Che rumore fa la tristezza?

L-arte-e-una-lacrima-di-cristalloCi sono parole sussurrate e parole urlate. Io, personalmente, temo molto di più le prime. Hanno la potenza di un terremoto o di uno sparo. Mentre le altre, seppur facciano più rumore, non tardano a perdersi nell’aria. Le prime, almeno per quel che mi riguarda, tracciano solchi indelebili nella mente e nell’animo, le seconde vengono, aleggiano per un pò, e se ne vanno. Le parole sussurrate o, peggio, dette con tremenda naturalezza, feriscono molto di più di discussioni accese e di toni fuori dalle righe. Accompagnano per mano la tristezza, la introducono con pacata calma nel cuore e li ve la lasciano. E’ quel tipo di tristezza bastarda, che avvolge tutto come una macchia d’olio. Difficile da lavare via. E anche se ti ci metti d’impegno, un pò d’unto rimane sempre. A testimonianza di qualcosa di coriaceo che si è impadronito di uno spazio che ha eletto suo e non vuole lasciare.

Le parole sussurrate, pronunciate con tranquillità innaturale e mortale, ma anche con rassegnazione, hanno unghie forti e sporche. Scavano solchi e lasciano cicatrici che fanno fatica a richiudersi. Che bruciano e si infettano. Dietro di loro, una scia di espressioni e pensieri detti con apparente noncuranza che tornano, sempre e comunque, a far capolino nei pensieri di chi le ha udite.

Se si discute, le parole sussurrate sono bombe a mano lanciate da distanza ravvicinata. Squarciano l’aria. Hanno un’onda d’urto forte in grado di spostare e far vacillare anche le credenze più forti. I sentimenti più saldi. Il bene più convinto. L’aria, dopo lo scontro sussurrato, è satura di incredulità e tristezza. Di rassegnazione e delusione. Preferisco mille volte gli scontri urlati, magari con contorno di piatti che sorvolano l’ambiente, a quelli a soffio d’aria. Preferisco le parole urlate a quelle pronunciate a fior di labbra, appena accennate.

Una discussione con parole sussurrate, preludio della rassegnazione, creano scombussolamento e tristezza. Una tristezza che diventa compagna di intere giornate e lunghe nottate. Una tristezza che, incontrandoti per caso, ti riconosce e ti abbraccia. Come se fosse la tua migliore amica, mentre invece gioca solo con i tuoi ricordi e con i tuoi sentimenti.

Che rumore fa la tristezza?

La tristezza fa plic, plic, plic.

E’ una goccia che cade da un rubinetto chiuso male. Scende continuamente nell’acquaio. Con costanza e precisione. E’ uno stillicidio mascherato da normalità, che di normale non ha proprio nulla.

L’abbraccio di Gerusalemme

Città Santa di tre religioni. Sì, va bene. Meta di milioni di pellegrini ogni anno. Ok, poi? Beh, Gerusalemme è molto di più. Se solo si ha voglia di visitarla e di conoscerla nella sua magia e nel racconto che scaturisce dalle pietre millenarie. Ogni angolo della capitale israeliana ha una storia da raccontare, una leggenda da svelare, un messaggio da dare. Non è un bel periodo quello che sta vivendo attualmente Gerusalemme. Ma non voglio entrare nel merito, lascio la politica a chi dovrebbe saperla fare. Oggi voglio raccontarvi il mio viaggio in terra israeliana, che risale ormai a circa tre anni fa, ad ottobre.

Città Vecchia

Nella Città Vecchia

Ricordo il caldo incredibile. Mentre a Milano si girava già coi cappotti e qualche accenno di cappellini e guanti, a Gerusalemme splendeva un sole rovente, che scaldava l’aria e colorava l’atmosfera di giallo e rosso. Il primo impatto con la capitale è stato di raggiungimento di un’oasi. Gerusalemme sorge su una collina, per cui per arrivarci si percorre una strada che si inerpica tra campi e monti. Si può proprio dire che, arrivati, si è raggiunta una meta. Tralasciando i problemi legati ai controlli aeroportuali, le lunghe discussioni con gli addetti alla sicurezza, le mille e ancora di più domande, a tratti pazzesche e senza un apparente filo logico, quando si arriva a Gerusalemme tutte le fatiche fatte, il volo notturno passato pressoché sveglia, la massa di gente contro cui devi fare attenzione a non scontrarti passano in secondo piano. La città ti abbraccia in uno slancio d’affetto che non pensi sia reale e possibile. Invece lo è.

Vivace, cosmopolita, caotica a tratti, la Città Santa è una destinazione che ti ruba il cuore, da subito. Subito dopo essere arrivata in hotel e dopo aver sonnecchiato per un paio d’ore, alle 8 precise ho deciso di partire alla scoperta delle bellezze della città. Va da sé che, come prima destinazione, ho scelto di visitare la Città Vecchia, nascosta e protetta oltre le mura. Come una vecchia signora un pò reticente che, non appena prende confidenza con i nuovi arrivati, inizia a raccontare storie dalla bellezza disarmante. E la sua voce echeggia anche una volta lasciata la parte vecchia. Dall’hotel, a piedi, passando per Mamilla Street, mi sono recata alla Porta di Jaffa. Qui, ogni luogo, ogni mattone, ogni tratto di selciato mormora un ricordo. E’ incredibile pensare di camminare sulle stesse strette stradine su cui Gesù ha camminato e su cui Re, personaggi storici e personalità hanno lasciato le loro impronte. E parte della magia della Città Vecchia sta proprio in questo: nel poter dire di essere entrata in una storia che, si spera, non avrà mai fine.

Basilica del Santo Sepolcro

Basilica del Santo Sepolcro

Prima tappa, il Santo Sepolcro. Ci si arriva a fatica, tra mille vicoletti che si dipanano in tutte le direzioni. Non ricordo nemmeno più quante volte ho chiesto indicazioni. Ma alla fine, ce l’ho fatta. Per un credente, arrivare nella piazzetta su cui sorge la Basilica del Santo Sepolcro ha un sapore particolare. Che parla di gioia ed emozioni. All’ingresso si trova una colonna con delle scanalature. Dentro, tantissimi bigliettini di ogni colore e forma contengono le preghiere dei fedeli in visita: richieste di aiuto, di guarigione, di felicità. Di tutto un pò. Anche io, ovviamente, ho lasciato il mio. All’interno l’atmosfera è ovattata. Si sentono bisbigli e preghiere, rumore attutito di passi. A tratti il silenzio più completo. Entrare nel Santo Sepolcro non è semplicissimo: l’apertura stretta, l’aria rarefatta, il dover praticamente camminare sulle ginocchia. E poi la possibilità di stare dentro in quattro, cinque persone massimo e per una durata di tempo estremamente limitata. E poi, fuori, a far spazio all’infinita coda di fedeli che attendono silenti il loro turno per entrare. Non posso descrivere l’emozione che mi ha colto. Non saprei quali parole usare. Posso solo dire che mi sono sentita abbracciare. Mi sono sentita bene, felice e gioiosa come poche volte nella mia vita mi è capitato. Potere della suggestione, dicono alcuni. Credano quelle che vogliono.

Nella Città Vecchia c’è tanto da scoprire: dalla Via Dolorosa, che Gesù percorse con la croce sulle spalle, ai negozietti di souvenir, dai locali di street food alle bancarelle di pane appena sfornato. Qui, il sacro si mescola col profano, i cristiani vivono gomito a gomito con i musulmani, gli ebrei, gli armeni. Divisi in quartieri, ma vicini tra loro, in un intreccio di vite e di fedi che si può ammirare solo qui, a Gerusalemme.

Torre di Davide

Torre di Davide

Dalla Basilica del Santo Sepolcro, via verso il Muro del Pianto. Anche qui, come per la Basilica del Santo Sepolcro, si trovano infilati tra le pietre migliaia di preghiere. E anche qui, anche io ho infilato la mia. Gli ebrei che vengono tutti i giorni a pregare, appoggiano la fronte sul muro, la Torah aperta in mano, un mormorio incessante. Ha un che di magico e fuori dal tempo, il Muro del Pianto. Come tutti i luoghi all’interno della Città Vecchia, a dire il vero. A due passi si trova la Spianata delle Moschee, cui però non mi è stato possibile accedere.

Sulla via dell’uscita, sono passata di nuovo per la Porta di Jaffa, non prima di aver ammirato la Torre di Davide: costruita nel II secolo a.C., al suo interno sono conservati pregevoli reperti archeologici, che risalgono a circa 2.000 anni fa. La visita l’ho posticipata alla sera avendo in programma di assistere all’esibizione Night Spectacular (Notte Spettacolare). E’ un tripudio di luci e suoni che colorano le mura della Torre di Davide con immagini che ripercorrono la storia millenaria di Gerusalemme. Un viaggio virtuale nel passato, di un fascino incredibile. Grazie alla tecnologia trompe l’oeil si ha la possibilità di assistere, in prima persona, a scene e fatti storici realmente accaduti, comodamente seduti.

Mahane Yehuda

Mercato di Mahane Yehuda

Ma Gerusalemme non è solo pellegrinaggi e preghiere. E’ davvero molto di più. Durante il mio viaggio, ho avuto la fortuna di visitare alcuni posti davvero caratteristici. Tra questi, quello che voglio raccontare qui è il Mercato di Mahane Yehuda, molto spesso chiamato anche The Shuk. Originariamente era un mercato all’aperto, ora invece è parzialmente coperto. Tripudio di locali, bar, ristorantini, al suo interno si trovano oltre 250 bancarelle in cui si possono acquistare frutta fresca, ortaggi, formaggi, carne, pesce, fiori e molto altro ancora. Ma soprattutto, nei localini adibiti al servizio, si possono assaporare gustosissimi falafel, hummus, verdure piccantissime, kebab, piatti kosher, frullati, drink. Ma soprattutto, i dintorni del mercato si animano, quasi ogni sera, di musica live, dj set, artisti di strada.

Inoltre, forse nessuno sa che a Gerusalemme ci sono oltre 60 musei.

Tra questi, vi consiglio di visitare l’Israel Museum in cui è possibile perdersi tra reperti archeologici, manufatti di arte ebraica, arte moderna e contemporanea, i rotoli del Mar Morto e il Codice di Aleppo, per citare alcuni must-have.

Vista di Gerusalemme

Vista di Gerusalemme dall’alto

E ancora, il Memoriale dell’Olocausto Yed Vashem, inserito da Tripadvisor tra i 25 migliori musei al mondo da visitare. Un museo che racconta la follia umana tramite stanze in cui ascoltare le testimonianze, osservare oggetti personali e rivivere un orrore che non può e non deve essere dimenticato.

Ma ce ne sono moltissimi altri. Scopriteli tutti qui: www.itraveljerusalem.com/it/placecategory/attraction_museums_it/

Dove dormire. Io ho pernottato all’Inbal Hotel, sito nei pressi del Liberty Bell Park e in posizione strategica rispetto alla Città Vecchia. E’ un cinque stelle ed uno dei migliori di Gerusalemme. Costo della camera, a notte, occupazione doppia da 320 €.

Dove mangiare. Dipende da cosa cercate. A Gerusalemme si trova di tutto, dalla cucina francese alla kosher, dalla cucina italiana a quella giapponese. Io vi consiglio l’Eucalyptus, un ristorante kosher situato nel quartiere degli artisti e uno dei migliori in assoluto della città. Propone piatti della tradizione biblica rivisti e reinterpretati in chiave moderna dallo chef Moshe Basson. Ogni piatto trova la sua origine nei racconti biblici e tutte le spezie e le erbe che lo chef utilizza venivano utilizzate anche nei tempi antichi. Prezzi a persona a partire da 67 €, bevande escluse, per menu degustazione.

Tu chiamala, se vuoi, fantascienza

CA_new_airbusL’ho letta e riletta, questa notizia. Con un misto di eccitazione e incredulità. Un pò come devono aver fatto i miei nonni ai tempi dello sbarco dell’uomo sulla Luna. Quando pensi che sì, è fantastico, incredibile, magnifico, ma sarà vero? E poi ti rispondi che, se lo dicono i media, almeno una parte di verità ci deve essere, no? La società Airbus, qualche mese fa, ha depositato un brevetto per la costruzione di un “veicolo ultra rapido con relativo metodo di locomozione aerea”. E mi perdonino gli esperti se la dicitura non è assolutamente corretta. Ma rende benissimo l’idea. Che poi, a usare parole che tutti comprendiamo, vuol dire che Airbus ha in mente di costruire un jet ipersonico.

Questo aereo del futuro, simile ad una navicella spaziale, raggiungerà secondo le stime la velocità di 5.500 km/h, ovvero 4 volte e mezza la velocità del suono. Roba da rimanere a bocca aperta per ore!

Tradotto in parole povere (povere mica tanto, però..), significa che l’Airbus jet (che alcuni dicono si chiamerà Concorde 2, seppur con il predecessore abbia poco o niente a che vedere, visto che volerà cinque volte più veloce del Concorde) collegherà Londra a New York in appena un’ora. E le tre ore e mezza impiegate dal defunto Concorde appaiono già come interminabili. Attualmente, il viaggio di attraversamento dell’Atlantico richiede al’incirca dalle 7 alle 8 ore. Un’eternità, se si pensa a quello che sarà quando questo jet sarà disponibile. Disponibile, sì, ma per chi? Le informazioni trapelate dicono che chi lo utilizzerà dovrà avere tanti, tantissimi soldi a disposizione. Diciamo che sarà una sorta di mezzo “solo prima classe”. VIP, personalità di spicco, ricconi e forze armate. Niente a che vedere con noi turisti semplici. Chissà, forse nel corso dei decenni le mie ragazze riusciranno a salirci. Ad ogni buon conto, il numero di posti sarà estremamente limitato: appena 20. Un servizio super-esclusivo, dunque, soprattutto se paragonato al vecchio Concorde. Che di passeggeri ne poteva ospitare fino a 120.

Tra i piani di sviluppo di questo aereo, ci saranno anche l’aggiunta di altre tratte, come per esempio la Parigi-San Francisco o la Tokyo-Los Angeles, per un tempo di volo stimato di appena tre ore. Niente a che vedere gli immensi, lunghissimi viaggi che feci per andare in Australia. 30, interminabili ore. Tutte le volte. Al confronto, sul Concorde2 non si farà nemmeno in tempo a sedersi che già sarà arrivato il momento di scendere.

Il decollo, va da sé, non sarà come quello di tutti gli aerei per noi proletari. Il jet decollerà verticalmente, come uno Space Shuttle. Ma sarà anche inquinante? Forse sì, forse no. Il combustibile utilizzato dovrebbe essere ossigeno liquido o cherosene, ma su questi dettagli ci stanno ancora lavorando. Il Concorde2 dovrebbe cominciare ad operare i suoi voli intorno al 2020.

Se per allora ci sarò ancora, mi piacerebbe salirci. E, considerati i costi esorbitanti del biglietto, penso che mi convenga cominciare a risparmiare, già da oggi.

Le infanzie rubate

Sposa-bambina-2Sta girando dappertutto, in questi giorni. E’ un ritornello che ti entra in testa per non uscirne più. Io la vedo tutti i giorni, entrando e uscendo dalla stazione di Milano Cadorna. Immagini martellanti, silenziose. E per questo ancora più tremende. Nessun pianto, nessun dolore, solo paura e tanta, tantissima disperazione. E’ la campagna lanciata da Amnesty International contro il malcostume dei matrimoni precoci. E obbligati. E’ un fenomeno che dispiega le sue ali nere nel fitto sottobosco di relazioni sociali di molti, troppi popoli. Una ricerca pubblicata dalle Nazioni Unite stima che, ad oggi, nel mondo, siano oltre 13 milioni le ragazze che sono obbligate dai famigliari a sposarsi prima dei 18 anni. I motivi di queste scelte sono diversi tra loro, ma tutti rimbombano come pugni nello stomaco: dalla povertà all’indigenza, dall’ignoranza alla tradizione. A tratti per poche centinaia di euro. Che possono cambiare la vita della famiglia per un tempo sostanzialmente breve e che lascerà degli strascichi indelebili nelle vite delle ragazze e, forse, nel quotidiano delle loro famiglie.

Gli sposi, inutile dirlo, sono molto più vecchi delle spose a loro destinate. Le spose bambine sono costrette a crescere, d’improvviso. Gettate a forza nel mondo adulto. Un mondo per il quale non sono ancora pronte e che le fagocita, restituendole spolpate e abbruttite prima del tempo. E’ l’infanzia rubata, negata. L’infanzia sulla quale si sputa veleno e sentenze di morte. Sì. Perché, sempre secondo la ricerca delle Nazioni Unite, queste giovani vengono allontanate dalle loro famiglie per entrare nelle case di perfetti sconosciuti. Se sono più “fortunate”, di parenti. Non hanno sostegno, non hanno aiuti, non conoscono più la libertà.

E’ tutta una questione di fortuna. Se nasci in un Paese occidentale, con una parvenza di moralità e cura dell’infanzia, allora puoi vivere la tua giovinezza tra pupazzi e bambole, torte di compleanno e giochi. Se nasci nella parte “sbagliata” del mondo, allora non hai alcun diritto ad essere bambina. Sei una mera merce di scambio. Un oggetto da vendere al miglior offerente. Non è un argomento lieve e delicato, gioioso e faceto. Non ho potuto voltare la faccia dall’altra parte. Ripeto, la campagna di sensibilizzazione è ovunque.

Lo spot fa intendere benissimo quello che capita a queste bambine: sono sottoposte a vessazioni e violenze e abusi. E spesso, per loro fortuna, trovano la morte. Parlo di fortuna, sì. Perché non posso pensare che le piccole vittime preferiscano vivere, seppur imprigionate, picchiate, abusate. Sono certa che preferiscano morire. La ricerca rende nota l’età media in cui queste bambine vengono obbligate a sposarsi: 8 anni. Spesso, dopo appena pochi mesi di matrimonio, rimangono incinte. E, altrettanto spesso, vuoi per la mancanza di cure adeguate, vuoi per le percosse, muoiono tra atroci sofferenze.

Si stima che episodi di questo genere siano all’ordine del giorno soprattutto in India, Pakistan, Afghanistan, Yemen, Siria, Burkina Faso, Asia meridionale. E l’elenco potrebbe continuare. E’ una violazione dei diritti fondamentali dell’umanità. E’ la legalizzazione della pedofilia. E’ la vergogna del genere umano. Anche di quelli che, seppur condannando la pratica, girano la faccia dall’altra parte e fingono impegni per non essere troppo direttamente coinvolti. E’ anche la nostra vergogna.

Ho letto delle interviste di bambine che, fortunate loro, sono riuscite a mettersi in salvo. A fuggire dalla tana dell’orco. Rinnegate dalle loro famiglie, hanno però trovato accoglienza in strutture preposte all’aiuto per casi di questo genere. Sono poche, rispetto alla massa di schiave vendute e cedute per meno di un piatto di lenticchie.

Sul sito di Amnesty International ci sono due testimonianze che mi hanno straziato il cuore. Ve le riporto integralmente.

Mi faceva cose cattive e non avevo idea di cosa fosse un matrimonio. Correvo da una stanza all’altra per sfuggire ma alla fine lui mi trovava e continuava a fare quello che voleva. Ho pianto così tanto, ma nessuno mi ascoltava. Un giorno sono scappata e lui è andato in tribunale a raccontarlo. Ogni volta che volevo giocare in cortile mi picchiava e mi chiedeva di andare in camera da letto con lui.” Questa è la testimonianza di Nojoud Mohammed Ali Nasser, rilasciata allo Yemen Times. Oggi questa ragazzina ha 15 anni. Se le si guardassero solo gli occhi, parrebbe una vecchia. Aveva 8 anni quando venne costretta dalla famiglia (dal padre) a sposarsi con un uomo di 30 anni. Sottoposta ad abusi e violenze di ogni genere, la sua famiglia nel corso degli anni si è sempre rifiutata di aiutarla. Fuggita dalla casa del marito, seguita e sostenuta da un avvocato, è riuscita a ottenere il divorzio. Nella sfortuna, è stata fortunata. Non tutte posso raccontare la loro storia. Non tutte riescono a scappare.

E ancora, la storia di Mahmuda, Iran. A 14 anni è stata costretta a sposarsi. Il padre l’ha venduta per 2 milioni di rial (all’incirca 220 euro). E lei racconta così: “Ero contraria al matrimonio e ho pianto. Lui [il padre] mi ha picchiato tanto. Dovevo sposarmi. Lui era mio cugino. Dopo due mesi che vivevo con lui, ha iniziato a picchiarmi. Sono scappata da mio padre che mi ha rimandato da lui. Dopo un mese, ha ripreso a picchiarmi. Sono scappata a Teheran e ho chiesto aiuto alla polizia.

Storie di straordinaria follia quotidiana. Di malcostumi accettati, legalizzati, perpetrati nel corso dei secoli in “civiltà” che non conoscono altro se non la fame e la povertà. Che, pur di mangiare, vendono le loro figlie al miglior offerente. Negando loro il diritto ad essere bambine. Ad essere spensierate. A pensare unicamente a quale gioco giocare per primo. Rubano loro l’infanzia, la dolcezza, la purezza. Tutto per una manciata di euro. Molto più spesso, neppure per quello.

Adesso comprendo meglio l’importanza della socializzazione

festaSono fortunata. E’ indubbio che io sia fortunata. Ho avuto due bambine che, speriamo continui così, sono sane, vivaci oltre ogni misura, gioiose e chiacchierine. A modo loro, visto che ancora non articolano bene parole di senso compiuto per noi adulti, ma comunque si fanno intendere benissimo. E tra di loro si comprendono ancora meglio.

Ieri siamo stati alla festa di compleanno delle figlie di una coppia di amici. Come ogni anno, a ottobre, Jessica organizza la festa per le sue due principesse a fine mese, così da festeggiarle entrambe in un colpo solo. Nel corso degli anni abbiamo partecipato prima in coppia e poi in coppia più due, da genitori. L’anno scorso le Gem avevano solo cinque mesi, per cui non hanno interagito molto con i partecipanti (per non dire che non hanno interagito affatto, essendosela dormita per tutto il tempo). Quest’anno è stato diverso. Ieri hanno vissuto in prima persona la loro prima festa di compleanno da invitate. Giocando, insinuandosi in ogni luogo possibile, tentando di arraffare ogni oggetto alla loro portata, pulendo pavimenti e tentando di raccattare tutte le briciole e i rimasugli di cibo sparsi per terra. Facendo addirittura concorrenza a Leo, il cane della nostra amica. Sembravano tre cuccioli in cerca di cibo, in lotta per la sopravvivenza. Tranne per il fatto che Leo, conoscendo meglio la casa, aveva sempre la meglio. O quasi. E per fortuna. Devo ringraziare tutti gli adulti presenti, in particolar modo Jessica e Stefania, che ci hanno dato una mano a tenerle d’occhio. Così come la mamma di Jessica, che puntualmente veniva visitata da Ludovica, attratta dal suo meraviglioso cellulare. Ah, il potere della tecnologia sui più piccoli. Robe che, quando io avevo la loro età, mi sognavo proprio. Comunque, tornando a noi, ieri ho visto come per le mie piccole la socializzazione con gli altri, siano essi adulti o bambini, sia una delle cose più naturali del mondo.

Mi ero posta dei problemi sul fatto di aver scelto di non mandarle al nido. Mi sono sempre detta che in fondo c’è tempo. Che essendo due posso rimandare il momento in cui saranno catapultate in un ambiente non loro, pieno sì di altri bambini, ma comunque estraneo. Le manderò all’asilo, senza ombra di dubbio lo farò. Ma per ora preferisco tenerle a casa, con la loro magica tata. E poi accadono cose che ti danno da pensare. Sono stata ripresa più volte da alcune altre mamme che mi hanno guardata con tanto d’occhi quando dicevo loro che, non appena rientrate a casa dall’ospedale, le avevo lasciate a mia mamma per uscire un pomeriggio con Andrea. Poche ore di libertà dopo cinque settimane in ospedale. E mi ero sentita dire “ma come, le lasci già da sole?”. Con un misto di terrore e disprezzo e disgusto. Primo: non erano da sole. Secondo: se non volevo imbruttirmi peggio di quello che ero già, meglio lasciarle nelle mani sapienti della nonna e prendermi una boccata d’aria, piuttosto che vomitare loro addosso tutte le mie frustrazioni. Ed è successo ancora, nel corso dei mesi. Non me ne vanto né me ne vergogno. Penso solo che sia qualcosa di naturale.

Non sono una mamma chioccia. Non ho mai negato ad alcuno di prenderle in braccio. Avendone due, poi, ben venga chi mi dà una mano a gestirle. Non sono parossisticamente attaccata alle mie figlie. Le penso ogni istante che non sono con me, ovvio. Voglio il meglio per loro. Altrettanto lapalissiano. Ma non credo che loro debbano vivere in funzione mia e viceversa. Incoraggio la socializzazione. Le spingo naturalmente verso gli altri. Siano essi parenti o amici. Preferisco che imparino a rapportarsi con tutti, piuttosto che crescano chiuse nel loro piccolo mondo di gemelle (che a volte, l’esperienza e i casi insegnano, può trasformarsi in una gabbia dorata con tutti gli altri chiusi fuori). Credo che tutti i bimbi debbano essere così. Aperti e socievoli, non creduloni e ingenui, per carità. I pericoli ci sono e vanno segnalati. Affinché i figli crescano forti, certo, ma camminando sulle loro gambe. Non tollererei di avere due bambine che stanno sempre attaccate alle mie gonne. Piagnucolanti quando qualcuno si avvicina. Scostanti e piangenti quando la mamma si allontana. Sia per un attimo o per periodi di tempo più lunghi. Vorrei che le Gem crescessero come adulte consapevoli e indipendenti.

Nel caos calmo della festa ho notato con piacere che, a dispetto dell’età per cui non sono ancora propense ai giochi di gruppo, Ludovica ha tentato di rapportarsi con tutti i bimbi presenti. Salvo poi essere spintonata via malamente. Eh sì. Spintonata. Ho guardato il suo faccino. Un’espressione incredula che stava a significare “ma perché mi cacci via? Che cosa ti ho fatto?”. Non ha pianto. Non ce n’era bisogno, non si era fatta male. Però ha tentato a più riprese di giocare con un piccolo partecipante e il risultato è stato sempre lo stesso. Un rifiuto e una non sopportazione nemmeno più di tanto celata.

Ho osservato questa scena e altre similari, sempre tra i medesimi due contendenti, da lontano. Da adulta, credo che le beghe tra bambini debbano essere risolte tra loro. Non si deve intervenire salvo in casi estremi. Mi è spiaciuto però per la mia piccola. Che ha tentato di socializzare ed è stata scansata via in malo modo. Una, due, tre volte. Forse anche di più.

Penso, però, che anche episodi di questo genere saranno all’ordine del giorno, da oggi in poi. Magari non succederà più, ma molto probabilmente sì. E allora, se mi chiederà spiegazioni, le dirò di andare avanti per la sua strada. Di essere comunque gentile con tutti, ma ferma. Se non ti vuole come amica, chissenefrega. Ci sono altre decine di bambini e bambine che invece saranno felici di giocare con te, Ludibella.

Come cambia l’immagine femminile: dall’abbondanza al Biafra

botticelli-birth-venusNoi donne siamo sempre in cerca del raggiungimento di qualcosa: dalla famiglia perfetta ai figli, dalla casa sognata alla carriera. Non per tutte è così, ma per tante. E non, ovviamente, in quest’ordine. Ma c’è qualcosa che accompagna per sempre l’universo femminile: la ricerca della perfezione imposta da canoni prettamente maschili che, nel corso dei secoli, si è modificata. Eccome se si è modificata. Quando guardo i dipinti del Botticelli o le immagini delle pin-up anni ’50 non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo i canoni estetici, nel corso dei millenni e dei decenni sia cambiata così tanto. Certo, un tempo la donna bella era quella in carne, con proporzioni quasi simili ad un armadio da cucina: fianchi generosi, seno prosperoso, altezza, o bassezza che dir si voglia, rassicurante. La donna incarnava soprattutto l’immagine di un tempio. Un tempio che partoriva figli uno dopo l’altro, che doveva accogliere con dolcezza e sottomissione. Poi, con l’arrivo degli anni ’60 la misura ormai colma ha fatto sì che dal Vaso di Pandora scaturisse di tutto. Dal peggio possibile immaginabile al parossismo più assoluto. E allora via libera a gambe scoperte, braccia nude, pance di fuori, capelli selvaggi e libertà. Soprattutto la libertà. Di essere come meglio si vuole, di vestirsi come più piace, di atteggiarsi ad individui scevri da qualsiasi imposizione di sistema. I corpi mostrati allora, non troppo dissimili da quelli di oggi e di domani, mostravano con orgoglio seni acerbi o abbondanti, pance piatte o adipose, gambe snelle o tronchi d’albero. Poco importava, purché la donna in questione potesse fare quello che Girls of Woodstock, 1969 (25)più le piaceva. In nome di quella tanto anelata e decantata libertà che poi in realtà era solo l’ennesimo modo di conformarsi comunque ai dettami del periodo storico. Se ci pensate, infatti, la libertà assoluta insieme alla costrizione morale e di pensiero sono solo le due facce della medesima medaglia. In un caso o nell’altro, ci si adegua. Con poca buona pace di quelle che, nei vari periodi storici, non hanno potuto seguire la massa. Gli anni ’60 mi hanno sempre affascinato. Soprattutto in contesto americano. I figli dei fiori, le gonnellone ampie e morbide, i capelli lunghi con la riga in mezzo, le coroncine di fiori. La gioia sfrenata e “baccanalica” che pervadeva l’atmosfera. E le donne, discinte, libere, che seguivano i dettami dell’amore libero e dell’uso incondizionato di droghe. Che pensavano di avere il pieno controllo sulla loro persona e sulla loro vita. Che ritenevano di aver fatto passi da gigante verso la cosiddetta parità dei sessi. Mentre in realtà la loro libertà era apparentemente tale. Si trattava, invece, di un puro e semplice adeguarsi alla situazione, ai dettami della contro-società. Non di tutta, ma di una parte. Quella che tentava di stravolgere un sistema ormai scricchiolante, mentre invece l’unica cosa che stava facendo ero solo passare da una categorizzazione ad un’altra.

Non ho vissuto in quel periodo, ma penso che di positivo, se non altro, ci fosse il fatto che nessuno giudicava le donne per il loro aspetto fisico. E parlo ovviamente dei membri di una stessa comunità, giacché gli appartenenti ad opposta fazione, i reazionari, ovviamente non approvavano. Anzi, guardavano con un misto di orrore e paura. Ad ogni buon conto, arrivati ai giorni nostri, si è passati da un’immagine idealizzata della donna alla Cindy Crawford, snella ma non troppo, alta ma non troppo, bella ma in modo naturale. Ginnica, con i muscoli dove servono. Una donna bella, insomma, ma dalle proporzioni armoniose. I mitici anni ’80…. Scomparsi quegli standard i signori maschietti hanno deciso che in realtà la donna era meglio annullarla. Nel senso di renderla così eterea e trasparente che quasi si fa fatica a vederla. E’ noto come ormai lo stereotipo della donna perfetta presenti ragazzette efebiche, magre da far paura, costole e ossa in bella vista, seno quasi inesistente. E le adolescenti di oggi, ma anche molte donne che dovrebbero avere un pò di sale in zucca, corrono dietro quest’immagine spettrale alla ricerca della perfezione. Perfezione? Sulla base di cosa? Sulla scia di stilisti che impongono alle loro modelle la taglia 34? Sì, avete capito bene, la 34! Una taglia di mezzo, né da bambina né tanto meno da donna. modella-magrissima-con-costole-in-evidenzaUna taglia adatta ai manichini e forse nemmeno più a quelli. Fantasmi che camminano su gambette scheletriche con abiti appesi addosso che svolazzano cercando la sostanza di un corpo che non c’è. E’ l’annullamento stesso dell’identità di donna. E’ un insulto ai bambini del Biafra, ma anche a tutti quelli che non hanno un pasto da consumare in tutta la giornata. Poi cammini per strada e vedi che donne come quelle, in realtà, non ce ne sono poi troppe. Tranne alcune che, nella ricerca spasmodica della leggerezza e della magrezza, entrano nel circolo pericoloso e spesso senza ritorno dell’anoressia. E pensi a quanto scempio ha causato la cultura maschile di genere. A quanto idiote possano ancora essere le donne. Che proclamano la loro indipendenza, la loro preminenza, la loro forza. Salvo poi farsi assoggettare come brave bambine agli standard imposti dalla mentalità del maschio alfa. O forse no. Forse sono proprio le donne le peggiori nemiche di loro stesse. Tranchant nei giudizi che sputano come sentenze nei confronti di loro stesse e delle loro simili. Alla ricerca disperata del raggiungimento di un modello che molto spesso non si confà alla loro persona.

Anche io ho fatto parte di una di queste categorie. Mille e più diete assurde, che mi facevano sognare la colazione tutta la notte e, finita quella, mi portavano a bramare il momento in cui mi sarei seduta a tavola per pranzo. Il cibo come un’ossessione. Come un nemico da fare fuori tramite il controllo assoluto della mente sulle esigenze vitali del corpo. Dovrò stare molto attenta alle mie bambine. Magari quando loro saranno in età adolescenziale, la visione della donna sarà totalmente diversa da ciò che è oggi. O magari no. Mi auguro solo che possano diventare delle ragazze e delle adulte consapevoli del fatto che, prima di tutto, sono loro stesse che devono amarsi ed accettarsi. Bionde o more, alte o basse, in carne o magre. Su questo, per lo meno, potrò far forza sulla mia esperienza per guidarle. Nella speranza che siano meno sciocche di me.

Quanto mi manchi Nonna Pina

Nonna PinaRieccoci coi ricordi. E scusate se sono noiosa. Direi che, se vi ho stufate, potete abbandonare la lettura qui. Anche oggi sono in vena di rimembrare tempi che furono. Dopo aver parlato dei miei nonni paterni, oggi ho voglia di ricordare la nonna materna. La Generalessa. Nonna Pina era una gran donna, grande lavoratrice, ottima manager della casa e degli affari di famiglia. Sempre attiva, camminava a passo di marcia, non passeggiava. Aveva pochi slanci d’affetto e solo con noi nipoti. E con la figlia più piccola. Nata e cresciuta in un momento storico che poco spazio regalava ai baci e agli abbracci, aveva vissuto la Seconda Guerra Mondiale, aveva perso il padre (picchiato a morte dai fascisti) e aveva dovuto ben presto entrare nel mondo degli adulti. Quegli adulti che, a quel tempo, erano molto più pragmatici e concreti di quelli di oggi.

Viveva in una casa che ho sempre adorato: una grande villa costruita da mio nonno, su due piani, con marmo ai pavimenti, carta da parati alle pareti, lampadari a gocce in cristallo e tante, tantissime stanze tutte da scoprire. La cosa che più mi piaceva era però l’imponente scala che dal piano terra conduceva al piano superiore, dedicato alle camere da letto. Quando andavo da mia nonna al pomeriggio, adoravo salire in cima alla scala, stendermi a faccia in giù sui gradini e scivolare a tutta velocità come Superman. Come se volassi. Lo facevo così tante volte che, al termine del gioco, le costole urlavano pietà. E mia nonna mi sgridava dicendo che ne avevo fatti abbastanza, di giri. Allora mi sedevo in cucina, con la televisione immancabilmente accesa a tutto volume (era lievemente sorda), pentole e pentolini fumanti sul putagè e sui fuochi, mia nonna che sfrecciava a destra e a sinistra preparando la cena e spesso il pranzo del giorno dopo. E, nel frattempo, mi dava merenda. Ricordo ancora la bontà e la dolcezza del pane cosparso di burro e zucchero. Oppure la morbidezza della focaccia salata con prosciutto cotto. Da bere, acqua. O acqua brillante, la sua bevanda preferita. Si chiacchierava di un pò di tutto, ma soprattutto di mio nonno Andrein (Andrea). L’uomo che aveva conosciuto e sposato in appena tre mesi. Un colpo di fulmine come pochi ce ne sono. Quando ne parlava, immancabilmente piangeva. Le mancava tanto, nonno Andrein. Anche a me mancava e manca tuttora. Sono l’unica nipote che ha avuto la fortuna e l’onore di conoscerlo. Era un grande uomo che si era costruito una fortuna con il sudore e il duro lavoro.

Mi piaceva stare da lei e con lei. Aveva sempre un sacco di aneddoti da tirare fuori dal cassetto dei ricordi. Mi raccontava dei suoi genitori, dei tempi della guerra, della fatica che fece sua mamma dopo la morte del marito. Di come ci fosse poco tempo per le smancerie (da qui, il suo essere un pò burbera e molto pratica). In realtà, la ruvidezza la avvolgeva solo come una scorza. Un muretto che aveva eretto per proteggersi. In realtà, sapeva essere, a modo suo, molto dolce. Ricordo ancora quando, prima di morire, rimase ricoverata per lunghe settimane in ospedale a Cuneo. Passò gli ultimi giorni della sua vita soffrendo indicibilmente. Ma con coraggio, sempre mantenendo un contegno e una dignità come solo una vera signora sa fare. Tutti i pomeriggi, dopo il lavoro, prendevo il treno da Torino a Cuneo per andarla a trovare. Quando mi vedeva arrivare in camera mi apostrofava sempre dicendo “oh bambin, sati turna sì?” (o bambina, sei di nuovo qui?). E lo diceva con un misto di soddisfazione e orgoglio. Lieta di poter mostrare agli altri quanto i nipoti le volessero bene. Ricordo che in quell’ultimo periodo, come mai avevo e aveva fatto prima, ci dicevamo quanto ci volessimo bene. Lei mi prendeva la mano nelle sue, calde di febbre, e mi guardava fisso. Mi chiedeva come stavo, come andavano le cose, mi intimava di andare a casa. Era una grande donna. Quando penso a lei, ancora oggi, il cuore mi si stringe e le lacrime fanno capolino dagli occhi. Ancora oggi, dopo anni dalla sua morte, quando mi capita qualcosa, la prima cosa che mi viene in mente è di chiamarla per raccontarle tutto. Poi ricordo che lei non c’è più e allora parlo nella mia mente. Sicura che lei mi ascolta.

L’ho sognata raramente, nonna Pina. Forse non ha tempo di venirmi a trovare nel sonno. O forse lo fa e sono io che non me lo ricordo. L’unica volta che ricordo con vividezza di averla sognata, ho ripercorso il momento della sua morte. Noi tutti intorno al suo letto in ospedale, il suo ultimo respiro terreno e il tremendo e lacerante dolore che ho provato quando le sue mani hanno cominciato a diventare fredde. Credevo che sarei impazzita. Che non avrei potuto andare avanti senza una delle mie colonne portanti. Senza una parte della mia storia. Poi, invece, come è normale che sia, la vita va avanti. Pian piano il dolore si attenua e rimane celato sotto la pelle. Per fare capolino nei momenti più impensati. Non volevo che morisse, non ero pronta. E allora mi sono detta che, in qualche modo, avrei potuto continuare a farla vivere con noi. Ricordandola, certo. Ma anche facendola vivere in una nuova vita. Ed è per questo che, alla mia primogenita, ho dato il suo nome: Ludovica.

Ciao nonna, ti voglio bene.

Pensieri sparsi del mercoledì

PensieriIl mercoledì è un bel giorno. Per chi lavora e la pensa come me, il mercoledì è il giro di boa verso il weekend. L’esatto passaggio in pendenza al raggiungimento del traguardo. Meglio ancora del venerdì e un pochino meno del giovedì. Questa mattina, mentre ero sul treno, ho letto un articolo che mi ha dato da pensare. E molto. Si parlava della scuola, come al solito, e della riforma tanto chiacchierata de #labuonascuola. Ne ho già parlato qualche tempo fa. E allora mi ero dedicata molto ai ricordi e alle mie esperienze. Oggi, come allora, non posso che fare altrettanto. Non sono una docente e non ho le competenze e le conoscenze adatte per parlare di contratti, aspettative lavorative, stipendi, eccetera. Però sono stata un’alunna e un’allieva. Stando dall’altra parte della barricata posso dire che un aspetto della riforma mi piace parecchio. Quello del merito. Perché se tutti noi lavoratori (quasi tutti) veniamo valutati sulla base di obiettivi raggiunti o meno, di capacità effettive o solo millantate, di atteggiamenti e attitudine al lavoro in team e molto altro ancora, per gli insegnanti non dovrebbe valere la medesima procedura?

Perché loro dovrebbero essere al di sopra di un controllo che possa valutare la qualità dell’insegnamento, la capacità di seguire questo pazzo mondo che cambia, con le nuove tecnologie, i nuovi strumenti e i giovani di oggi? Anche loro, soprattutto loro, sono cambiati. Mi duole dire che a me sembra che siano cambiati in peggio. Ma questa è una mia opinione. Ai miei tempi, se tornavi a casa con un brutto voto o con una nota (cosa che a me, per fortuna, capitò rarissime volte) avevi paura per il tuo posteriore e per le settimane di punizione che ti sarebbero state inflitte. Ora i casi di cronaca noti riportano di genitori che, indignati, insultano gli insegnanti (quando va bene) o li pestano a sangue. Incredibile. Se si pensa che la prima, vera educazione dovrebbe essere impartita dai genitori, certi accadimenti lasciano mal sperare. Gli insegnanti di oggi posso fare molto, ma a loro credo si chieda anche troppo. Lottare contro i mulini a vento è un’impresa che non riuscì nemmeno a Don Chisciotte.

Comunque, per ritornare alla questione del merito, voglio raccontarvi la mia personale esperienza. Si parla del lontano 1997-1998, ultimo anno di Liceo Scientifico. Anno della maturità. Ancora vecchia maniera: due prove scritte e due materie a scelta per l’orale. Ovviamente a noi studenti di quell’anno, visto l’indirizzo di studi, toccò la prova scritta di matematica. Facendo un passo indietro, voglio raccontarvi del professore di matematica e fisica che quell’anno ci piombò sulla testa come una spada di Damocle. Un inetto, scarsamente preparato e con una prosopopea che ci disgustava tutti, Totalmente incapace di trasmettere a noi giovani menti plasmabili e assetate di conoscenza la benché minima nozione. Non solo, non era nemmeno in grado di seguire i libri di testo. Era un ometto sulla trentina circa, capelli folti e molto spesso sporchi che desideravano ardentemente una bella immersione nello shampoo. Occhi piccoli e ravvicinati, scuri come la pece e labbra che teneva sempre tirate a boccuccia di rosa. Salvo schiuderle e far uscire una lingua guizzante nel momento in cui, gesso alla mano, tentava di risolvere un problema alla lavagna. Era il suo massimo modo di esprimere concentrazione. Incapace di tenere l’ordine in classe, non ammetteva più di un tot di domande durante la sua lezione. E il motivo era che non sapeva rispondere, a quelle domande. Molto semplice. Nel corso dei mesi, tutti noi (o quasi), avevamo visto un brusco impennarsi al contrario dei nostri voti sia in matematica che in fisica. Ed eravamo preoccupati e anche molto incazzati. Quello era l’anno della maturità! L’anno in cui si tiravano le somme, con un voto finale da cui dipendeva il nostro ingresso all’Università. E quel cretino allampanato non ci stava preparando nel modo più consono. Anzi, stava facendo un vero e proprio scempio. Inutili i nostri tentativi di parlarne con la Preside (tentativi fatti dai genitori stessi). Inutili le riunioni di classe. Niente da fare. Ci toccò fare del nostro meglio per prepararci alla prova finale in autonomia. Quella stessa “autonomia” che la riforma de #labuonascuola va tanto sbandierando. I risultati furono catastrofici. In tutta la classe, appena tre sufficienze. Una fu la mia, e lo dico con orgoglio. Dopo mesi e mesi passati a studiare e a prendere ripetizioni per rimettermi in pari, un misero 6 meno meno. Ma almeno ero riuscita a passare.

So che il “signore” in questione, di cui per deontologia professionale non faccio il nome, anche se mi piacerebbe tanto, è stato letteralmente radiato dalla categoria degli insegnati. Oggi vive a Torino e ha aperto una sua società di informatica. Magari in quel campo è bravissimo. Prima di realizzare le sue passioni, però, ha avuto modo di rovinare tanti ragazzi. Forse troppi.

Ecco cosa mi piace, quindi, della riforma. Una delle poche cose che, da profana, posso capire. Il MERITO. Se hai capacità, competenze e passione, puoi proseguire nel percorso di formazione dei tuoi alunni. Se non ce l’hai, fuori dalle scatole. Mi auguro che quando Ludovica e Veronica saranno in età scolare avranno la fortuna di incontrare sulla loro strada docenti meritevoli di questo nome. Come, tutto sommato, è capitato anche a me. In mezzo a tanti insegnati bravi e preparati, purtroppo, può capitare di incontrare l’idiota di turno. Ma c’est la vie, che ci vuoi fare?

Ninna nanna della sera

Copyright Anne Geddes

Copyright Anne Geddes

Sto facendo addormentare le ragazze da sola tutte le sere, da ormai circa quattro mesi. Mi sento molto orgogliosa. Ho raggiunto un traguardo che pensavo impossibile. Dipende molto da come li si abitua, i bambini. Le piccole, per esempio, avevano preso l’abitudine di essere addormentate in braccio. Cosa piacevolissima anche per me, finché non hanno cominciato a raggiungere il peso di due piccole balenottere azzurre. E lì la questione si è complicata parecchio. Metti anche che non è che si addormentino in un amen per cui la situazione necessitava di una soluzione drastica. La nostra pediatra dice che i bambini devono addormentarsi da soli. “Mettetele giù nei lettini e lasciatele lì. Si devono addormentare all’istante e da sole”. Più facile dirlo che farlo. Ci ho provato, giuro che ci ho provato. Ma quando hai due bocche che piangono disperate e urlano fino a farsi venire i conati di vomito, capisci che la soluzione della pediatra, per ora, ancora non ti appartiene.

E allora le provi tutte, finché non trovi la risposta giusta alla domanda sbagliata. Come faccio a farle addormentare a tempo di record? Ecco, questa è la domanda sbagliata. Il quesito corretto dovrebbe essere “come faccio a renderle autonome?” La risposta ancora non ce l’ho. Lasciatemi prima provare e riprovare e provare ancora. E’ proprio vero che sbagliando si impara. Io, per ora, continuo a sbagliare e non ho ancora imparato. Ma diamo tempo al tempo e qualcosa ne verrà fuori. Sto comunque diventando piuttosto bravina a farle addormentare. Posto che, appunto, non lo fanno da sole, ogni santa sera che fa Dio, allo scoccare delle 20.20, le piazzo nei loro lettini, spengo le luci, attivo due, e dico due, carillon e comincio a cullarle. Immaginate di dover muovere simultaneamente non uno, ma due lettini. Avanti e indietro, su e giù, destra sinistra. Meglio delle nuotatrici della Nazionale Italiana di Nuoto Sincronizzato. E loro che fanno? Mica se ne stanno coricate con gli occhietti chiusi. Quello viene dopo, mooooolto dopo. Si alzano. In simultanea, ma più spesso prima una poi l’altra. Fanno mulinare le braccia, ridacchiano tra loro per battute che non comprendo e nemmeno ho sentito pronunciare, si buttano giù, ma al contrario, piedi-testa. Allora le ripiazzo nella posizione corretta, tiro su di nuovo le lenzuola che nel frattempo sono diventate un ammasso informe, faccio ripartire i carillon che nel frattempo hanno quasi esalato l’ultima nota. Il tutto, ovviamente, mantenendo il ritmo del rollio dei lettini, destra sinistra, su giù, avanti indietro.

Di solito, quella che si placa prima è Ludovica e quella che ci mette di più ad addormentarsi è Veronica. Ma non è una regola, assolutamente no. Va a periodi. Si danno il cambio, diciamo. E, quando proprio niente di quello che faccio funziona, con l’ultimo alito di vita che mi resta, canto. Le canzoni che cantavano a me quando ero bambina. Ed ho scoperto che, come io ne amavo una in particolar modo, anche loro la apprezzano moltissimo.

E’ una ninna nanna in spagnolo che mi cantava sempre mia mamma e che mi porto nel cuore da ormai 36 anni.

E fa così:

Adios con el corazon
Que con el alma no puedo;
Al despedirme de ti
Al despedirme me muero.

Tu seras el bien de mi vida
Tu seras el bien de mi alma
Tu seras el pajaro pinto
Que alegre canta por la mañana.

E, come per magia (o più facilmente per sfinimento e stanchezza), le pupe si addormentano e io posso finalmente mangiare qualcosa prima di schiantarmi sul divano o a letto. Provare per credere.

Sua Maestà il Re Tartufo

tartufoSi è aperta da circa una settimana la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco di Alba. Un evento, in programma fino al 15 novembre, che richiama ad ogni edizione migliaia di visitatori da tutto il globo, soprattutto stranieri. Io ci sono andata spesso, negli anni passati. E’ proprio ad Alba che ho portato mio marito in occasione del nostro primo incontro post-vacanziero, il 1 ottobre del 2000. All’epoca, come oggi, l’atmosfera che si respirava ad Alba è un tripudio di caos, leggerezza, divertimento, lingue sconosciute e profumo. L’incredibile, magnifico, sublime profumo del Re Tartufo. Ne ho sentite tante, a proposito di questo fungo d’oro. Commenti e considerazioni di amici, conoscenti e compagni di viaggio in treno, che hanno in poche parole, secche e personalissime, tentato di smontare la grande bellezza del tartufo. Le considerazioni più gentili si sono riferite al tartufo come “una roba che puzza”, quelle più elaborate e incredibili “che il suo odore sa di gas”. Giuro che me l’hanno detto. Qualcuno si è anche spinto più in là affermando che “il solo odore mi fa venire voglia di vomitare”. Conati da centinaia di migliaia di euro, ma tant’è. Non può mica piacere a tutti.

E, per dirla giusta, amare il tartufo vuol dire anche permetterselo, sia in termini pecuniari che di poesia del palato. Mica si può dare il risotto al Castelmagno alle capre. Non lo apprezzerebbero. Hanno altri gusti. Comunque, polemiche sterili a parte, in questo mese si celebra quello che gli albesi chiamano fungo e che noi braidesi chiamiamo trifula (in dialetto). Ovunque, anche a Bra, si possono acquistare tartufi di tutte le dimensioni e taglie, rigorosamente bianco (il nero lo si trova dopo), sulle bancarelle di strada, sui banchi della fiera, nei negozietti specializzati. Ma, soprattutto, si può gustare in uno dei tanti ristorantini della zona. Ma attenzione. Perché a seconda dell’andamento della stagione, se ci sono state piogge a sufficienza da produrre una quantità accettabile di tartufo oppure se il “raccolto” è stato scarso, il prezzo varia e di parecchio.

Secondo il Borsino del Tartufo di quest’anno, dati aggiornati ad oggi, il costo è pari a 400 € all’etto, per una pezzatura media di 20 grammi circa. Non poco. Ricordo ancora quale anno fa, quando di trifule ne erano state trovate poche e un acquirente giapponese (mi pare, ma poteva anche essere americano) aveva acquistato il tartufo più grande trovato quell’anno. Aveva pagato migliaia di euro. Si era portato a casa il tartufone e lo aveva sistemato in frigorifero. Salvo poi dimenticarselo e lasciare che venisse aggredito dalla muffa. Un bel giorno, la gentile consorte si deve essere ricordata del presentino comprato ad Alba, forse voleva grattarne un pò sui tagliolini all’uovo (dubito…). Aperto il frigo aveva scoperto che il tartufo era pronto a camminare sulle gambe che nel frattempo gli erano spuntate come per magia. E allora l’aveva gettato nell’immondizia. Ecco a cosa mi riferisco quando parlo di risotto e capre.

Comunque, se capitate da Alba questo weekend, oltre a farvi un giro per bancarelle, vi consiglio di partecipare al Borgo si Rievoca, domenica 18 dalle ore 10 in poi. Alba viene proiettata, come per magia, nel periodo del medioevo, tramite rievocazioni storiche che permetteranno di vedere spaccati della vita del periodo, antiche usanze, mestieri ormai scomparsi. Inoltre, perché non partecipare ai laboratori di analisi sensoriale del tartufo? Esperienza paradisiaca per i nasi, questi laboratori spiegano come scegliere il tartufo, come apprezzarlo, come conservarlo, come pulirlo e, infine, qual è il modo migliore per gustarlo. Appuntamenti in programma tutti i sabati (alle 11 e alle 15) e le domeniche (alle 11).

Infine, visto che è questo il motivo per cui vi racconto di questo evento, non perdetevi un giro nel Mercato del Tartufo dove ammirare, annusare, toccare e comprare i protagonisti della manifestazione, ma non solo. All’interno del padiglione espositivo potrete anche scegliere ottimi vini piemontesi, specialmente quelli territoriali di Langhe e Roero, delizie di pasticceria della tradizione piemontese, formaggi, paste all’uovo, salumi e tante altre prelibatezze che hanno reso e rendono a tutt’oggi il mio territorio un luogo unico al mondo. Per maggiori informazioni sui prossimi eventi in programma, visitate il sito della fiera alla pagina www.fieradeltartufo.org

Beh, e dopo aver tanto parlato di Alba, vi consiglio dove dormire e dove mangiare. Ma a Bra!

Hotel cantine ascheriAll’Hotel Cantine Ascheri 4*, un luogo che fonde magicamente architettura contemporanea, elementi post-industriali e tradizione del territorio, soggiornerete in un ambiente minimal-chic, a due passi dal centro di Bra. Nel complesso è presente anche la cantina, dove acquistare pregiati vini piemontesi e un ristorante, l’Osteria Murivecchi. Qui, in un ambiente raffinato, tra pavimenti in cotto e soffitti in cui elementi del passato sono rimasti a far da palcoscenico di lancio a nuove parti ristrutturate, la tradizione e i ricordi convivono con la modernità. Il menu propone sempre e solo piatti elaborati con ingredienti di stagione e, in questo periodo, vi suggerisco di ordinare qualsiasi creazione sia a base di tartufo: dalla carne cruda con grattata di tartufi all’uovo in cocotte con tartufo ai tagliolini all’uovo, sempre con tartufo. Spenderete non poco, vi avviso, ma l’esperienza gourmand è garantita. Costo della camera, a notte, a partire da 140 €.

Altro indirizzo dove mangiare bene è l’Osteria del Boccondivino, creatura Slow Food, nel centro storico di Bra. Anche qui, in occasione della fiera, vengono proposti piatti a base di tartufo, in un ambiente cordiale e rilassato.

E concludo con un detto in piemontese: a taula s’ven nen vej perciò libiamo, libiamo, libiamo!

Ah, per i non piemontesi, il detto significa “A tavola non si invecchia”.