Confessioni a prima (s)vista

paureIl normale non è altro che l’anormale a cui si fa l’abitudine. Umberto Eco disse, inoltre, che Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali.

Io mi definisco, quindi e per ora, una persona apparentemente normale. Come tutte le altre. Però, per onor e amor di cronaca, devo essere sincera e dire che anche io, nel mio piccolo, soffro di fobie, di manie e di vere e proprie dipendenze.

Nella top ten delle paure metto le bestiacce pelose. Intendo quegli esseri irsuti, piccoli e brutti che si infilano dappertutto senza ritegno. Con arroganza. Vedi ragni (di piccole, medie e grandi dimensioni), millepiedi e similari. Ma anche meno pelosi come le cimici (che oltre alla paura mi fanno pure schifo), le mantidi religiose (una volta sola me ne sono trovata una faccia a faccia. Io sono morta di paura, lei di infarto…dopo l’urlo abominevole che ho cacciato…) e le scolopendre.

Altri animali che non posso tollerare nelle mie immediate vicinanze sono i pennuti di grossa taglia. Passi per passerotti, cinciallegre, pettirossi, piccioni, gabbiani, ma se si tratta di falchi, gufi, aquile e via dicendo, allora potrei proprio morire di colpo apoplettico. Per rendere l’idea della paura incontrollabile che mi provocano, penso che potrei passare a miglior vita senza verbo proferire, non prima di aver subito palpitazioni accelerate, sudorazione come in pieno luglio, secchezza delle fauci, se uno di questi uccelli mi si avvicinasse a meno di cento metri. E sarebbero comunque pochi.

Un’altra delle mie paure ataviche è legata agli strofinacci da cucina. Questi utili strumenti devono trovarsi, per il mio personalissimo gusto, ad almeno tre metri dai fuochi. Il mio terrore è, infatti, che la cucina si incendi in meno di un amen, portandosi via casa, suppellettili, cibo e ammennicoli vari. Per questa paura, tuttavia, una spiegazione c’è e sarò breve. Nella lontana estate del 1993, in una graziosa e amena villetta di Albarella, mia mamma stava gironzolando intorno alla cucina. L’incauta pensò bene di appoggiare simpaticamente lo strofinaccio a due millimetri dai fuochi, con il conseguente divampare di un mini-incendio che scatenò il fuggi fuggi generale di noi bambini fuori dalla casa, le imprecazioni poco signorili di mio zio e la calma flemmatica di mia zia che, preso lo straccio tra le punta delle dita, lo gettò senza rimorso né rimpianto direttamente nell’acquaio. Con buona pace dello stesso che, dopo un brevissimo funerale, ricevette degna sepoltura nell’immondizia.

Ultima, promesso, è quella di rimanere chiusa in un ambiente stretto. Quando ero piccola mi è capitato di rimanere bloccata in un ascensore da sola. Ero in vacanza con mamma e papà, in Sardegna. Mi avevano detto di non prendere l’ascensore senza di loro. Ma, per fare prima, l’ho fatto comunque. Entro, schiaccio il bottone del piano, le porte si chiudono e l’ascensore rimane fermo. Non accenna a ripartire. E le porte non si riaprono. A quel punto, ho cominciato a schiacciare tutti i pulsanti all’impazzata, presa dal panico. Poi, per mia fortuna, è arrivato un baldo giovine (che tanto giovine non era, ma fa niente) che ha sentito picchiare sulle porte e mi ha liberata. La mia paura più grande, in quel momento, era legata alla punizione che mi avrebbero inflitto i miei genitori per aver loro disubbidito. Non l’hanno mai saputo. O meglio, mia mamma lo scopre oggi leggendo il blog.

Di manie ne ho ancora di più. Basta chiedere. Un pò come per i difetti, che nel mio carnet personale non mancano mai. Li sfoggio ad ogni occasione possibile. A proposito di capricci bizzarri e affini, c’è il bisogno e la necessità di avvisare sempre e comunque la persona con cui sono in un dato momento di cosa sto per fare. Se mi conoscete, sapete bene che se mi allontano dalla stanza in cui siamo insieme, io dico sempre perché lo faccio. Le allocuzioni possono spaziare dal “vado in bagno”, “scendo in cantina un secondo”, “vado di là a stendermi un attimo”. Non posso farne a meno. Devo sempre e comunque avvisare. Metti poi che, per cause di qualsiasi natura, mi dovessi perdere, o rimanere chiusa nella toilette del locale o peggio ancora dovesse arrivare la fine del mondo all’improvviso, almeno saprebbero dove recuperarmi. A colpo sicuro.

Per non parlare dello shopping. A quale donna non piace lanciarsi in tour de force alla ricerca della cosa che assolutamente ci serve, non possiamo farne a meno, tranne poi stufarci dopo la prima settimana di utilizzo? Beh, io ho dei negozi che amo particolarmente. E sono quelli che hanno specchi snellenti. Vi giuro che ce ne sono! E, gira rigira, compro sempre lì. Cose che mi piacciono più o meno, che sul manichino stanno benissimo e che devo avere per forza. Ma soprattutto che danno una sferzata incredibile alla mia autostima. Visto che, appena uscita dal camerino, quegli specchi delle mie brame mi restituiscono un’immagine più giovane, più luminosa, più snella, più charmant. Potere dell’autosuggestione. Ma volete mettere? Tralasciando gli sguardi sognanti delle commesse che direbbero, a qualunque costo sempre e comunque, che sto bene anche con un sacco dell’immondizia nero e stracciato pur di propinarmelo, quei negozi sono inseriti a pieno titolo nelle mie tappe salva-umore.

Se, invece, si parla di dipendenze, io sono drogata di cioccolato. Non un qualsiasi cioccolato. No. Io amo, bramo e non posso vivere senza i muffin al cioccolato. Meglio se double-chocolate. La sensazione paradisiaca del guscio croccante che si sfalda in bocca, subito seguito da un morbido e godurioso ripieno di cioccolato morbido non ha eguali. Non ha prezzo! Non posso, molto semplicemente, farne a meno. Insomma, toglietemi tutto, ma non il mio muffin.

E qui, anche se la lista potrebbe proseguire, chiudo e auguro a tutte voi una buona giornata.

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Ma come si fa a conciliare tutto?

vorticeEccolo il problema maggiore per una mamma di gemelle. O gemelli, ça va sans dire. Il problema più grande contro cui lottare è il tempo e la qualità del tempo speso con le bambine, i mille impegni, le incombenze quotidiane. Essendo una mamma che lavora, incidenti di percorso a parte, la mia giornata comincia alle 6 e finisce intorno alle 22.00. No stop. Nel senso che, al lavoro ovviamente devo porre attenzione a quello che faccio, a quello che scrivo, a come lo scrivo. Con mani attente che volano leggere (più o meno) sulla tastiera e la mente vigile a captare stimoli esterni, ma al contempo, parte di me, è proiettata a casa. Dove ci sono loro. Durante il giorno, gioco forza, bisogna poter affidare le piccole a qualcuno di cui ci si fidi. Cosa altrettanto non semplice. O meglio, se si è costretti, ci si deve fidare. Punto. Non ci sono altre scappatoie.

Mi fanno tanto sorridere quelle mamme mono-figlio che quando mi vedono mi dicono che sono fortunata, che almeno loro crescono insieme, che il loro figlio è vivacissimo e vale per due. Ne ho sentite di ogni. Ma provate voi, dopo una giornata di lavoro, quando l’unica cosa che vorreste fare è lasciarvi cadere a peso morto sul divano, a dover comunque tenere duro e dedicare (giustamente) tutto il poco tempo a disposizione alle piccole. Che richiedono immediata attenzione nel momento stesso in cui metti piede in casa. Che vogliono essere prese in braccio (ma come? Avete cominciato a camminare e volete stare in braccio?!). Che reclamano un pò di tempo per giocare con la mamma. Certo, questo è qualcosa che capita a tutte le mamme che lavorano. Peccato che, nel mio caso, sia moltiplicato per due. E così, dopo aver preso in braccio una delle due, devi metterla giù e prendere in braccio l’altra. Continuando, nel frattempo, a coinvolgere quella che hai appena posizionato a terra. Che ovviamente, non soddisfatta, ha cominciato a urlare.

Come si fa a conciliare tutto? In assenza di super-poteri? Quando la mamma ti ha lasciata per tornare a ricaricarsi nella natia Bra? Mi dispiace, non ho una risposta. Faccio tante cose, tutte piuttosto male. Mi arrabatto a cucinare per loro, intrattenendole nel frattempo, a preparare le dosi, a rispondere al telefono quando la maledetta Vodafone per la trecentesima volta ti chiama per un’offerta irripetibile. E tu che urli che no! non sei interessata! Lasciatemi in pace, almeno voi dei call centre. Che state facendo sì il vostro lavoro, ma state minando il delicato e fragilissimo equilibrio dello slot temporale 18-20. Quel momento in cui le energie represse delle bambine esplodono come fuochi d’artificio. E tu ti chiedi come hai fatto, per l’ennesima volta, a schivare la forza propulsiva della bomba atomica che ti ha appena sfiorato i capelli.

Follia serale a parte, conciliare i vari ruoli mamma-lavoratrice-moglie-amica è difficile. Come fare lo slalom con un trattore in un negozio di cristalli. E allora chiudo gli occhi, prendo un bel respiro, e mi butto. A terra. Tormento le panciotte, faccio il solletico, ridacchio con loro, leggo libri e faccio bolle di sapone. Le imbocco e le cullo fino allo sfinimento. Quando mi accorgo che mi sto per addormentare prima io di loro, capisco che sono quasi arrivata alla frutta. E la figura di mamma, almeno in parte, l’ho assolta. Per tutte le altre, scusate, ma ci sto lavorando. Più o meno bene. Direi che la targa che dovrei portare appresso, appesa sulla schiena. almeno per ora è work in progress.

Pensieri del lunedì

Mamma, lo so, non ti ritroverai in questa immagine...ma prendila per quello che è, una simpatica allegoria!

Mamma, lo so, non ti ritroverai in questa immagine…ma prendila per quello che è, una simpatica allegoria!

E poi, dopo un incidente e tre settimane gomito a gomito, ti svegli una mattina e vedi che tua mamma non c’è più. A casa tua, dico. Per carità! E pensi ai 21 giorni intensi trascorsi insieme e a tutti quelli ancora più intensi che sono passati nel corso dei mesi e degli anni. E una fitta di nostalgia ti pervade. Sì, perché anche se il rapporto madre-figlia è conflittuale, a tratti problematico, rimane comunque un rapporto e un legame che non si può cancellare con un colpo di spugna. Ma nemmeno si deve. Non ce n’è bisogno. Qualcuno lo fa, per poi ricredersi e rimpiangere i momenti, anche di scontro, quando questi non ci sono più. Taglia il cordone ombelicale! Beh, cari miei, l’ho già fatto anni e anni fa. Quando sono andata, armi e bagagli, a vivere da sola (sì, da sola). Il distacco, allora, è stato meno forte di quello di adesso. Crescendo si impara, si danno delle gran musate nei muri, si prendono potenti calci nel sedere. E le prospettive e i giochi di luce cambiano forma e colore. Insomma, si vedono le cose diversamente.

E non posso fare a meno di pensare ai momenti belli e a quelli brutti che abbiamo vissuto insieme: alle gioie, ai grandi dolori, alle riprese e alle ricadute. Sempre insieme, anche se magari con chilometri e chilometri a dividerci. E penso anche a quando inizio una frase (o lo fa lei) e non c’è bisogno di continuare. Ci capiamo al volo. No, non è solo empatia. E’ anche conoscenza profonda l’una dell’altra. Sì, il cordone ombelicale, cari miei, dovrebbero tagliarlo tutti. Ma proprio tutti. E’ soltanto un pezzo di noi che deve per forza di cose cadere. Per lasciare spazio ad altro. A sentimenti ben più profondi e maturi e adulti. Ci sono, nel corso della propria vita, tante persone che rendono la nostra esistenza degna di essere vissuta. Ma ce ne sono poche che ti amano davvero. A prescindere da come sei, da come ti comporti, da come ti vesti, da quello che dici. Ce ne sono poche che, anche se sbagli, ti perdonano e sono lì, pronte ad indicarti nuovamente la via giusta per te. A consigliarti, a tenderti la mano quando cadi, sempre di nascosto, che se ce la fai a rialzarti da solo, tanto meglio.

Ieri, tornata a casa dopo 21 giorni di convivenza forzata post-incidente, ho ritrovato il solito spazio, le solite stanze, i soliti rumori. Le bambine che correvano, i giochi lanciati come razzi, la musica, il cane. Ma, nello spazio quotidiano, nell’ambiente che dovrebbe essermi famigliare, mancava qualcosa. Mancava la presenza, a tratti rumorosa e vulcanica, di mia mamma. Dov’erano le mille cose sparse ovunque? Dov’era il disordine? Dov’erano le valigie, il rumore della TV accesa in cucina a far da brusio continuo in sottofondo? Dov’era la spalla su cui appoggiarmi, in attesa di ricaricare le pile? Quella spalla dolorante cui appioppare le belve feroci, almeno per qualche minuto? La mano che cucina, prepara il tavolo, aiuta nelle piccole, grandi cose casalinghe? E no, scusate, non è questione di cordone ombelicale dei miei stivali. E’ un aiuto. Un aiuto sempre presente (poverina, essendo ospite, non è che possa liberarsi tanto facilmente né avere qualche spazio libero per sé). Un aiuto su cui conto e conterò per ancora molto tempo.

La mano che, quando ero piccola, mi aiutava a fare i primi, incerti passi, ora aiuta le piccole a rialzarsi, le corregge, le sostiene. Da nonna, non da mamma, ma con un valore, se possibile, ancora più grande. Diciamolo pure: da seconda mamma, più che da nonna. E, a conclusione di questa sviolinata del lunedì mattina, voglio dire a questa donna GRAZIE, di esserci sempre stata. Per me, ma anche per noi. Ciao Nonna Tox, a presto.

EHI, TU! HAI MIDOLLO?

ADMOQuesto il titolo dell’evento che puntuale, anche quest’anno, si terrà a Varese, in Piazza Podestà e a Legnano, in Piazza San Magno, il 26 settembre. Organizzato da ADMO Regione Lombardia Onlus, l’evento nazionale (oltre 80 piazze coinvolte) consiste in una giornata interamente dedicata alla sensibilizzazione sul tema ancora poco considerato della donazione di midollo osseo. E della possibilità di iscriversi al Registro che, dal 2010, permette ai malati di sperare. Ed è proprio questo messaggio di speranza che vorrei passasse tramite questo post.

Può capitare a tutti noi, prima o poi, di aver bisogno di aiuto. E se non a noi direttamente, ad un nostro famigliare, ad un amico, a qualcuno cui vogliamo bene. E non un aiuto in termini di assistenza o denaro o altro. Ma un aiuto che può cambiarci il destino, magari salvarci la vita. Proprio questo mi ha spinto, circa tre anni fa, in occasione della mia prima donazione di sangue, ad iscrivermi al Registro ADMO. Consapevole del minimo sforzo che avrei fatto (un semplice ulteriore prelievo del sangue), ma con la possibilità di diventare, concretamente, una speranza di salvezza (seppur remota), per qualcuno meno fortunato di me. Forse non sapete, infatti, che ogni anno sono moltissime le persone che necessitano di un trapianto per continuare a vivere. Per continuare a sperare. Leucemie, linfomi, mielomi e altre malattie del sangue, che potrebbero essere curate tramite la donazione di tutti noi e il trapianto di midollo osseo.

Mi rendo conto che la mia iscrizione probabilmente non mi porterà mai di fronte ad un chirurgo, visto che la compatibilità con un possibile ricevente è spesso rarissima. Ma volete mettere la soddisfazione di poter dire “con un piccolissimo gesto, magari in futuro potrò aiutare qualcuno!”? E se poi penso che per quell’ipotetico “qualcuno” il mio gesto banale è l’unica, concreta speranza di vita, allora mi chiedo com’è possibile che, ad oggi, in Italia i donatori di midollo osseo siano poco più di 350.000. Una goccia minima in un oceano immenso. Che può e deve essere colmato.

Ed ecco che, sabato 26 settembre, si presenta un’opportunità quanto meno per reperire informazioni. Nelle oltre 80 piazze italiane, dalle 9 alle 20, ci saranno volontari e rappresentanti dell’ADMO che spiegheranno perché iscriversi e risponderanno alle domande più frequenti. Tutti possono donare! Basta avere tra i 18 e i 40 anni. E se non rientrate in questa fascia d’età, no problem, anche una piccola donazione in denaro, diventando quindi soci sostenitori, può fare molto.

Se vi ho convinto, o quanto meno incuriosito, potete trovare la piazza più vicina a voi cliccando qui www.admo.it/ehi-tu-hai-midollo-edizione-2015-sabato-26-settembre-tutti-in-piazza/

Ora vi spiego come imbiancare i muri

come-non-arrossire-diventare-rossiQuesto è uno dei ricordi più divertenti che ho. E anche uno dei più imbarazzanti.

Non credo che mi succederà ancora nella mia vita. A dire il vero, è già successo qualcosa di analogo, sempre causato da un bambino che ora è medico, ma questa è un’altra storia. Dunque, l’anno scorso, a settembre, mentre ero, come già detto, a Bra con mia mamma e le piccole, decidemmo di sottoporle ad una visita pediatrica specialistica. All’epoca, le gemelle avevano 4 mesi. Quattro mesi difficili: di notti insonni, coliche, risvegli continui, urla eccetera eccetera. Cose note. Uno dei maggiori problemi di cui hanno sofferto (anche) le bambine era la stipsi. Ma una stipsi persistente, continua, risolta spesso e volentieri con microclismi. Che argomento di merda, direte voi. Esatto, proprio quello!

Comunque, presa dallo sconforto di questo problema persistente, capitava spesso che, non tenendo opportune tracce della gemella cui somministravo il microclisma, a volte mi capitava di ripetere l’operazione con la stessa bambina. Con risultati disastrosi, oltre ogni aspettativa…

Vi chiederete cosa c’entri, tutto ciò, con l’articolo. E ora ve lo spiego.

Quel martedì di settembre, ci recammo io, mia mamma, mio cugino e gemelle al seguito dal Dott. Serra, stimato Primario di Pediatria degli ospedali di Bra e Alba. Lo scopo era capire se e quando le bambine finalmente avrebbero cominciato a dormire in modo adeguato, lasciando così anche a noi un pò di respiro e permettendoci di ricaricare le pile ormai quasi del tutto esaurite. Entrando nello studio, abbiamo cominciato a ricordare i bei tempi andati (il Dott. Serra fu, a suo tempo, sia il mio pediatra che quello di mio cugino). Dopo i convenevoli, comincia la visita. E lo spettacolo.

Avevo notato che, da qualche minuto, Ludovica stava immersa in pensieri tutti suoi: la faccina rossa rossa, i pugnetti ben chiusi, l’espressione concentrata. Stava finalmente producendo senza aiuti esterni. Il dottore mi disse di svestirla e di stenderla sul lettino, in modo da cominciare la visita. Io gli risposi che forse era meglio aspettare un attimo, visto che era impegnatissima. “No no, la svesta pure, tanto ha finito“.

Incerta e dubbiosa sul da farsi, decisi di accontentarlo. Sistemai Ludovica sul lettino, cominciai a svestirla e, al momento della rimozione del pannolone, sentimmo chiaramente un boato sordo. Più simile all’onomatopeico PRRRRR che ad un vero e proprio boato. Ma tant’è.

In ogni caso, immediatamente dopo la rimozione del pannolone, dal culetto santo della mia bambina fuoriuscì un getto incredibilmente potente di cacca. Che riuscì a raggiungere, grazie alla sua incredibile potenza e portata, non solo tutto il lettino, ma anche il pavimento e il muro. Si, avete capito bene, il muro! Una enorme, puzzolente macchia 2 metri x 2. La dove c’era il bianco candido e immacolato, ora c’era una pozza simile alle macchie del test di Rorschach.

Ognuno di noi se sottoposto a quel test, ci vede simboli e immagini diverse. Io ci vidi solo un grosso, enorme senso di vergogna. Mio cugino ci vide la fortuna, visto che due secondi prima era esattamente a portata di bombardamento. Il Dott. Serra non so cosa ci vide. So solo che il silenzio immobile che seguì all’evacuazione fu subito seguito da una risata isterica. La mia. Giuro che non riuscivo a fermarmi. Sembravo completamente pazza. La bambina, nel frattempo, sorrideva beata. Il dottore, ripresosi, disse che sì, gli era capitato altre volte (bugiardo!), che non c’erano problemi, che avrebbe fatto re-imbiancare la parete.

Per ripulire nel modo migliore possibile, sempre continuando a ridacchiare come una scema, usai praticamente tutto un rotolone di carta per asciugarsi le mani, di quelli usati negli ospedali, per intenderci. Con mia mamma che si prodigava ad aiutarmi e così anche il Dottore. Mentre mio cugino, schizzinoso di natura, se ne stava in disparte ridacchiando sotto i baffi (che non ha, per inciso).

Comunque, la visita andò bene, ma ce la fece pagare cara (in termini di parcella intendo). Non so se perché la sua tariffa fosse proprio quella o se perché mai nella vita qualcuno aveva creato tanto scompiglio in meno di un minuto.

Ad ogni modo, anche se l’episodio non è dei più “puliti”, lo ricordo con tanto divertimento. Non so a quante di voi mamme sia successa una cosa simile. Diciamo che non è indispensabile avere nel proprio carnet di madre un’imbiancatura a presa diretta nello studio di un Primario, ma è comunque qualcosa che userò in futuro, per allietare incontri con parenti e amici. Ludovica permettendo.

Dentistrocca, la filastrocca dei dentini  

  Cari amici miei dentini 

Quanto siete belli e carini

Spuntate un po’ per volta, qua e là 

Mai tutti insieme, ma chissà

Chissà perché non vi date da fare

Non dovete mica attraversare il mare?!

E la mamma poverina se ne sta chiusa in cucina 

A pregare l’angioletto che da sopra faccia il botto

Un due tre, veloci lesti, 

Uscite fuori dalle piccole pesti

Che a furia di urlare non san più nemmen parlare

‘Sto supplizio ha da finire 

Tutti quanti voglion dormire

Ed accogliere con gioia

Tutti i denti della storia!

Pensieri per tre mamme

pensieriCi ho pensato a lungo, se scriverlo o no, questo post. Il tema che mi è tanto caro, quello della maternità, può celare in sè grandi gioie, ma anche tanta, indicibile sofferenza. Poi ho pensato che, in fondo, anche questo è un esercizio catartico e che le cose che mi sconvolgono (o che sconvolgono altre), possono assumere pieghe diverse e servire per il futuro. E così, eccomi qui. In queste ultime settimane, ho seguito con trepidazione tre casi, ben distinti tra loro.

La gravidanza di una cara amica lontana, la mia prima amica. Che la scorsa settimana ha dato alla luce Bianca, una bellissima pupetta bianca e rosa come un fiore. Non so come sia andato il travaglio (ancora non ho avuto modo di chiederglielo), ma penso che come tutti i travagli sia stato doloroso. Un dolore presto trasformato in gioia infinita quando la mia amica ha potuto stringere tra le braccia la sua bambina. Una bambina fortemente voluta e attesa. Una bambina fortunata. Che conoscerà, giorno dopo giorno, due genitori meravigliosi. Due persone normali che però infondono serenità e simpatia, affidamento e solidità. Me la immagino questa amica, alle prese con le poppate notturne, tra notti insonni e cambi di pannolini. A lei che, se non ricordo male piaceva dormire, va il mio pensiero affettuoso: tieni duro, magari a te va meglio rispetto a come è andata a me. Magari Bianca sarà una bimba dormigliona come la mamma!

La gravidanza gemellare (come la mia) di un’amica virtuale, che qualche settimana fa ha postato un pensiero nel gruppo su Facebook che diceva “ricoverata per sospetta rottura di un sacco alla 14+3, ho il terrore…” e chiedeva di pregare per lei e per i suoi piccoli. Nel corso dei giorni ho seguito con trepidazione ed ansia lo svolgersi degli avvenimenti. Fino al verdetto: questa amica soffriva di anidramnios nel sacco sinistro. In parole povere, il liquido era sempre più scarso. Questa ragazza raccontava le sue giornate piene di terrore, con i battiti presenti, ma con sempre meno maledetto liquido amniotico. Fino alla sentenza finale: dopo una visita specialistica ed ecografia di controllo, i medici le hanno detto che avrebbe dovuto scegliere se fare un aborto selettivo o continuare ad andare avanti con la gravidanza, con il rischio di perderli entrambi o di partorirli con seri, gravissimi problemi neurologici e Dio sa cos’altro. Non so cosa abbia deciso questa amica virtuale, due giorni fa ha deciso di abbandonare il gruppo su Facebook perché non se la sentiva più di seguire altre mamme di gemelli più fortunate di lei. Che nel gruppo postavano foto. E, con una grazia e un’eleganza di pochi, se n’è andata in silenzio. Col suo dolore. Continuo a pregare per lei. Sperando in un miracolo. In fondo io di miracoli me ne intendo, le mie piccole ne sono un esempio lampante.

Infine la gravidanza sfortunata di una ragazza che non posso definire un’amica, ma di certo posso definire una “bellissima persona”. Una ragazza gentile, bella, buona, sempre pronta ad aiutare gli altri, con un cuore grande, enorme. Che ha dovuto subire un percorso che non augurerei ad alcuno. Nemmeno alla mia peggiore nemica. Incinta di cinque mesi, il cuoricino del bimbo ha smesso di battere. E i medici cosa hanno deciso di fare? Di farla partorire. Comunque. In modo consapevole. Senza nemmeno addormentarla per alleviarle almeno un pò del terribile, straziante dolore di dover dare alla luce una creatura (NON UN FETO!) che per cinque mesi ha amato come nient’altro in vita sua. E che, sono sicurissima, continuerà ad amare. Le hanno indotto il parto. L’hanno costretta a provare il dolore delle doglie. Non so come stia adesso questa ragazza. Non so nemmeno immaginarlo. Ma sono sicura che troverà dentro di sè quella forza necessaria per andare avanti. Consapevole del fatto che, da oggi in poi, avrà sempre con sè il suo personalissimo ed amorevole angioletto a seguirla. Passo dopo passo. Vorrei stringerla in un abbraccio e dirle che deve continuare a sperare. Che la vita le riserverà altre belle e positive esperienze.

A queste tre mamme, oggi, vanno i miei pensieri. Pensieri che si dividono tra la gioia e il dolore. E la compartecipazione di una mamma verso altre mamme.

C’era una volta…

 E c’è ancora, ma non è più parte della mia vita, un gruppo su Facebook cui mi sono iscritta sull’onda dell’entusiasmo. Un gruppo che mi piaceva leggere. Seguire e, talvolta, interagire. Un gruppo cui ho chiesto pareri e suggerimenti, ben consapevole che i suggerimenti e i pareri arrivavano da persone comuni. Come me. Con le loro storie e le loro esperienze più o meno simili alla mia storia e alla mia esperienza. Persone più fortunate di me, ma anche più sfortunate. 

È come quando incontri degli individui con cui hai molte cose in comune, ti scambi il numero di telefono, inizi uno scambio regolare di messaggi e telefonate. E pensi a quanto sei stato fortunato a trovare qualcuno come te, che percorre la stessa strada, che vive vicende simili. Ma poi, in un lampo, vieni deluso irrimediabilmente. E per cosa? Per avere espresso il tuo parere e non essere stato accettato. E più cerchi di far capire che ognuno la può pensare come vuole, nel rispetto delle visioni e delle credenze altrui, più vieni attaccato. Deriso. Ostracizzato. 

E allora comprendi che:

  • I gruppi su Facebook, anche se scelti con cura, sono pur sempre gruppi virtuali in cui spesso vige la legge della dittatura
  • Chi si erge ad Amministratore del gruppo spesso non ha né le capacità tecniche né quelle cognitive né l’esperienza gestionale necessaria per amministrare un gruppo come si deve
  • Le regole del buon senso e del rispetto sono morte
  • Certa gente, pur di avere ragione, scava e scava e scava e non si accorge che ha già raggiunto il limite massimo. E che il buco fatto, da fossa è diventato cratere. E da lí è obiettivamente difficile uscirne puliti. 
  • Il mondo è bello perché è vario.  Ma in questo caso no, a me è parso semplicemente avariato. 
  • Seguire la massa è diventato chic. E anche se la pensi diversamente, pur di ingraziarti gli Admin del gruppo, rinneghi tutto, persino tua mamma. Non una, ma ben tre volte e senza canto del gallo. 
  • Prendere per il culo chi ha delle forti convinzioni, siano esse professione di fede o credenza in sè stessi o nel topolino dei denti è un modo per non farsi troppe domande. 
  • Il cervello, per alcuni, è un semplice riempitivo della scatola cranica. E spesso fa pure gioco. 

Detto ciò, non rinnego i gruppi su Facebook (ne seguo ancora molti), ma grazie all’esperienza mantengo l’iscrizione a quelli con un senso del rispetto e della buona educazione.

Degli altri posso farne decisamente a meno. E viceversa. 

Sindrome TTTS (trasfusione feto-fetale): facciamo chiarezza

fetal-anomaly-archive-advanced-usg-lounge-12-638La storia della mia gravidanza è ormai nota. Durante i sette mesi in cui ho tenuto duro, sopportando la sfortuna della Sindrome TTTS al secondo stadio che ha colpito me e le piccole, sono stata seguita passo dopo passo dalla Dottoressa Elisabetta Scorbati, specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dirigente Medico presso l’Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio.
La prima volta che l’ho incontrata, mi avevano preparata ad una persona schiva, diretta, a tratti asciutta. Senza troppi complimenti, pareva essere uno di quei medici che vanno diretti al punto, senza mostrare sintonia o empatia col paziente. Niente di meno vero. Certo, la prima visita non è stata tutta complimenti e sorrisi (e nemmeno avrei voluto), ma col tempo ho imparato a conoscere un medico che ama il suo lavoro (cosa non da poco), che dedica praticamente tutta la sua vita alla sua missione. Io credo, infatti, che per lei il suo lavoro sia una missione vera e propria, oltre che una passione. Lo trasmette, molto semplicemente.
Ho pensato, quindi, per permettere a quelle mamme che dovranno affrontare il mio percorso (e mi auguro che siano una percentuale minima), di reperire informazioni chiare e basate su fondamenti scientifici. Io non sono un’esperta, quello che ho raccontato finora ha dato spazio ai miei ricordi, alle mie sensazioni, alla mia personalissima percezione.
Qui, invece, diamo voce alla Scienza.
Quanti tipi di gravidanze gemellari esistono e quali sono le loro denominazioni corrette?
Esistono 3 tipi di gravidanze gemellari: la gravidanza gemellare biamniotica bicoriale (2 camere gestazionali differenti con 2 placente), la gravidanza gemellare biamniotica monocoriale (2 camere gestazionali con una sola placenta) , la gravidanza gemellare monoamniotica monocoriale (una camera gestazionale, una sola placenta). Si  parla poi di gravidanza bigemina (2 gemelli), trigemina (3gemelli) e plurigemina (3 gemelli o più di 3).
Quali sorgono spontaneamente e quali, invece, sono frutto esclusivo (se ne esistono) di stimolazioni ormonali?
La gravidanza gemellare é, in genere, frutto di stimolazioni ormonali soprattutto quelle plurigemine, ma sono possibili, anche se raramente, gravidanze plurigemine spontanee.
Tra le tipologie di gravidanze gemellari, quali sono le più a rischio e perché?
La gravidanza gemellare più a rischio è quella monocoriale monoamniotica (per il rischio di TTTS soprattutto) e le plurigemine per il maggior rischio di parto pretermine
Quali sono le problematiche maggiori che possono insorgere in una gravidanza gemellare?
Le problematiche maggiori legate a una gravidanza gemellare sono il parto pretermine, la rottura prematura delle membrane, il distacco della placenta, il basso peso alla nascita.
A proposito della Sindrome TTTS, ci può spiegare esattamente cos’è, in cosa consiste, quando si manifesta e  in quale gravidanza può insorgere questo problema?
La Sindrome TTTS è una complicanza della gravidanza monocoriale monoamniotica (incidenza del 10-15% dei gemelli monocoriali, più frequente nelle femmine).  Insorge entro la 25a settimana: si riferisce alla presenza di discordanza in termini di crescita fetale e di volume di liquido amniotico da imputare  ad anastomosi vascolari placentari non compensate. Questa condizione crea un gemello ricevente (iperperfuso, con abbondante liquido amniotico, diametro maggiore del cordone ombelicale, maggiore crescita fetale, anomalie cardiache) e un gemello donatore (ipoperfuso, con poco liquido amniotico, anemia, rallentata crescita fetale). Entrambi i feti sono a rischio. La comparsa  della sindrome è graduale ma può essere anche acuta.
Quali sono i sintomi che fungono da campanello d’allarme? E’ possibile per la mamma accorgersi di essere a rischio?
Non è possibile per la mamma accorgersi in quanto non esistono campanelli di allarme. La diagnosi è ecografica e ciò spiega l’importanza di eseguire ecografie seriate.
Entro quanto si può intervenire e come?
Si può intervenire alla diagnosi ecografica (< 25 sett) tramite amnioriduzione (rimozione del liquido amniotico) e ablazione laser delle anastomosi vascolari.
Quali sono i centri in Italia che lei raccomanderebbe alle mamme che soffrono di questa Sindrome?
In Lombardia consiglio la Clinica Mangiagalli e l’ospedale Buzzi, entrambi a Milano.
In generale, quali sono i consigli che si sente di dare ad una futura mamma di gemelli, affinché viva la gravidanza nel modo più sereno possibile?
Consiglierei alle mamme di affrontare serenamente la gravidanza come se fosse una gravidanza singola e di stare più a riposo possibile.
Per maggiori informazioni, consiglio di visitare il sito dedicato alle gravidanze gemellari dell’Ospedale Buzzi di Milano: http://terapiafetale.it/

Un sabato alternativo 

Sabato scorso è cominciata la fase di declino della pseudo-fortuna. Immaginate di essere comodamente seduti nella vostra macchina, mamma a fianco, direzione supermercato. Un qualcosa che tutti fanno (tranne i pochi, fortunati che hanno chi fa la spesa per loro o che possono fare acquisti in settimana).

Immaginate di procedere per la vostra strada, nel rispetto dei limiti di velocità. Pronti a svoltare direzione Esselunga. E poi lo schianto: un rumore sordo e metallico. Un lampo. Giusto il tempo di dire “AH” (mia mamma), o di stare in silenzio attonito (io). Per carambolare subitamente contro qualcuno che procede in direzione opposta (che tenta di schivarvi! Ma non ce la fa). 

E poi il silenzio e le lacrime. Lo stupore. E la rabbia. Tutto a posto, non ci siamo fatte niente. Ma la macchina, comprata appena cinque mesi fa, quella è distrutta. Il tergicristallo posteriore che va avanti e indietro, come in un beffardo ciao ciao. Dove c’era il lunotto posteriore ora non c’è più nulla. E non ho potuto fare a meno di ringraziare il Signore che le bambine fossero altrove. 

Constatazione amichevole, mille scuse del proiettile-siluro che ci ha travolte a tutta velocità, senza nemmeno frenare, vigili per accertamenti e sette, interminabili ore al pronto soccorso. 

Diagnosi finale: colpo di frusta, vertebre che vanno nella direzione sbagliata, collare ortopedico per 10 giorni. E mal di testa, nausea, dolori vari un po’ dappertutto. 

Ora si riparte alla ricerca di una nuova auto. Con buona pace della precedente che mi ha lasciato troppo presto. E delle scuse infinite di chi, sceso dall’auto, mi ha detto “non l’ho proprio vista!”.

A lui consiglio una veloce veloce visita dall’oculista. A me, invece, un weekend di preghiera a Lourdes. 

collana chic post trauma