Memorie post rientro parte prima: dei piccioni (o gabbiani) e delle loro deiezioni

copyright Office de Tourisme de menton- NS

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Bentornata in ufficio…ne farei a meno. Nel senso che, contro ogni previsione, le vacanze con le gemelle sono andate bene. Benissimo anzi. Fatta eccezione per alcune serate/notti in cui abbiamo ballato per ore (e non nel senso piacevole del termine), gli altri giorni sono trascorsi nel migliore dei modi. La prima volta che hanno visto il mare, la prima nuotata, la prima camminata da sole sulla passeggiata, la visita a Monte-Carlo, i primi pranzi al ristorante. Quante prime volte!

Ma andiamo con ordine. Abbiamo trascorso le vacanze a Menton, primo paesino subito oltre la frontiera. Come da anni ormai. Sapevo essere una località a misura di bambino, ma non avendo mai sperimentato la cosa direttamente, non me ne ero curata abbastanza. Quest’anno ho avuto modo di scoprirla sotto una nuova luce. Il claim che caratterizza Menton è “Ma Ville est un jardin”. Ed è proprio così. Le aree verdi, i parchi, gli spazi ombreggiati tranquilli e riposanti sono davvero tantissimi. Uno in particolare era il nostro preferito: il Jardin des Etats-Unis. Piccolo e raccolto, ben nascosto a coloro che non lo cercano, è una sorta di “camera delle necessità” alla Harry Potter. Un’oasi verde in cui si trovano piante di tutti i tipi e un simpatico laghetto in cui nuotano tartarughe, pesciolini rossi e bianchi, i piccioni vi si ristorano e i gabbiani spadroneggiano (quando hanno la decenza di farsi vedere…).

Qui trascorrevo molte delle ore insieme alle bambine, in giro per la città. Periodicamente, nel corso della giornata, andavamo a vedere quali nuovi animali fosse possibile ammirare. Ed è anche qui, che una delle due ha aggiunto un’altra “prima volta” al suo diario di viaggio: una bella, puzzolente, enorme, giallastra cacca di piccione (o gabbiano?) sulla testa! Stavamo entrando quando ho sentito un suono strano, uno “squash”. Subito dopo ho visto che Veronica aveva una sorta di papalina sulla testa e, pensando che fosse una foglia, con la mano ho tentato di toglierla. Incauta e stolta! La materia appiccicosa e puzzolente mi si è subito appiccicata alle dita della mano e io mi sono sentita morire. Vi dico solo che ho fatto fuori un’intera confezione di salviettine per il cambio, più un pacchetto di fazzolettini di carta, nel disperato tentativo di riportare il colore dei capelli della bambina da giallo cacchetta a biondo naturale. Mentre lei, ovviamente, tentava in tutti i modi di intralciare il mio lavoro pacioccandosi i capelli e facendosi uno shampoo con la sostanza melmosa.

Inutile dire che il rientro a casa è stato rapidissimo. Che nemmeno Usain Bolt, giuro, sarebbe stato così veloce.

Con i passanti che guardavano incuriositi le bambine, perchè due, ovvio, ma soprattutto una delle due, con i capelli impiastricciati come con del gel a presa rapida. Non vi dico, comunque, la faccia soddisfatta di Veronica che, con un sorriso a 8 denti dispensava “ciao” con entrambe le manine a chiunque avesse voglia di guardarla. Ma soprattutto a sua sorella. Come se avesse voluto dirle “hai visto che cosa mi è successo? A te no, invece!”. E meno male, aggiungo io.

Da questa esperienza ho imparato che:

  • è fondamentale uscire di casa con una confezione di salviettine profumate per bebè, possibilmente piena
  • quando si entra nei parchi o nei giardini con alberi alti e frondosi, è meglio tirare su le capottine del passeggino, funzionano a meraviglia sia come schermi protettivi per il sole che contro i bombardamenti aerei
  • quando si sentono rumori sospetti, è sempre meglio girare i tacchi e puntare verso altre destinazioni
  • le apparenze ingannano e, prima di toccare, è meglio annusare ed evitare così di impiastricciarsi le mani con sostanze puzzolenti e indesiderate
  • le gemelle attirano guai come le calamite
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Senza una connessione decente…

 Mi hanno chiesto come mai non sto più scrivendo…

Beh, la ragione è semplice: sono in Francia e qui, di free Wi-Fi, nemmeno l’ombra! Rimpiango il Portogallo…

Ora, mentre cullo su e giù, avanti e indietro le ragazze, mi sono connessa alla rete italiana. Roba da non credere…

Ad ogni modo, alla prossima e buon Ferragosto a tutti!

Stay tuned!

Un venerdì senza requie

 Ieri a casa con le gemelle. Da sola. Dal mattino alle 8 fino alle 19.20, ora in cui Andrea, finalmente, è rientrato. 

Mattinata tranquilla fin verso le 10, quando mentre le bambine dormivano io, incauta, ho deciso di entrare un attimo in chiesa. Avevo notato che c’era un funerale, ma non sentendo pregare ho pensato che dovesse ancora cominciare. E invece no. Era in pieno svolgimento. Ma il silenzio mi ha invogliata ad entrare comunque. Stolta! Non appena messo piede, il prete con voce baritonale ha esortato i fedeli a cantare con lui. Veronica ha immediatamente aperto gli occhi e la bocca e non c’è stato più nulla da fare se non catapultarci fuori a tutta velocità. Ma ormai il danno era stato fatto. Una delle due, sveglissima dopo appena mezz’ora di sonno, reclamava una mattinata un po’ più movimentata. 

Dopo la passeggiata rientriamo a casa per il pranzo: cambio dei pannoloni, cambio d’abito, preparazione della pappa. Il tutto con occhi ovunque e orecchie tese a cogliere il minimo rumore o assenza dello stesso, purché sospetto. Dentro di me penso “sono stata brava” me la sto cavando alla grande! 

Peccato che, reclamando tutta la mia attenzione, io non abbia avuto il tempo materiale necessario per mangiare a mia volta. E allora penso a quando eravamo a Bra, io e mia mamma da sole, a come avevo perso chili in fretta…ecco perché! Non riuscivo a finire un solo pasto! Non uno! E allora penso che tutto sommato va bene così. È un ottimo esercizio di autocontrollo quanto meno sugli stimoli della fame. 

Dopo il gioco e la sala messa a soqquadro, è tempo della nanna. E penso, così mi riposerò anche io. E invece no. Incredibilmente, quando sono a casa io, le piccole non dormono mai tranquille come quando sono con la tata. Non so, forse percepiscono il mio odore (credo sia il caso di cambiare bagnoschiuma) o semplicemente la mia presenza. Chissà. Fatto sta che dopo appena mezz’ora sveglie entrambe a suon di urla, ho dovuto prenderle nel letto tutte e due e sperare che continuassero a dormire. 

Dopo la merenda, pomeriggio in giro. Ad un certo punto le porto al parco: giro di altalene, giro di dondolo, bambine soddisfatte. Se non fosse che mi viene l’idea di farle camminare. Prima e ultima volta da sola! Lo giuro. Una va da una parte e l’altra nella direzione esattamente opposta. Mentre tento di recuperarne una, scorgo l’altra comodamente seduta nel prato che strappa fili d’erba e tenta di portarseli alla bocca. Plano verso di lei con l’altra dietro di me a bandiera e le strappo il maltolto dalla mano. 

Le ripiazzo nel passeggino e prendo lo via di casa. Nel tragitto incontro tre ragazzi, uno dei quali mi guarda fisso fisso. Non appena mi incrocia, a voce alta dice: due gemelli, che sfiga! Replico: se avessi avuto un figlio come te sarei stata molto più sfigata! E lo lascio lì, a imprecare altro. 

Idiota decerebrato cretino. Arrivate a casa, dopo aver scaricato il passeggino, aver fatto loro il bagno, dato la cena, sistemato la cucina, arriva Andrea che mi chiede com’è andata. Bene, sibilo. Tutto alla grandissima. E lui: sei stanca? Gli pianto addosso un’occhiata che incenerisce. E lui non ripete la domanda, perché tiene ancora al suo scalpo. 

Morale della favola: sì, da sola c’è la posso fare. Sì, non sono morta. Sì, è stato faticoso, ma basta essere organizzati. Posso essere una supermamma, ma non ho superpoteri. Solo un’ottima propensione all’autogestione e al problem solving. E dici niente…

Sai che a casa hai due gemelle quando…

twoParlo spesso con mamme che hanno bambini, anche piccoli o pressapoco dell’età delle mie. E immancabilmente mi fanno presente (anche se non tutte, per fortuna) che tutto sommato è andata meglio a me, che così faccio uno sforzo unico per farle crescere. Che tutto sommato è molto più dura gestirne uno solo, perché vuole tutte le attenzioni per sé. Invece con due, sono già abituate a dividersi l’attenzione della mamma e degli adulti. Che avendo due gemelle sicuramente ho un aiuto costante e invece loro hanno dovuto fare tutto da sole. E ancora che almeno si tengono compagnia e giocano tra di loro. Invece, chi ne ha uno solo, deve anche intrattenerlo, oltre che accudirlo.

Care signore mie, mamme di un solo bambino per volta, ma certo. Ovviamente la vostra esperienza è molto peggio della mia. Ovviamente voi, quando i vostri bambini avevano 15 mesi, eravate otto volte più stanche di me. Ma certo, dovevate occuparvene da sole. Ma certo, dovevate giocare con loro. Ovvio, avete dovuto barcamenarvi tra poppate, pulizie, cucina, stiro e molto altro ancora. Ecco, a voi, signore mie, dico solo questo: che vorrei che veniste, anche solo per 24 ore filate, a casa mia. E poi vorrei testare con voi le vostre reazioni e il modo in cui tornereste a casa vostra, strisciando, stremate.

Se pensate che preparare la pappa per uno e farlo mangiare sia faticoso, provate a dover sistemare sui seggioloni non uno, bensì due diavoletti urlanti. Placcandone una contro il muro, inchiodandola come potrebbe fare un poliziotto con un delinquente, mani lungo la schiena, gambe divaricate. Intimazione dell’alt, non muoverti. E nel contempo, prendere in braccio l’altra, sistemarla seduta, allacciare le cinture di sicurezza a tempo di record e volare planando verso l’altra, che nel frattempo è riuscita a liberarsi dal placcaggio e trotterella verso lidi sconosciuti. E pericolosi.

Una volta sistemate sul seggiolone, poi, care signore mie, dovete scaldare e preparare il pasto alla velocità della luce. Perché hanno fame. E perché non ce n’è una, bensì due che urlano contemporaneamente!

E poi, imboccarle tutte e due, il più velocemente possibile, perché hanno fame. E nel frattempo, per tenerle buone, cantare tutte le canzoni che conoscete, fino a non avere più voce.

E il cambio pannolini? Voi ne avete uno, da cambiare. Quando ce ne sono due, e per di più camminano, dovete attirarle in bagno con una trappola (perché se no una va da una parte e l’altra, immancabilmente, sfreccia nella direzione opposta), chiudere rapidamente la porta facendo attenzione a non pizzicare la coda del cane, che nel frattempo non si vuole perdere lo spettacolo, per cui vi segue dappertutto. Togliere dalla loro portata tutto ciò che possono distruggere in un amen, dare a quella che cambierete dopo qualcosa con cui baloccarsi, sistemare l’altra sul fasciatoio. Convincerla a stare giù. Sfilare abiti, togliere pannolino, pulire, rimettere pannolino, rimettere abiti. Mentre l’altra, insolitamente silenziosa, si sta mangiando con gusto tutto il rotolo di carta igienica. E poi, via daccapo. Venghino siori venghino!

E il momento del gioco? Non è che perché sono due che si trastullano insieme. Sono ancora troppo piccole. Per cui devi far divertire entrambe senza prediligere l’una o l’altra. Ad una lanci la palla, all’altra fai il solletico. Poi passi alla trottola, poi al cavallo a dondolo, poi al leone che suona. E poi, stremata, fai partire la playlist, con la Marcia Turca di Mozart come prima scelta. Che per un pò le placa e le ipnotizza. E tu hai tempo di respirare, almeno. Eh sì, signore mie. Potete dire lo stesso anche voi?

E il momento della messa in ordine? Quando le piccole finalmente stremate dormono nei loro lettini (ma per poco, eh? perché poi reclamano il lettone…). Rientrando in sala vi sembrerà di essere su un campo di guerra. Con tende appese ai muri, giochi ovunque, anche nei posti più impensati (dentro ai vasi, per esempio), tappeti che prima erano in una stanza e si sono magicamente spostati da un’altra parte seguendo moderni Alì Babà. Quadri storti. Una camera dopo una tempesta. Più o meno.

Ecco, a voi, signore mie, dico che forse sarebbe meglio provare a vivere la vita degli altri. O per lo meno a provare ad immedesimarsi. Sono felicissima e orgogliosa delle mie bambine. Per carità. Ma non venite a dirmi che è molto più stancante averne uno piuttosto che due. Perché, magari anche solo per un momento, penserò che abbiate fatto uso di qualche sostanza stupefacente. Piuttosto buona, anche. E forse vi chiederò l’indirizzo del vostro pusher di fiducia per fare anche io viaggi di fantasia, come li fate voi.

Agosto, Milano mia non ti conosco

anguria-apertura-ferragosto-73817.610x431Lavorare anche ad agosto (solo una settimana eh?!) l’ho sempre considerata una seccatura. Caldo asfissiante, asfalto rovente, negozi e bar chiusi, deserto del Sahara in pieno centro. E’ da fine luglio, ormai, che il clima vacanziero pervade qualsiasi spazio pubblico. Te ne accorgi che le ferie sono arrivate quando per salire sul treno (qualsiasi esso sia), non devi più fare scatti da centometrista intrippato per arrivare alla meta tanto ambita: un posto a sedere, possibilmente corridoio. Come sull’aereo. No, da fine luglio alla prima settimana di settembre, ti guardi intorno e vedi la banchina della stazione quasi deserta. Qualche altro sparuto viaggiatore con la sua valigetta o la borsa della “schiscia” (termine lombardo per “barachin”, versione piemontese del contenitore in cui metti il tuo “lauto” pranzo) attende come te con occhi pallati l’arrivo del convoglio. Ma noti che, come te, il filo sottile delle labbra accenna, ora, un pallido sorriso. Finalmente la situazione è più vivibile! Quando poi sali sul treno e hai l’imbarazzo della scelta sul posto a sedere, la goduria si fa massima e pensi di star vivendo in un sogno. Vita da pendolare…

All’arrivo a Milano Cadorna, poi, ti accorgi che è agosto perché davanti a te, direzione tornelli di uscita, ci sono appena una decina di persone. Il bar sul binario 1 è semi-vuoto (potresti prenderti un caffè senza dover stare in coda per venti minuti), le biglietterie sono quasi deserte. Anche se, a onor del vero, essendo appena le 8 del mattino, è abbastanza normale che non ci sia una folla da concerto… Ma la vera sorpresa te la trovi davanti quando esci in Piazzale Cadorna e attraversi la strada, direzione Corso Magenta. Quella strada che ogni giorno oltrepassi rischiando la morte per investimento (che anche se c’è un cavolo di semaforo, qui a Milano se ne fregano e ti mandano pure a cagare se attraversi sulle strisce col verde perché si devono fermare per farti passare). Ecco, quella strada, da qualche giorno, è vuota. La guardi a destra e a sinistra e non vedi macchine all’orizzonte. Solo un timido camion dell’immondizia lontano e piccolo come un puntino. Anche il conducente del mezzo si starà chiedendo dove sono finiti tutti e non gli parrà vero riuscire a fare tutte le manovre senza essere inseguito da clacson urlanti. Mi piazzo nel bel mezzo della strada, a braccia aperte (sperando che qualcuno non chiami la Neuro…) e assaporo una sensazione di libertà e di fine imminente. Quando le strade a Milano sono così, vuol dire che tra poco anche io mi aggiungerò alla schiera dei lavoratori in vacanza e abbandonerò la città verso lidi più piacevoli.

Perché anche se “Tutt el mond a l’è paes, a semm d’accòrd, ma Milan, l’è on gran Milan“, io adesso ho proprio voglia di dimenticarmi della metropoli e migrare via, lontano.

E pur non riconoscendo la città nel mese di agosto, che diventa più vivibile e piacevole, caldo africano a parte, voglio poter dire “ad agosto, Milano mia, non ti conosco!”.

Il caso di oggi: i vaccini

L-importanza-delle-vaccinazioni-per-i-bambiniParlo da mamma neofita: la questione dei vaccini è nebulosa e tentare di districarvisi complicato e apparentemente impossibile. Parlando con diversi medici, ho trovato maggiore disponibilità all’utilizzo del “medichese”, piuttosto che di argomentazioni forti e concrete (e altrettanto chiare) che permettessero di far svanire almeno in parte la nebbia che accompagna certe informazioni.

Ho deciso allora di proporre un’intervista alla Dottoressa Simonetta Cherubini, Direttrice della Struttura Complessa di Pediatria dell’Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio (VA). Perché proprio lei? Per alcuni motivi innanzi tutto: perché è presso questo ospedale che le mie gemelle sono state ricoverate dopo la nascita per cinque, lunghissime settimane. Perché la Dottoressa Cherubini vanta un curriculum di assoluto rispetto (dopo la Laurea in Medicina e Chirurgia è seguita la specializzazione in Pediatria, poi la specializzazione in Neonatologia e Patologia Neonatale, poi un Master in Emergenza-Urgenza Pediatrica e altro ancora) e un’esperienza che la rende l’interlocutrice perfetta per sciogliere alcuni dubbi sull’argomento. In secondo luogo, non meno importante, l’umanità e la propensione al dialogo col paziente. Dietro lo sguardo severo e il piglio manageriale, si nasconde una professionista che mostra empatia, gentilezza e pugno duro, quando serve. Anche nei confronti dei pazienti. E parlo per esperienza personale.

Essendo dunque l’interlocutrice perfetta, vediamo insieme come sfatare falsi miti e come reperire alcune informazioni preziose e precise sull’argomento dei vaccini.

  • Parliamo della questione dei vaccini. Il mondo dei genitori si spacca in due: chi dice sì e chi invece preferisce non farli. In linea generale, Lei cosa ne pensa? E quali sono i miti da sfatare?

Sì, l’opinione pubblica si divide tra chi è pro-vaccinazione e chi è contro, perché indeciso, male informato o disinformato e chi è confuso. La tematica è così delicata da non permettere l’affidamento di una scelta a comunicazioni poco attendibili e prive di scientificità; né è consentito esprimere pareri personali, di fronte ad indicazioni dettate da ricerche scientifiche, da società scientifiche o dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). I rilievi epidemiologici e i risultati scientifici non devono essere posti in discussione da timori ingiustificati e finte controindicazioni alle vaccinazioni. La responsabilità di una corretta informazione è del medico, delle società scientifiche, delle strutture e delle organizzazioni che si occupano di medicina  preventiva, delle campagne informative e dei mass media.  La mancanza di chiarezza genera confusione.

  • Vaccini obbligatori e vaccini volontari. I vaccini obbligatori vengono fatti intorno ai 3 mesi di vita dei bambini. Non le sembra troppo presto? E nel caso di bambini prematuri? Quali sono gli accorgimenti e i consigli che darebbe alle mamme?

Rispondo ribadendo l’inopportunità ad esprimere opinioni personali in merito. La risposta deve essere univoca, nel rispetto delle conoscenze derivate da studi molto seri, in seguito ai quali è stata posta indicazione per le vaccinazioni dal 61° giorno di vita. Lo sviluppo completo del sistema immunitario del bambino avviene dopo il secondo anno di vita. Ciò rende questa fascia pediatrica più suscettibile alle infezioni e quindi meritevole di una protezione precoce nei confronti di alcune malattie specifiche. Nulla di improvvisato, quindi, ma conseguente alla valutazione di molteplici fattori: il rischio infettivo, l’immaturità del sistema immunitario, la protezione parziale garantita dagli anticorpi di origine materna e trasmessi nell’ultimo trimestre di gravidanza. I nati pre-termine, proprio per questo motivo, hanno un corredo articorpale materno più povero ed un sistema immunitario ancora meno maturo, con il rischio aumentato di contrarre un’infezione rispetto ai nati a termine. Quindi, per questi bambini, è necessaria un’attenta osservazione del calendario vaccinale, salvo diverse indicazioni del pediatra. Il consiglio che mi sento di offrire alle mamme è una raccomandazione: quella di affidarsi al pediatra di fiducia, al quale chiedere le informazioni e i consigli che le possano guidare a “scegliere bene, per il bene del proprio bambino”.

  • L’Haemophilius influenzae di tipo B è invece facoltativa. Per quale motivo? Cosa rischia il bambino che non si sottopone a questo vaccino?

In epoca pre-vaccinale, l’Haemophilius influenzae era la causa più frequente di meningite batterica sotto i cinque anni di età; introdotto il vaccino nel 1995, l’incidenza della malattia è crollata. Questo è successo in seguito ad una forte campagna di vaccinazione che, insieme alla riduzione dei casi di malattia registrati, ha permesso di raggiungere progressivamente un livello di copertura molto alto. L’alta copertura vaccinale e la riduzione del rischio epidemiologico, permettono la protezione anche di quella minoranza di soggetti non vaccinati, che fruiscono di quella che viene chiamata “immunità di gregge”. Benché facoltativa, la vaccinazione rimane “consigliata e raccomandata”.

  • Autismo, epilessia e SIDS, quali connessioni reali ci sono tra queste problematiche e i vaccini? Quanto c’è di vero e quanto è legato a leggende metropolitane?
Sono informazioni scorrette, non riportate da esperti, spesso di riviste divulgative prive di carattere di scientificità. La letteratura scientifica esclude  un nesso causale tra queste malattie e le vaccinazioni. Occorre distinguere le convulsioni, raramente descritte dopo una vaccinazione e l’epilessia, malattia di altra entità.
Quelle qui citate sono malattie  che spesso si manifestano nei primi due anni di vita, fascia di età che corrisponde  a quella destinata al ciclo di vaccinazioni: pertanto, è più prudente parlare di coincidenza, che di rapporto causa-effetto.
  • In linea generale, cosa consiglia ai genitori? Di seguire tutte le profilassi segnalate dalla propria ASL di appartenenza o di sentire prima il parare di un medico? Specialmente nel caso in cui non si voglia procedere con le vaccinazioni?
Il calendario proposto dalle ASL è quello riconosciuto e approvato in Sanità.  Il pediatra è la sola figura medica indicata  a consigliare i genitori, a dissipare i loro dubbi, a discutere le incertezze relative al tema della vaccinazione. Sconsiglio l’utilizzo di Internet, ottimo strumento di conoscenza ed informazione  per gli esperti, diversamente fonte di interpretazioni non del tutto corrette. Gli amici, i conoscenti…se sostengono tutti la stessa corrente di pensiero, è evidente che il messaggio è univoco.
  • Qualche consiglio specifico per genitori di gemelli nati prematuri?

Sempre il solito, indico di seguire l’indicazione del pediatra che si prende cura dei gemellini.

  • A che età consiglia di sottoporre i bambini ad una visita oculistica?
Domanda molto interessante, meritevole di una risposta articolata e fine. La difficoltà dell’esecuzione di una visita così delicata nel bambino piccolissimo, spesso ne fa dimenticare l’utilità. Fortunatamente, subentrano in nostro aiuto i colleghi specialisti in oculistica. Personalmente, mi sono sempre interessata al problema e alla necessità o meno di una visita oculistica precoce: le conoscenze raggiunte  mi rendono fortemente convinta che una visita oculistica precoce è auspicabile e si può fare tranquillamente, anche in età neonatale. Mi fa piacere  informare che, in alcuni reparti di neonatologia, una visita oculistica viene eseguita al neonato prima della dimissione: io sono favorevole. Nel reparto che dirigo, tutti i neonati vengono sottoposti allo screening del “riflesso rosso”, mediante il quale si fa screening di alcune patologie congenite che necessitano di intervento precoce. I pediatri di famiglia, ripeteranno la valutazione del riflesso rosso in occasione delle visite per il bilancio di salute . Già questo, non è poco.
Nei mesi successivi, l’occhio del bambino può  andare incontro a disturbi visivi non percepibili neanche dal genitore più attento, ma che l’oculista pediatra può intercettare precocemente, facilitandone la gestione successiva . Pertanto, sempre insieme al pediatra di fiducia, consiglio di  identificare il momento della prima visita oculistica nel primo anno di vita: la visita oculistica  nel bambino deve essere effettuata da un oculista che abbia esperienza nel neonato-lattante bambino: l’occhio del bambino non è come quello dell’adulto perchè, come ha dichiarato tanti anni fa un grande Maestro della Pediatria, “Il bambino non è un piccolo adulto“.
  • Nel caso dei bambini nati prematuri, è opportuno fare un controllo approfondito? Se sì, perchè?
Noto con piacere che ha colto quanto sia difficile l’età pediatrica, ma anche solo quella fascia neonatale che comprende i primi 28 giorni di vita: 28 giorni di cambiamenti velocissimi, che rendono peculiare questa primissima epoca pediatrica.
I bambini nati prematuri sono subito seguiti con maggiore attenzione per i rischi correlati alla nascita anticipata, quindi sono regolarmente sottoposti a controlli oculistici durante la degenza nel reparto di neonatologia. Posso essere più pignola, ricordando che ci sono diversi gradi di prematurità, questo significa che a prematurità più grave, corrispondono maggiori rischi. I prematuri gravi che vengono curati presso i reparti di Terapia Intensiva Neonatale, vengono sottoposti a terapie importanti che richiedono una particolare attenzione alla funzione visiva.
  • Come si fa a capire se un bambino ha difficoltà visive? 
Partirei dal bambino in età scolare quando, spesso, è la maestra che se ne accorge, perchè il piccolo non vede quanto è scritto alla lavagna. I bambini più vispi, a quell’età, qualche volta riescono a porre il dubbio di non vedere bene, o di vedere sfumato, o di non riconoscere gli oggetti. Oppure si avvicinano alla televisione, o a qualsiasi oggetto per una “messa a fuoco”.
Ci sono difetti visivi che portano ad una “doppia visione” che “costringe” il bambino ad inclinare il capo, o a coprire un occhio, sempre con lo scopo di raggiungere la messa a fuoco.
Quando il bambino è più piccolo, è più difficile anche per il genitore più attento: il bambino mette in atto meccanismi con i quali riesce a vedere, o comunque non ha la percezione di quanto vede o debba vedere. Al minimo dubbio, consiglio ai genitori di sottoporre il figlio a visita oculistica pediatrica. A volte, difetti visivi diagnosticati a 3-4 anni, erano preesistenti: ecco perché è importante una visita oculistica anticipata.
Difficile dettare il timing più utile: qualche pediatra consiglia di farlo quando il bambino è collaborante, ma talvolta i bambini più “monelli! diventano collaboranti tardi. Gli oculisti, consapevoli della delicatezza del problema, pongono indicazione fin dai primi mesi di vita.
Mi sento di consigliare che, in assenza di storia famigliare di patologia oculare grave, il primo anno di vita coincide con un periodo utile per sottoporre un bambino ad una visita oculistica pediatrica.

Buona giornata Dell’Amicizia 

Io, di amici, ne ho davvero pochi. Ma buoni. Gli altri sono tutti conoscenti. Più o meno buoni anche quelli. Sono riservata e molto, forse troppo selettiva. Ma proprio non capisco quelli che affermano di avere tonnellate, bizzeffe di amici. E li considerano tutti come fratelli. Salvo poi prendersela in tasca come un lampo e disconoscere tutto. Anche le dichiarazioni di amore amicale forever addirittura accuratamente stampigliate sul finestrino del treno per Milano. 

Io no. Non sono così e non lo sono mai stata. E diffido anche di chi non sceglie. È come avere in mano un mazzo di carte, amare segretamente il fante, ma scegliere sempre e comunque il Re. Perché fa figo e può sempre servire. Salvo poi ritrovarsi tra le mani il due di picche. 

È come se, trovandosi in un negozio all’apertura dei saldi, anziché scegliere un unico, perfettamente adatto abito, si prendesse un po’ di tutto, a caso, dal cesto più vicino. Per poi accorgersi che l’accozzaglia di tessuti e colori fanno tanto sfilata di carnevale. Ci rende ridicoli e non ci fa sentire a nostro agio. E allora, meglio una petite robe noire, che va sempre bene e risolve ogni situazione. 

È come se, di fronte ad un cono gelato, anziché ordinare i gusti che più ci aggradano, chiedessimo un enorme, pesante cono a 30 gusti. Non ci piacerebbe, non sarebbe soddisfacente, sarebbe altresì indigesto. 

L’amicizia per me è scelta, silenzio, risate e sintonia. È ridere delle stesse cose, litigare e riappacificarsi (anche ad anni di distanza), lasciarsi e perdersi per decenni e riprendere naturalmente un discorso come se ci si fosse salutati il giorno prima. È dividere la stessa tazza di caffè e l’ultimo biscotto. 

Oggi è la giornata dell’amicizia. Auguro a tutti i miei (pochi) veri amici di passare uno splendido weekend. Non sto a fare i nomi. Loro sanno senza ombra di dubbio chi sono.