio con disperazione). Finché, stremati, io da un pò, Ludovica per sfinimento e il cane per osmosi, ci siamo lasciate accogliere da Morfeo.

E poi, quando la sveglia, puntuale, alle 6.30 ha cominciato a trillare impazzita, ci ho messo un attimo a capire che non era Ludovica che piangeva (inutile, quindi, riprendere a cullarla), ma l’aggeggio infernale che mi imponeva di alzarmi e camminare. Come un Lazzaro moderno. E, guardandomi allo specchio, ho compreso appieno il significato del modo di dire “Di notte leoni, al mattino…”. Fate un pò voi.

Un anno fa

yesUn anno fa accadde il prevedibile acquattato sotto la sabbia. Lo stress, la stanchezza, la voglia di essere sola, le urla incessanti, gli after-hour continui, la gestione del quotidiano stravolta. Un anno fa, la mia vita è cambiata per sempre. No, non parlo delle bambine, ma di altro. Certo, le bambine c’entrano eccome. Ma la colpa non è e non sarà mai loro. Vorrei che questo post avesse una funzione catartica, ma so che servirebbe ben altro. Servirebbe che uscissi anche io dal mio guscio, accuratamente costruito e rinforzato, anno dopo anno, vicenda dopo vicenda. Servirebbe che lasciassi da parte l’educazione militare ricevuta per lasciarmi andare al trash che alcuni amano tanto. Servirebbe e basterebbe che dimenticassi, per un attimo soltanto, che sono diventata un’adulta a tutti gli effetti ora che ho due figlie, e provassi ad essere una giovane. Col cuore da vecchia già da tempo.

Lasciatemi raccontare una storia. Ci sono episodi che solcano e scavano l’animo come pochi sanno fare. Tanti ti possono ferire. Tanti ti possono segnare. Ma ce ne sono alcuni che si imprimono nella mente, nella memoria, nel corpo e nello spirito e da lì non se ne vanno più. Li puoi ammansire, tentare di mitigare. Puoi cercare di renderli meno dolorosi con pillole di pseudo-freschezza e tranquillità, ma non se ne vanno. Sono sempre pronti, in ogni momento, a riempirti di nuovo la testa di urla e scenate e atmosfere surreali. Di colpi al cuore che non pensavi (né speravi) ti avrebbero mai raggiunta. E nel momento in cui il tuo piccolo mondo ti crolla addosso, pensi solo ad una cosa: a scappare. A lasciarti tutto alle spalle. A fare un sano e giusto mea culpa.

A riconoscere che sì, ti sei sbagliata. Che il castello che avevi costruito si fondava su carte da gioco scadute, lise. Che al primo soffio di vento potente è venuto giù. E dalle macerie è difficile risalire. Non sei l’araba fenice e forse nemmeno vuoi esserlo. E allora pensi a cosa puoi fare. A cosa non vuoi più fare, né tollerare, né subire. E non sai che decisione prendere. Qualcuno sarà comunque scontento. La vita di qualcuno, volente o nolente, cambierà gioco-forza.

Dovresti parlare, sì. Sarebbe la soluzione migliore. E allora lo fai: due, tre, quattro volte. Ma la situazione rimane quella, non cambia. Non vieni capita. Agli altri non interessa capirti. Come le due rette parallele e vicine che non si incontrano mai, anche nella vita capita che, sfidando le leggi della geometria, si tenti di intrecciare le rette. E si pensa pure di esserci riusciti. Ma in realtà, non è così. Rimane tutto come prima. Solo la stanchezza e il senso di spossatezza aumentano. E la consapevolezza tristissima di non essere capita, né apprezzata, né amata. Almeno, non nel modo in cui vorresti tu.

E trovi dei muri di gomma contro cui le tue paure e le incertezze e le richieste di aiuto rimbalzano. E tornano indietro come boomerang. E allora, l’unica cosa che vuoi, per te e per quelli che ami, è dire basta. Quando gli insulti peggiori ti vengono mossi da chi hai aiutato e supportato anche a costo della tua felicità, qual è la soluzione migliore?

Molto spesso non si può perdonare. Né tanto meno dimenticare. Non dico alimentarsi di un sentimento d’odio, questo no. Ma tenere i ricordi in cassetti della memoria ben specifici, pronti all’uso, questo sì. Lo si deve fare. Per ricordare. Per non ripetere gli stessi errori. Per rialzarsi e ripartire dopo una brutta, orribile caduta. Guardando indietro con un misto di lontananza e indifferenza. Indispensabile per fare in modo che le ferite prima o poi si rimarginino.

Perché, prima di tutto, c’è la propria dignità e la propria felicità. Ma soprattutto, il RISPETTO, non solo per gli altri, ma anche per sé stessi. Senza di questi componenti, è impossibile essere una persona serena e, di conseguenza, una buona madre.

La nonna bis è tornata a casa!

I girasoli sono i fiori preferiti di Magna...bentornata a casa!

I girasoli sono i fiori preferiti di Magna…bentornata a casa!

La scorsa settimana è stata dura. Magna (termine piemontese che indica la zia, in questo caso è la mia prozia) si è sentita male per l’ennesima volta. Corsa al pronto soccorso, ricovero, analisi, diagnosi finale: piccolo infarto. Ricoverata nel reparto di terapia intensiva coronarica, non poteva ricevere visite se non super-selezionate e solo in orari strettissimi. Poco male, per me, che tanto sono a ben 200 km di distanza, malissimo per lei e per il suo morale. Ho rivissuto, di colpo, una tragedia di alcuni anni fa, quando anche mia nonna fu rinchiusa in un reparto di terapia intensiva nel maledetto ospedale di Cuneo. E da lì vi uscì solo morta. Ma questa è un’altra storia, per fortuna.

La mia Magna sta facendo delle cure specialistiche da anni. Ha grossi problemi di salute che la costringono a terapie settimanali piuttosto invasive. Ma lei, grande e fortissimo leone, le affronta sempre con serenità, con un sorriso per tutti. Anche se è stanca, molto stanca: di stare male, di doversi curare, di non poter più gestire la casa e le sue cose personalmente. Come aveva sempre fatto. L’ho già detto e lo ripeto (lo ripeterò fino alla nausea): le donne della mia famiglia sono così. Delle combattenti nate. Sempre in movimento, sempre con qualcosa da fare, grande o piccolo che sia, sempre attive. Potete forse immaginare come, un riposo forzato e una botta di quel tipo possano aver influito sul morale già basso della mia Magna. Quando l’ho sentita la settimana scorsa, le sue prime parole sono state “sono stanca”. C’era racchiuso un universo in quell’espressione. Non era solo stanchezza fisica, ma anche e soprattutto mentale e morale. Era, e mi ci sono ritrovata anche io mille volte, la voglia non più troppo repressa di lasciarsi andare, di smettere di lottare per avere una vita con una qualche parvenza di normalità. Ho cercato, per quanto possibile, di tirarle su il morale. Mandandole foto e video delle bambine.

Poi la notizia dell’intervento imminente. Come un fulmine. Ho pregato pregato e ancora pregato il Signore che la preservasse e la seguisse come un’ombra, affinché andasse tutto bene e tornasse a casa. E così è stato. Lunedì è stata dimessa ed ora è a casa. Avrei tanto voluto essere lì per accoglierla festosa. Come lei fa sempre tutte le volte che torno a casa io. Esce sul balcone, quel balcone strapieno di bellissimi e colorati fiori, con una casetta per gli uccellini, un galletto di latta dipinto saldamente ancorato ad un vaso. Strascica un pò i piedi, fa fatica a muoversi, ma sul balcone esce sempre, per darmi il bentornata. E per vedere le bambine.

Da quando ci sono loro, la mia Magna (la loro nonna bis, come la chiamiamo noi) sembra ringiovanita un pochino. Il suo viso scavato dall’esperienza si illumina, la voce riprende vigore, le gambe sono più salde. E la sua risata echeggia per tutta la casa, insieme a canzoni dialettali che avevo dimenticato e che rispolvero ogni volta con piacere. Vorrei intervistarla, questa grande donna. Mettere su nastro tutti i suoi ricordi, la storia della mia famiglia, la guerra, le sue sorelle e i miei bisnonni. Vorrei immortalare per sempre un pezzo del mio passato. Perché un giorno, le piccole, abbiano la possibilità di ascoltare direttamente dalle sue parole, le loro origini piemontesi.

Per questo, prego ancora adesso e pregherò per molto ancora, spero che Dio la preservi ancora per anni e anni e vegli su di lei. Perché vorrei che le mie bambine avessero la possibilità di ricordarla direttamente, la mia Magna, non solo come una persona di cui potrei raccontare io la vita. Speriamo!

Piemonte vs. Lombardia e viceversa

Uno dei simboli del Piemonte, la Mole Antonelliana di Torino

Uno dei simboli del Piemonte, la Mole Antonelliana di Torino

Questa questione mi fa tanto sorridere. Ogni regione, è chiaro, ha un suo dialetto. Ben vengano i dialetti: sono lo specchio, la tradizione e la cultura di un popolo e di territorialità specifiche. Tuttavia, secondo la mia personalissima opinione, o si parla l’italiano o si parla il proprio dialetto. Un mix, che molti considerano cosa buona e giusta, crea una sorta di idioma molto vicino all’esperanto che tanti faranno fatica a comprendere. Durante gli anni, frequentando lombardi (soprattutto mio marito), ho imparato a destreggiarmi tra modi di dire e termini che ho scoperto pian piano. Passo dopo passo.

Ecco quindi, una mini-guida semiseria all’interpretazione del lombardo vs. il piemontese.

Dal lombardo

Giù dabasso: in realtà sarebbe dabbasso, che nella lingua italiana trova una propria reale collocazione. Ma in Lombardia, chissà perché, si tende a troncare le doppie. Non tutte, eh! Ma molte sì. L’unione dei due termini vale, secondo la mia interpretazione, come un rafforzativo, visto che entrambe le parole hanno lo stesso significato. Traduzione: giù, sotto, in basso, con valenza di stato in luogo e di moto a luogo.

Caloriferi: termine italiano che però, in Piemonte, è praticamente sconosciuto o comunque poco usato. Traduzione: termosifone.

Clèr: termine prettamente lombardo (ma proprio dialettale!), non viene scritto di solito con la E accentata. E’ un puro e mero francesismo (da rideau métallique, anche se la connessione non sono proprio riuscita a trovarla…) usato in modo inappropriato. Traduzione: saracinesca.

Mi gratta: cosa? come? perché? Questa espressione non vuole, di per sé e letta nel contesto specifico, dire assolutamente nulla. Non so se tutti i lombardi la usino o meno. Nella zona dove abito viene usata. O per lo meno, mio marito la usa. Traduzione: Mi prude. Ah, allora sì, lo puoi dire…Ti gratti!

Frigor: l’assonanza con il termine italiano è evidente… Traduzione: frigo o frigorifero.

Fono: idem come sopra. Traduzione: phon o asciugacapelli.

Baüscia: questo lo conoscete di sicuro. E’ diventato un appellativo classico che indica, in genere, il milanese (ma anche i lombardi). Di origine dialettale brianzola, ormai viene usato indiscriminatamente in tutta la Lombardia. Il termine indicava le persone che aiutavano i forestieri nella ricerca di botteghe e artigiani in cambio di denaro. I baüscia erano soliti disporsi ai confini della città per poter abbordare i turisti e far loro da Cicerone, in alcuni casi accompagnandoli direttamente. Traduzione odierna: saliva.

Zola: e qui, lo devo ammettere, le prime volte mi sono fatta delle figure barbine mica da ridere… Quanti di voi, non lombardi, immaginano cosa significhi questo termine? Va beh, ve lo dico io. Traduzione: gorgonzola.

Curare: di questo ho già accennato qualche tempo fa (a proposito di come scegliere la tata perfetta). Te lo curo io, l’ho curato io, ecc. Tutte espressioni che, all’inizio, mi rimandavano immagini di malati, distesi inermi nei loro letti. Bisognosi di terapie e assistenza medica. Traduzione: prendersi cura di, occuparsi di.

Gibollato: eh? ma che è? La prima volta che Andrea disse questo termine, rimasi a bocca aperta. Proprio non capivo! Mi sentivo come un’italiana proiettata d’improvviso in Cina. Stessa sensazione. Traduzione: bollato, ammaccato. Usato nei casi di tamponamento o similari.

Andare insieme: questo sembra facile facile, regolare. E invece no! Andate oltre il significato letterale dell’espressione. Andare insieme non vuol dire muoversi con qualcuno. Traduzione: impazzire, andare fuori di testa, diventare matto.

Bavaglia, bavaglio: giuro, questa oltre ad averla sentita, l’ho anche letta in un supermercato. Avanti, quanti di voi sanno cosa significhi? Mentre il secondo termine un significato ce l’ha (e quando l’ho sentito associato alle bambine mi sono venuti i capelli dritti), il primo cosa vuol dire? Vi do un aiuto…è legato ai bambini. Proprio non ci arrivate? Ok, vi do la soluzione. Traduzione: bavaglino, bavagliolo, bavetta.

Dal piemontese

Piglia: ho scoperto, con enorme sgomento, che piglia in italiano non ha il significato che, da sempre, gli attribuisco io. Anzi, non esiste proprio! Traduzione: colonna.

Puciu: questo so bene essere un termine dialettale, ma il suono mi piace tanto… Può avere due significati: chignon o bene. La frase “sto da puciu” significa “sto proprio bene”.

Conegrina: anche qui, come per piglia, sono rimasta basita. Le persone non conoscevano questa espressione! Impossibile… Traduzione: candeggina.

Piciu: termine estremamente volgare (soprattutto se declinato al femminile), di cui non darò traduzione e mi scuso per averlo inserito. Ma è legato al post che sto scrivendo…in Lombardia, piciu vuol dire scemo. Attenzione amici lombardi a non usarlo in Piemonte. Potreste trovarvi senza denti nel giro di un amen.

Dehor: questo è un termine di uso comune a tutti gli effetti. Solo che, quando lo usai qui in Lombardia la prima volta, mi guardarono che se stessi parlando una lingua antichissima, parente stretta dell’ebraico antico. Amici lombardi, so che ora la usate un pò di più anche voi. Per chi ancora non ne conoscesse il significato, eccovi la traduzione: spazio esterno (di un bar, di un ristorante, ecc.). In pratica, è quella zona in cui sistemano i tavolini all’aperto.

Tajarin: è un primo piatto tipicamente piemontese (delle Langhe, per essere ancora più precisa). Molti storpiano il modo di chiamarli usando una pronuncia francese (ne ho sentite di ogni). No, si legge come si scrive. Ah, la traduzione non c’è, sono Tajarin è basta! Diffidate da chi vi propone, come sinonimo, il termine tagliolini.

Immagino che ci siamo molti altri modi di dire che i lombardi, sentendomi parlare, trovano altrettanto stravaganti. Di certo, faccio molta attenzione a non mischiare il dialetto con l’italiano. Anche perché io il dialetto, pur capendolo benissimo, lo parlo davvero da schifo. Mi piacerebbe, tuttavia, che le bambine imparassero entrambi, sia il piemontese che il lombardo. Così da preservare con orgoglio entrambe le origini, sabauda e lombarda.

Quando capisci di essere madre

targhetta-mamma4Non ci credevo, eppure è successo anche a me. Vedevo mia madre che non piangeva mai, nemmeno quando è morto papà. Nemmeno quando sono mancati altri tasselli importanti nella nostra vita. La vedevo sorridere a denti stretti, fare un bel respiro e buttarsi con buona lena nel quotidiano. Rimboccarsi le maniche e tirare avanti. A fatica, magari, ma sempre andando oltre. Non si tratta di essere supereroi, né maghi con conigli nel cappello e magie da tirare fuori al momento appropriato. E nemmeno fabbricanti di miracoli. Che per quelli c’è solo Dio.

No, si tratta di essere mamme a tutti gli effetti. Ogni tanto capita che si scarichino addosso ai figli le proprie paure, le proprie incertezze e preoccupazioni, la propria solitudine. Il genere umano è così. Ma si tira sempre e comunque avanti, insieme.

La scorsa settimana mi è arrivata una brutta notizia. Ero a casa con le pupe, da sola, la tata via per ragioni famigliari. Io ad occuparmi delle bimbe. Due giorni di follia e stress, tra caldo e nervosismo e dentini che spuntano come funghetti. Dopo il riposino post-pranzo leggo un messaggio sul cellulare. E mi sento male. Mi viene il vomito. Ho le palpitazioni. Sudo freddo nonostante i 30°. E le bambine che reclamano attenzione e la merenda. Siamo chiuse in cameretta che giochiamo. Non le vedo quasi più. Anche la vista mi si è annebbiata. Vorrei lasciare tutto e scappare. Mollarle al primo che mi dà disponibilità per starmene un pò per conto mio. Ho voglia di piangere. Nemmeno quello posso più fare in pace? Mi cadono lacrime silenziose dagli occhi. Cerco di non far rumore, per non spaventarle. Per non farle piangere.

Provo un senso di pesantezza e spaesamento e dolore che non so spiegare. Davvero, vorrei solo annullarmi nel silenzio. Ma sono da sola e le piccole hanno la priorità. Ed è allora che capisco di essere una mamma. Il fatto di mettere le mie emozioni e le mie necessità in secondo piano, seppur a fatica, seppur bramando un attimo di solitudine e di pace. La mia priorità adesso è occuparmi di loro. Ci sarà tempo per rimuginare, per elaborare, per piangere. Quando loro dormiranno o saranno con qualcun altro.

Le lacrime si asciugano di colpo. E riesco persino a sorridere. Vedendo Ludovica che fa lo sforzo immane di raggiungermi camminando da sola, senza appoggiarsi. Ancora tentennante e barcollante. Come una scialuppa nel mare grosso, tra onde e sferzate d’acqua. E quando mi raggiunge, orgogliosa, mi mostra i suoi 8 dentini bianchi e ride. Com’è bello essere mamma. Dover rinunciare a tante cose, ma godere di tante altre.

E subito, di nuovo, ripenso alla mia, di mamma. A tutte le volte che presa dallo sconforto mi diceva che la sua vita l’aveva dedicata a me. A noi. A quello che rimaneva della nostra famiglia rotta. Al fatto di essere, contemporaneamente, padre e madre. Tutte le responsabilità e le decisioni sulle sue spalle. Al senso di sconforto che spesso l’assaliva. E capisco che è lo stesso senso di sconfitta e stanchezza che a volte assale anche me. La mia situazione, per carità, è totalmente diversa. Spero che non debba mai succedermi quello che è accaduto alla mia famiglia prima delle bimbe. Spero che loro non debbano mai provare l’immenso dolore che ho provato io. Che mi accompagna ancora oggi. Ma so che, qualsiasi cosa accada, adesso ho le carte in regola per fronteggiare qualsiasi avversità. Grazie all’esempio e all’esperienza.

Ciao Mara

Eri una mosca bianca, un fiore fragile e gentile. In un micro-mondo di iene e stronzi. Non mi spiego ancora come tu abbia fatto a resistere lì, in quel covo di serpi e maleducati, per tanti anni.

Io, appena ho potuto, sono scappata. Ma forse proprio il tuo candore e la tua purezza innate ti hanno permesso di resistere senza porti troppe domande. O forse te le facevi, le domande, ma le risposte che ti davi erano sempre, irrimediabilmente sbagliate. Erano le domande ad essere giuste. Grazie alla tua purezza, vedevi comunque il buono in ogni cosa.

Ciao Mara, con i pantaloni stretti sulle gambe a grissino. Con il rossetto vistoso su un viso pulito e irregolare. Con un sorriso e una parola gentile, sempre, per tutti. 

Ciao Mara, non dimenticherò la tua gentilezza, la simpatia e l’empatia. Mica cose da poco! E m’infiammo ancora di sdegno al ricordo degli stronzi che ti deridevano per la tua anima candida e i modi gentili. No, non sei mai stata una iena. Non era nella tua indole. 

Un unico sprazzo di ribellione, dopo anni di sofferenza e inedia e depressione, l’hai avuto quando non avresti dovuto. Quando hai deciso di far vincere chi non ti ha apprezzato abbastanza. Quando il richiamo dell’oblio e’ stato più forte dell’amore per te stessa. Maledetta finestra. Maledetti tutti. Soprattutto chi non ha saputo proteggerti ed aiutarti. Maledetta te, che non hai voluto combattere la tua battaglia più importante. No, scusa, non ne ho il diritto. 

Vai fragile e dolce Mara. Corri felice tra le nuvole, su nel cielo. Fa’ pace con te stessa. Mi duole solo non averti più vista… 

Riposa in pace. 

Quei rari, fantastici momenti di pace

Oggi sono a casa e scrivo (a differenza del solito) non sul treno, ma in cameretta. Le pupe dormono (chissà quanto durerà lo stato di grazia) e io ho un po’ di tempo per me, per godere di una pace e un silenzio che oramai non conosco praticamente più. 

È incredibile, ma quando accade mi sembra sempre una situazione alla “quiete PRIMA della tempesta”. In questi giorni di caldo il verbo dormire con una capriola e una pernacchia è diventato vegliare. A sprazzi, a suon di urla e botti. 

Niente da fare. Non potevamo sperare di dormire più di due ore filate, che subito partivano le sirene. Poi, col magico arrivo dei condizionatori, le cose si sono piuttosto sistemate. Adesso partono comunque le sirene urlanti, ma attenuate dalla consapevolezza del fresco refrigerio. 

Ma solo nelle camere eh! Non appena varchiamo la soglia dell’anticamera, una ventata di torrido phon ci investe. E loro si ritrasformano in esseri urlanti e trasfigurati di sahariana fattura. 

Quindi, anche se dovessi trasferire qui cucina, bagno e tutto ciò che è indispensabile, io da qui non mi muovo. Finché c’è pace, c’è speranza. Di riposare un po’, quantomeno.  

 

Il caldo e i travestimenti

keep-calm-che-fa-caldoLa canicola avvilente di questi giorni è cosa ormai nota e stra-raccontata. Così come i consigli dei TG nazionali e regionali a bere molto (grazie, se non ce lo aveste detto voi, ci saremmo lasciati prosciugare come una pozza d’acqua nel Sahara), a mangiare frutta e verdura (ma va????), a non uscire nelle ore più calde (e beh, siamo tutti scemi, no? ci piace uscire con 40° all’ombra). Cavolate da TG a parte, quello che ancora nessuno ha sviscerato è il modo in cui la gente si veste, per combattere il caldo.

A Milano, ogni giorno, ne vedo di ogni e mi chiedo quasi sempre come facciano, ragazzotte cellulitiche e signore non più giovanissime ad uscire di casa conciate in quei modi. Forse, oltre alla mancanza di refrigerio, non dispongono nemmeno di specchi.

La giovanissima praticamente nuda: la vedi, è più o meno magra, più o meno alta. Canotta cortissima d’ordinanza e short copri-sedere. Outfit che, se visto su una ragazza sotto i venti anni o poco oltre, quantomeno proporzionata e senza buchi di cellulite che paiono crateri lunari, potrebbe anche starci. Diciamo che dal “gioioso abbigliamento estivo” si passa al trash in modo direttamente proporzionale all’attività svolta dalla ragazza in questione. Se sta andando in ufficio, mi spiace, ma non va proprio bene! Meglio che torni subito a casa e si dia malata.

La trentenne inguainata in jeans strizzatissimi: ne vedo anche di più giovani, per carità. Ma quelle sulla trentina, che magari hanno già anche dei figli, e che si vestono, con i 40° all’ombra di Milano con jeans skinny e tacco 12 non riesco proprio a non ammirarle. Ma soprattutto, quello che mi chiedo continuamente è non come hanno fatto a entrarci, ma come ne usciranno. Dopo averci sudato dentro come dei maiali rotolatisi nella melma, con i jeans che saranno diventati una seconda pelle nel vero senso della parola, a guisa di sottovuoto, come faranno a riappropriarsi delle gambe? Come si libereranno della guaina? Certo è che, se è vero che sudare fa bene, con un abbigliamento di quel tipo la riduzione del giro-coscia-sedere è assicurata. Con buona pace delle più pigre che di recarsi in palestra nemmeno ci pensano. E che dire, poi, dei tacchi a spillo? Già io con i miei canonici 4 centimetri e non di più rimango spesso e volentieri attaccata all’asfalto per il gran caldo. Senza considerare le vesciche che mi verrebbero fuori come funghi un pò ovunque. Ma loro? Misteri della fede. Se, passeggiando per Milano, notate una serie infinita di buchetti nell’asfalto, non pensate che sia una nuova orma di qualche animale esotico. No, sono loro, le tacco12-addicted.

La signora che rifiuta di crescere: la noti, a chilometri di distanza. Non dico che si debba vestire da cariatide. Ma nemmeno tentare di sembrare più giovane di almeno vent’anni. Perché quello no, non le riesce proprio. L’unica cosa che le riesce bene, è sembrare totalmente ed inesorabilmente ridicola. Di solito si veste con vezzosi vestitini in sangallo, lunghezza al ginocchio (meno male!), pinza fiorata tra i capelli, vistoso rossetto rosso e occhialoni da sole stile diva anni ’50. Ma il colpo di grazia all’abbinamento di dubbio gusto viene dato dalle zeppe. In corda, altissime, super-riccamente decorate con motivi floreali quando non con paillette e lustrini di qualsiasi foggia e colore. Ed è (anche) dalla camminata sbilenca da ubriaco che capisci che no, non hanno proprio più l’età per certe cose. Dovrebbero farsene una ragione.

Il vitellozzo in vacanza: di tutte le tipologie di stranezze umane che col caldo sbucano dai tombini, questa è quella che più mi affascina per il ribrezzo che mi provoca. Che poi, in vacanza non è, tanto per capirci. E non si trova nemmeno in una località di mare. Ma a lui non importa. Fa caldo e deve sentire che quel minimo di brezza gli accarezza il petto villoso e le mutande. Di solito, questo vitellozzo lo trovate abbigliato così: canotta bianca di cotonaccio, super-scollata sul petto fittamente decorato da una foresta di peli, elastico delle mutande che spunta dai bermuda, corti e color sabbia sporca, da cui fuoriescono gambotte tozze e ancora più pelose del petto. Ai piedi, infradito ortopediche, bianche (o meglio, una volta erano bianche, ma poi si sono convertite al grigio-nero), suola di legno. Questo tizio, chissà perché, si piazza quasi sempre agli angoli delle strade, nel minuscolo ed unico cono d’ombra disponibile, con le mani ben piantate sui fianchi stile Mussolini. E voi, passandoci di fianco, non potrete non svenire per l’olezzo che emana dalle ascelle. Anche quelle rigorosamente pelose.

E poi ci sono tutti gli altri. Che, seppur sopraffatti dal caldo e dall’afa, tentano di mantenere un contegno decoroso. Senza per questo sembrare dei pinguini imbalsamati. Caldo o non caldo, un pò di contegno S’il vous plaît!

Le cose che vorrei

Spesso e volentieri vado in crisi. A voi non capita mai? A me succede a periodi alterni, con lassi di tempo tra un vuoto e l’altro di settimane, più spesso di mesi. Quando si conosce il buco nero, questo ci accompagna per tutta la vita, credo. Non è pietismo (lo odio), né compassione (la odio ancora di più del pietismo). E’ una pura e semplice presa di coscienza. E un’analisi introspettiva che mi fa bene fare, a volte. E che farebbe bene anche a tante persone che mi circondano.

198096_1986788068790_1215934190_2379426_6184818_nVorrei ritornare bambina, anche solo per un giorno, e rivedere i miei cari che non ci sono più da tanto tempo. Mio papà, i miei nonni, la mia prozia Domi (Domenica), gli amici che ho perso lungo la strada. A tutti loro, vorrei poter dire le parole che non ho detto quando era il momento. E dispensare gli abbracci che ho tenuto chiusi dentro di me. Per pudore, per rabbia, per stupidità.

Vorrei rivivere alcuni dei momenti più belli della mia vita, ma anche alcuni dei più brutti. Per immergermi allo stesso modo sia nella gioia estrema, che nel dolore più scuro. E rinascere dopo un processo catartico. Entrambe le condizioni mi hanno dato molto in termini di esperienza e hanno concorso a fare di me la persona che sono.

Vorrei essere meno sensibile e farmi meno domande. Con tutte le domande che mi faccio quotidianamente, e con le risposte che ne ricavo, potrei scrivere un manuale (che non interesserebbe a nessuno). Ma leggendolo, forse, potrei trarne degli insegnamenti per non prendermela per certe cose e per affrontare la quotidianità in modo diverso.

Vorrei non leggere le sfumature. Non capirle e non interpretarle. Starei mille volte meglio.

Vorrei riempire gli spazi dei silenzi e delle parole non dette con conversazioni brevi, ma brillanti. Scherzose e serie. Ma il contrappasso spesso e volentieri mi accompagna e mi precede, anche.

Vorrei non dover lottare quotidianamente per dimostrare chi sono e quanto valgo. Se già mi si conosce, perché mi si chiede sempre e comunque di dar prova di me? Perché non può essere tutto semplice e lineare? Perché se la strada da percorrere è sempre stata una e una sola, a me si chiede di percorrerne un’altra? Possibilmente più difficile, più irta e meno trafficata?

Vorrei non aver sgridato le bambine quando erano troppo piccole per capire anche solo il mio tono di voce. Mi vergogno ancora di quanto successo un anno fa. Spero che, in cuor loro, mi abbiano perdonato.

Vorrei essere una brava mamma, dolce e attenta e premurosa, una colonna portante per le mie piccole. Un faro nel buio, un letto dopo una giornata stancante, un cibo nel momento di fame più nera.

Vorrei una vita serena e di pace, dopo tanto lottare.

Vorrei uno spazio mio, tranquillo, riservato, silenzioso.

Vorrei leggere ancora almeno un milione di libri. Ma vorrei anche viaggiare sempre di più, sempre più lontano. Ecco, vorrei anche tornare in India. E lasciarmi cullare dai sorrisi calorosi della gente meravigliosa che ci abita.

Vorrei che qualcuno mi prendesse per mano e mi guidasse dicendomi “Tranquilla, lascia da parte la frenesia, ora ci penso io a te. Andrà tutto bene”.

Vorrei continuare a scrivere finché ho vista e mani che possono danzare lievi sulla tastiera.

Vorrei che le persone che mi vogliono male finissero nel girone degli invisibili. Pur con tanto sbracciarsi, io non potrei comunque vederli né sentirli.

E, nel breve, brevissimo tempo, tipo ora e qui, vorrei una bibita fresca e una bella macedonia di frutta, magari con del gelato, perché con questa canicola insopportabile, di cavolate mi sa che ne ho scritte tante, ma nel pieno delle mie facoltà mentali. Assolutamente.

L’ABC dell’educazione

educazione_fortiCome vorrei che fossero le mie figlie? Come vorrei che si relazionassero con gli altri? Partiamo da un presupposto fondamentale: quando si hanno tredici o quattordici anni, si pensa “io, quando avrò figli, non sarò MAI come mia madre. Non farò questo, non metterò questi paletti, non impedirò loro di fare questo, quello e quell’altro ancora”. Io pensavo alcune di queste cose, ma soprattutto pensavo che mai e poi mai sarei stata severa come mia mamma lo è stata con me. Le uscite la sera? Andate e divertitevi. Un orario di rientro? Mai e poi mai. Anche se, per ora, è prematuro affrontare l’argomento “vita notturna”, tuttavia ritengo che alcuni fondamenti basilari comincino già a farsi spazio a gomitate nel ménage quotidiano.

I bambini sono e diventano come li si educa. A me hanno insegnato a dire “ciao” alle persone che conoscevo bene (prevalentemente famigliari e amici intimi di famiglia), “buongiorno” a tutti gli altri. Mi hanno insegnato a chiedere “per favore” quando volevo qualcosa, a dire “grazie” quando l’avevo ottenuto. A non interrompere gli adulti mentre parlano. A cedere il posto agli anziani sui mezzi di trasporto. A cedere il passo a quelli più grandi di me quando si entra da qualche parte. A non alzarmi da tavola prima che tutti avessero finito di mangiare o, in alternativa, a chiedere il permesso di alzarmi. Per andare a giocare.

No, non mi sento una sfigata. Non mi sentivo una sfigata nemmeno allora. Fatta eccezione per gli orari da caserma imposti per le uscite serali. Grazie all’educazione ricevuta e alle linee guida che ho fatto mie, mai nella vita mi sono sentita fuori posto. A disagio. Mai. Ecco, vorrei che anche per le mie figlie fosse così. Vorrei che diventassero persone consapevoli di stare al mondo insieme ad altri. Di non essere parte della popolazione dei Barbari venuti giù con la piena. Vorrei che diventassero due ragazze educate, rispettose, capaci di affrontare qualsiasi situazione e di essere, in qualunque modo, a loro agio. Che si tratti di una cena con amici, di un compleanno di amichetti o di un vernissage alla presenza della Regina. Esagerazione a parte, vorrei che fossero mosche bianche in mezzo a mosche normali. Vorrei che si distinguessero per l’educazione ricevuta (d’altri tempi, forse, ma molto meglio così) e per la capacità di comprendere che loro sono le ultime arrivate e che l’arroganza, fine a sé stessa o come conditio generale, è sempre evitabile.

Per ora, devo essere sincera, è davvero dura. Una sorta di lotta contro i mulini a vento. Per di più, le poche parole che dicono fanno parte di un loro linguaggio tutto particolare. Infilarci dentro un “grazie” o un “per favore” è ancora utopia pura. Siamo, per adesso, al punto di “no” e “si”. Ancora non hanno ben chiara in mente la distinzione. O meglio, capiscono benissimo il “no” dal tono della voce, ma se ne fregano! Tuttavia, come per tante altre cose, basta perseverare. Posso farcela. E, anche se ci sarà chi mi remerà contro, chi tenterà di disfare tutto quello che io cercherò di costruire, con pazienza e un pizzico d’astuzia, sono sicura che potrò ottenere gli stessi risultati che mia madre sperava di avere per me.