Confessioni a prima (s)vista

paureIl normale non è altro che l’anormale a cui si fa l’abitudine. Umberto Eco disse, inoltre, che Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali.

Io mi definisco, quindi e per ora, una persona apparentemente normale. Come tutte le altre. Però, per onor e amor di cronaca, devo essere sincera e dire che anche io, nel mio piccolo, soffro di fobie, di manie e di vere e proprie dipendenze.

Nella top ten delle paure metto le bestiacce pelose. Intendo quegli esseri irsuti, piccoli e brutti che si infilano dappertutto senza ritegno. Con arroganza. Vedi ragni (di piccole, medie e grandi dimensioni), millepiedi e similari. Ma anche meno pelosi come le cimici (che oltre alla paura mi fanno pure schifo), le mantidi religiose (una volta sola me ne sono trovata una faccia a faccia. Io sono morta di paura, lei di infarto…dopo l’urlo abominevole che ho cacciato…) e le scolopendre.

Altri animali che non posso tollerare nelle mie immediate vicinanze sono i pennuti di grossa taglia. Passi per passerotti, cinciallegre, pettirossi, piccioni, gabbiani, ma se si tratta di falchi, gufi, aquile e via dicendo, allora potrei proprio morire di colpo apoplettico. Per rendere l’idea della paura incontrollabile che mi provocano, penso che potrei passare a miglior vita senza verbo proferire, non prima di aver subito palpitazioni accelerate, sudorazione come in pieno luglio, secchezza delle fauci, se uno di questi uccelli mi si avvicinasse a meno di cento metri. E sarebbero comunque pochi.

Un’altra delle mie paure ataviche è legata agli strofinacci da cucina. Questi utili strumenti devono trovarsi, per il mio personalissimo gusto, ad almeno tre metri dai fuochi. Il mio terrore è, infatti, che la cucina si incendi in meno di un amen, portandosi via casa, suppellettili, cibo e ammennicoli vari. Per questa paura, tuttavia, una spiegazione c’è e sarò breve. Nella lontana estate del 1993, in una graziosa e amena villetta di Albarella, mia mamma stava gironzolando intorno alla cucina. L’incauta pensò bene di appoggiare simpaticamente lo strofinaccio a due millimetri dai fuochi, con il conseguente divampare di un mini-incendio che scatenò il fuggi fuggi generale di noi bambini fuori dalla casa, le imprecazioni poco signorili di mio zio e la calma flemmatica di mia zia che, preso lo straccio tra le punta delle dita, lo gettò senza rimorso né rimpianto direttamente nell’acquaio. Con buona pace dello stesso che, dopo un brevissimo funerale, ricevette degna sepoltura nell’immondizia.

Ultima, promesso, è quella di rimanere chiusa in un ambiente stretto. Quando ero piccola mi è capitato di rimanere bloccata in un ascensore da sola. Ero in vacanza con mamma e papà, in Sardegna. Mi avevano detto di non prendere l’ascensore senza di loro. Ma, per fare prima, l’ho fatto comunque. Entro, schiaccio il bottone del piano, le porte si chiudono e l’ascensore rimane fermo. Non accenna a ripartire. E le porte non si riaprono. A quel punto, ho cominciato a schiacciare tutti i pulsanti all’impazzata, presa dal panico. Poi, per mia fortuna, è arrivato un baldo giovine (che tanto giovine non era, ma fa niente) che ha sentito picchiare sulle porte e mi ha liberata. La mia paura più grande, in quel momento, era legata alla punizione che mi avrebbero inflitto i miei genitori per aver loro disubbidito. Non l’hanno mai saputo. O meglio, mia mamma lo scopre oggi leggendo il blog.

Di manie ne ho ancora di più. Basta chiedere. Un pò come per i difetti, che nel mio carnet personale non mancano mai. Li sfoggio ad ogni occasione possibile. A proposito di capricci bizzarri e affini, c’è il bisogno e la necessità di avvisare sempre e comunque la persona con cui sono in un dato momento di cosa sto per fare. Se mi conoscete, sapete bene che se mi allontano dalla stanza in cui siamo insieme, io dico sempre perché lo faccio. Le allocuzioni possono spaziare dal “vado in bagno”, “scendo in cantina un secondo”, “vado di là a stendermi un attimo”. Non posso farne a meno. Devo sempre e comunque avvisare. Metti poi che, per cause di qualsiasi natura, mi dovessi perdere, o rimanere chiusa nella toilette del locale o peggio ancora dovesse arrivare la fine del mondo all’improvviso, almeno saprebbero dove recuperarmi. A colpo sicuro.

Per non parlare dello shopping. A quale donna non piace lanciarsi in tour de force alla ricerca della cosa che assolutamente ci serve, non possiamo farne a meno, tranne poi stufarci dopo la prima settimana di utilizzo? Beh, io ho dei negozi che amo particolarmente. E sono quelli che hanno specchi snellenti. Vi giuro che ce ne sono! E, gira rigira, compro sempre lì. Cose che mi piacciono più o meno, che sul manichino stanno benissimo e che devo avere per forza. Ma soprattutto che danno una sferzata incredibile alla mia autostima. Visto che, appena uscita dal camerino, quegli specchi delle mie brame mi restituiscono un’immagine più giovane, più luminosa, più snella, più charmant. Potere dell’autosuggestione. Ma volete mettere? Tralasciando gli sguardi sognanti delle commesse che direbbero, a qualunque costo sempre e comunque, che sto bene anche con un sacco dell’immondizia nero e stracciato pur di propinarmelo, quei negozi sono inseriti a pieno titolo nelle mie tappe salva-umore.

Se, invece, si parla di dipendenze, io sono drogata di cioccolato. Non un qualsiasi cioccolato. No. Io amo, bramo e non posso vivere senza i muffin al cioccolato. Meglio se double-chocolate. La sensazione paradisiaca del guscio croccante che si sfalda in bocca, subito seguito da un morbido e godurioso ripieno di cioccolato morbido non ha eguali. Non ha prezzo! Non posso, molto semplicemente, farne a meno. Insomma, toglietemi tutto, ma non il mio muffin.

E qui, anche se la lista potrebbe proseguire, chiudo e auguro a tutte voi una buona giornata.

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