Safari nello Shaba National Reserve

Oggi altra giornata dedicata al game safari nello Shaba National Reserve. Questa riserva naturale si trova nella parte nord del Kenya, quella forse meno conosciuta turisticamente parlando, ma di certo una delle piu’ belle. E’ un’area protetta, ad est del Samburu National Reserve e di Buffalo Springs. Rispetto ai panorami che ho incontrato sinora, questo e’ completamente diverso. E molto piu’ vicino all’idea che mi ero fatta, a onor di immaginazione, della savana. Una distesa piatta e sconfinata, di terra rossa semi-desertica, punteggiata qua’ e la’ da alberi di acacia, cespugli spinosi, palme e ampi crateri la’ dove la terra e’ piu’ secca.

 

Fiume

Il “fiume torbido”

Nei periodi di siccita’, questo e’ quasi un paesaggio lunare. Non fosse che qui si trovano specie animali di ogni tipo, soprattutto uccelli, e tanti, tantissimi mammiferi. Dalla Zebra Grevy alla rarissima Allodola di William.

 

Ma per chi e’ appassionato d’Africa, la riserva di Shaba e’ conosciutissima per essere stata d’ispirazione e ambientazione del famoso libro (e film) Nata

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Leoni nella savana

Libera: la storia vera della coppia formata da George e Joy Adamson, costretti ad abbattere una coppia di leoni mangiatori di uomini. Salvo poi rendersi conto di aver reso orfani due leoncini e decidere cosi’ di prendersene cura.

 

 

 

Per chi si trovera’ a visitare questa magnifica riserva naturale, consiglio di dormire al Joy’s Camp Shaba, un elegante campo tendato, che dispone di appena 10 tende e che sorge proprio dove George e sua moglie Joy piantarono le loro tende. Dal campo si gode di una vista spettacolare sulla savana e, da qui, si puo’ partire alla volta di emozionanti game drive alla ricerca di leoni, gazzelle, aquile, zebre e giraffe reticolate.

 

Gunther Dik Dik

Un simpatico Gunther Dik Dik

Inoltre, un passaggio lungo l’Ewaso N’giro River (il cui significato e’ “fiume dalle acque torbide”), vi permettera’ di avvistare ippopotami intenti a bagnarsi nelle acque, coccodrilli nascosti tra i cespugli di acacie e altre specie di uccelli rari.

 

 

 

 

Io

Io al Joy’s Camp

Per maggiori informazioni, visitare il sito www.magicalkenya.com/it

 

 

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Karibu, Kenya!

Emozioni reali tra terra e cielo. Una terra sconfinata che svela segreti nascosti e ben celati ad ogni angolo di savana. Una terra che ti da’ il benvenuto ogni qual volta poni la necessaria attenzione per ascoltarla. La savana e’ un luogo magico, dove terra e cielo si mescolano tra loro, raccontando di animali selvatici e feroci che lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Di leoni acquattati nel bush che aspettano zebre, gazzelle, facoceri. Qualsiasi animale sia cosi’ incauto da passare sulla loro strada.

Ghepardi

Giovani ghepardi si scambiano confidenze nella savana

Nei due giorni intensi di game safari, ho avuto il privilegio di avvistare, anche da molto vicino, animali che spesso e volentieri avevo solo conosciuto sui libri di scuola o nei romanzi letti.

Certo, ammirare a non piu’ di cento metri eleganti giraffe reticolate, leonesse che giocano con i loro piccoli, ghepardi nascosti sotto alberi o cespugli, intenti a dedicarsi ad un dolce, rilassante far niente, e’ qualcosa che non ha prezzo. Un’esperienza indimenticabile e magica. Come il Kenya.

Il vero safari e’ qui, in questa terra bellissima baciata da un sole prepotente e spietato, o sferzata da piogge incessanti e benefiche. Il vero safari lo vivi la’ dove le comodita’ spesso e volentieri si fermano nei lodge o nei campi tendati. Dove le strade sono poco piu’ che mulattiere tutte buche e salti e fossi. Dove ad ogni curva la jeep sbanda, ruggisce come un leone per poi rimettersi, addomesticata, sulla retta via. Il vero safari e’ un’esperienza che nulla ha a che vedere con l’Europa, in una terra dal rosso fuoco abbacinante, lunghe crepe di siccita’ che corrono a destra e a sinistra e un cielo azzurro che piu’ azzurro non si puo’. Punteggiato, qua’ e la’, da morbide e soffici nuvole bianche.

Ma ora e’ tempo per me di ripartire. Verso nuovi orizzonti, verso nuove scoperte. Dal Laikipia Wildlife Conservancy, allo Shaba.

Karibu, Kenya!

Kenya, ecco perché 

Te ne innamori a prima vista, con le sue pianure sconfinate, la savana infinita, il cielo come un manto azzurro protettivo e dolce.

 

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La mia camera al Lewa Safari Camp. What else?

Se il mal d’Africa esiste davvero, lo si può contrarre in appena due giornate? La risposta è sì. E se avessi la possibilita’ di scaricare le foto che ho fatto, cari miei, capireste perche’.

 

Una magia dalla bellezza senza tempo, tra animali che vivono liberi nel loro habitat naturale, tramonti sconfinati ed eco-lodge pronti ad accoglierti come in un abbraccio, non appena arrivi a destinazione.

Questa mattina la sveglia e’ arrivata presto (alle 5.45), in modo da farci gustare appieno il sole che sorge e che tinge di mille sfumature morbide il cielo, dal rosa all’arancione al rosso fuoco. E la natura, ancora sonnecchiante, che si stiracchia e ricomincia il suo canto.

Colazione in veranda, in compagnia di due uccellini variopinti coi quali ho condiviso, da buona amica, parte dei miei biscotti e poi via, verso il game safari, alla ricerca di leoni, ghepardi, giraffe reticolate, elefanti, bufali e tanto, moltissimo altro ancora.

Nei prossimi giorni spero di riuscire a condividere con voi la gioia e la merabivigliosita’ di questa terra incredibile. Speriamo bene.

Asante sana!

 

Pronti, partenza, via!

Eccolo il giorno tanto atteso. Finalmente è arrivato. E mentre sono in aeroporto a Linate ad aspettare l’imbarco, penso a tutte le avventure meravigliose che vivrò in questi giorni in Kenya.

KenyaChe poi, a pensarci bene, già solo il fatto di volare dove troverò massime che si aggirano tra i 25 e i 28° (speriamo), è già una avventura stupenda. Lasciarsi dietro i 10 gradi freddi di Milano per tuffarsi nell’anticamera di un’estate a poche ore di volo da noi.

La valigia c’è, i compagni di viaggio simpatici pure, libri ne ho a sufficienza (anche se non credo avrò tempo di leggerli), foto delle piccole a iosa sul cellulare, macchina fotografica pronta a fare scintille.

Cosa mi manca? Ah, già, un buon caffè macchiato freddo, come piace a me. Che quando sarò in Kenya troverò un sacco di cose meravigliose, ma il caffè quello no. Forse. Chissà che non torni dal viaggio con una piacevole scoperta: dicono che il caffè keniano sia uno dei migliori al mondo. Ma io, da brava italiana, ho le mie abitudini e le mie manie. Che preferisco non portarmi dietro in viaggio, giacché non ha alcun senso.

In questo sta la bellezza del viaggio: nella scoperta, nel cambio di consuetudini e credenze, nel passaggio dal noto all’ignoto, nei sapori e odori e colori di paesi e genti e ambienti.

Ma anche, e soprattutto, nella dolcezza della memoria e dei ricordi. Che sempre porto a casa con me, dopo ogni cammino percorso.

Kenya……arrivo!

Come preparare la valigia perfetta

C’è chi lo fa per gioco, chi se lo sceglie per professione, per me né l’uno né l’altro, io lo faccio (anche) per passione. Cosa? Ma il viaggiare, of course. E quando viaggi tanto che praticamente hai sempre una valigia attaccata a te, a guisa di coda, preparare bene il bagaglio è una dote e una capacità che devi gioco-forza sviluppare. Se non vuoi rischiare che, al primo lancio della valigia sul rullo trasportatore degli aeroporti, esploda come un sacchetto di coriandoli a Carnevale.

come-preparare-valigia-perfettaIl preparare bene il bagaglio è davvero uno dei temi caldi del viaggiatore. Se poi si considera che nei giorni fuori casa la valigia diventa una sorta di casa viaggiante, o copertina di Linus, con dentro di tutto e di più, allora è necessario e vitale sviluppare una strategia.

Io la mia l’ho affinata nel tempo. Dagli anni in cui, valigie al seguito, con mia mamma partivamo alla volta del mondo esplorabile. Allora, bando all’ottimizzazione, portavo con me cambi sufficienti per farmi stare nella località prescelta anche più di un anno. Salvo poi indossare un quinto di quello che avevo cacciato a forza nel bagaglio. E dovendo poi, per forza, rilavare tutto una volta rientrate a casa.

Adesso no. E’ da tempo che ho capito come si fa. Anche se, per dirla tutta, ancora sbaglio a volte. E porto più del necessario. Diciamo che la sintesi, quando si tratta di vestiti, non è propriamente una delle maggiori qualità delle donne. E’ una sfida e un obiettivo da raggiungere. Viaggio dopo viaggio. Aeroporto dopo aeroporto. Lavanderia dopo lavanderia.

E allora, come fare? Semplice e veloce, ecco il mio metodo.

  1. Compilare una lista delle cose assolutamente necessarie. Tra le quali non devono comparire rotoli di carta igienica (che si trovano quasi dappertutto), smacchiante a presa rapida (se vi sporcate, pazienza, potete sempre comprarvi qualcosa d’emergenza nel luogo in cui andate), il vostro cuscino preferito (per qualche settimana, fatene a meno)
  2. Scegliere con cura i capi, pochi ed essenziali, sulla base dei giorni che si trascorrono fuori casa
  3. Impilarli sul letto e osservarli con occhio critico. Da quella pila, tenete presente che un terzo è quasi sempre superfluo
  4. Evitare di portarvi dietro la scarpiera intera. Dipende dove si va, ma ecco, io eviterei i tacchi per un safari in Kenya. Che per altro sono pure scomodi se vi tocca dover correre a gambe levate per sfuggire ad un rinoceronte inferocito. Scarpe comode, quindi, e nulla più.
  5. No a pochette e borsine eleganti. In viaggio vince la praticità
  6. Sì a phon da viaggio. Perché, se come a me, vi capita di dormire in un campeggio del Red Centre australiano e volete lavarvi i capelli, meglio avere un piccolo amico che vi aiuti ad asciugarli. O, in alternativa, potete chiedere alla padrona di casa. Sperando che non lo stia usando lei.
  7. Portate sempre qualche medicina di pronto soccorso. Antipiretico, antibiotico, antiemetico, cerotti. Sperando che non vi servano. Ma non si sa mai
  8. Infilate subito carica batterie e altri equipaggiamenti tecnologici in valigia. E’ tanto bello avere con sé l’ultimo modello di smartphone e la macchina fotografica più attrezzata, ma se poi dopo un solo giorno si spengono, a cosa serve averle con sé?

Ah, come ultima cosa, stampate sempre tutti i biglietti che avete prenotato. Anche se dicono che non serve avere una copia cartacea, frottole! la chiedono sempre e comunque. Un biglietto stampato può salvarvi la vita (e farvi partire).

Stay tuned!

Quasi in partenza

Mercoledì 25 novembre è il big-day. Partenza destinazione Kenya, in viaggio stampa. Gruppo di sei persone. Diversi cambi di aeroporto, da Milano Linate ad Amsterdam, poi via verso il Kenya, aeroporto di Nairobi. Più alcuni voli interni di cui non mi è ancora dato sapere.

E non posso fare a meno di pensarci. A quello che è successo a Parigi, dico, e poi in Mali. Alla enorme, pericolosa, onnipresente galassia jihadista. E al pericolo costante che tutti noi viviamo. Anche solo andando al lavoro. Ché mica è necessario fare viaggi lunghi, per rischiare la vita. Basta andare ad un concerto o in un ristorante per essere travolti dalla follia bestiale di questi codardi.

giraffe_2438298bCosa fare allora? Niente, assolutamente niente. Preparare la valigia, stampare i biglietti, raccogliere gli ultimi sorrisi delle piccole prima della partenza e sognare. Sognare di tramonti africani. Sognare di animali nel loro habitat. Sognare di vivere un’esperienza unica, il safari, che chissà quando potrò rifare nella mia vita. Magari altre mille volte. Magari mai più.

Immaginare, anche. Un mondo senza confini. Un mondo libero da atti di terrorismo, di paura, di ansia e scevro dal ritmo martellante dei kalashnikov. E poi ripenso all’attentato al Bataclan di Parigi. Un’immagine fissa nella mente. E’ l’immagine di quella donna appesa al cornicione esterno dell’edificio. Attaccata con tutte le sue forze alla vita, alla salvezza sperata ed anelata. E non è tanto il gesto in sé che ho trovato straordinario, quanto la motivazione. La spinta propulsiva che ci stava dietro. Quella era una futura mamma. Una donna incinta che per un tempo lunghissimo e pieno di angoscia si è attaccata alla vita per proteggere non solo la sua esistenza, ma anche quella del bambino che porta dentro di sé. E l’ho trovata magnifica. Una delle vere eroine di quel terribile venerdì sera.

E allora penso che dopotutto anche io sono una mamma. E che il viaggio è parte della mia esistenza, ma anche le Gem. E che quindi niente dovrà andare storto. Devo poter vivere l’esperienza al massimo, per riportare a casa un milione e più di ricordi. Da condividere con loro.

Kenya, arrivo!

Caro Babbo Natale…

Quest’anno ho un elenco piuttosto lungo. Ecco perché ti scrivo con largo anticipo. L’elenco comprende richieste per tutti i miei cari. Quindi, caro Babbo Natale, mettiti comodo, fatti portare una tazza di tè dalle tue renne e chiama a raccolta i folletti tuoi aiutanti. Così che prendano nota.

Lettera-Babbo-NataleCaro Babbo Natale, per le mie bambine al loro secondo appuntamento con il Natale quest’anno vorrei:

  • tante lunghe notti serene senza risveglio (cosa che vorrei più per me che per loro, ma sai com’è, mal comune mezzo gaudio)
  • una salute di ferro senza rantoli e broncospasmo
  • gioia e serenità
  • l’uscita dei dentini tutti in una notte sola, senza dolore e senza problemi
  • tanti bei vestitini colorati, morbidi e comodi
  • la crescita istantanea dei capelli, con una chioma folta e spessa, diversa da quella che ho io, per intenderci
  • un altro xilofono, ché io sono stata così stupida da comprarne solo uno e se lo sono litigato da subito
  • due caschetti stile elmo medievale, per proteggere le crape dure che hanno dagli infiniti colpi che prendono tutti i santi giorni
  • un tappeto grande, morbidoso e coloratissimo dove poterci rotolare comodamente in tre. Anzi quattro, cane compreso.
  • un’infanzia serena e priva di problemi, in cui giocare, ridere, scherzare, imparare e conoscere. A questo, lo so bene, devo contribuire anche io, ma un piccolo aiutino non ci starebbe male
  • libri, libri e ancora libri, perché comprendano l’importanza dei sogni da sveglie. Per vivere mille avventure in terre lontane comodamente da casa loro. In attesa di portarle a fare il loro primo, vero viaggio.
  • un biglietto aereo di sola andata per Felicilandia. Come dici? Che non esiste? Ma tu non eri quello attrezzato anche per i miracoli, almeno la notte di Natale?
  • un pacchetto di viaggio in Sicilia, per far sì che il loro primo viaggio sia in terra sicula, così come lo è stato per me e per Andrea

E adesso passiamo alle richieste per i miei cari (ma anche qualcosina per me, eh? non mi dimenticare…).

  • Per Andrea vorrei una Ferrari rosso fiammante, così che possa farci un giro come si deve. Va bene anche un modello stile “carrozza di Cenerentola”, a tempo determinato. Allo scoccare della notte tra il 25 e il 26, puoi riprendertela. Poi magari una camicia nuova (ché alcune di quelle che ha adesso non si possono guardare), un profumo (quello che fa finta di raccontare a tutti, ma è solo perché lo vuole) e una notte di sonno completo
  • Per mia mamma vorrei tanta salute, un paio di scarpe comode dalle quali sia impossibile cadere e/o scivolare, una borsa di Hermès (che se aspetta me, gliela regalerò nella prossima vita), il teletrasporto così può venire da noi quando vuole, senza dover tutte le volte traslocare la casa, un bel libro e la cancellazione delle tasse. Quest’ultima cosa, te lo dico, farebbe felici un sacco di altre persone
  • Per Anna vorrei sempre la salute e un caldo, bellissimo abbraccio che le tenga compagnia tra una nostra visita e l’altra. E una linea diretta con le piccole
  • Per Beppe non lo scrivo, caro Babbo Natale, tu sai cosa vorrei per lui.
  • Per Gianna non saprei cosa chiederti. Magari falle un colpo di telefono e chiedile direttamente qual è la cosa che più desidera nella vita, perché io ancora non l’ho capito
  • Per la mamma di Andrea ti chiedo una borsa nuova di Louis Vuitton, visto che le piace, una camicia con le rouches, un paio di pantaloni neri, che vanno con tutto e poi? Boh, penso che possa bastare
  • Per Magna chiedo solo salute, salute, salute. Che viva ancora a lungo e che possa allietarci con i suoi sorrisi da nonna
  • Per Barba Gusto ti chiedo un paio di piedi nuovi 🙂

E ora, caro Babbo Natale, veniamo a me…già tremi di paura, vero? E fai bene! Ma saprò sorprenderti. Per me, caro Babbo Natale, non chiedo niente. Salvo rari momenti di scoramento, penso di avere già tutto quello che mi serve.

Ma se per caso te ne avanzasse una, direi che potrei accontentarmi di una bella borsa di Chanel. E’ (quasi) l’unica che mi manca alla mia collezione infinita. Nel caso non ne avessi più, sai che con me vai sul sicuro inondandomi di libri.

Buon lavoro, caro Babbo Natale.

I comandamenti del leccaculo

Ne avrete conosciuti anche voi. Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi. Per fortuna, non spesso. Sono i leccaculo e perdonate il francesismo, ma quando ce vò ce vò!

il-leccaculoSono infidi, sempre sorridenti, la bocca sporca delle lodi che hanno fino a poco tempo prima lasciato scorrere fuori, come fiumi di melma. Perché di melma si tratta, ma solo con l’aggiunta di un R e di una D al posto giusto. Si inchinano fino a toccare terra, con la capacità di ritornare al loro posto eretto, più o meno, del bambù. Ma di questa pianta non hanno niente, se non la flessibilità. Che ben si accorda al personaggio di più alto grado di turno. Che sia un professore o un medico o il datore di lavoro, il leccaculo sa sempre da che parte deve protendersi. Inchinarsi. Baciare le scarpe.

Ma, soprattutto, hanno un semplice decalogo di comandamenti che seguono scrupolosamente, fino alla fine. O quanto meno finché la persona di turno, adulata fino allo schifo, non decide che forse è meglio levarselo di torno. Perché tutto sommato è preferibile circondarsi di elementi con un cervello autonomo, piuttosto che di individui con pochi neuroni che si stanno ancora cercando, dopo tanti anni.

  1. Non avrai altro Dio all’infuori del tuo capo. Lo adulerai fino allo sfinimento, qualsiasi cosa dica. Approvando ogni azione e ogni singola parola che esce dalla sua bocca.
  2. Sosterrai qualsiasi iniziativa, comprese quelle promosse a discapito dei tuoi colleghi (soprattutto quelle), messa in atto dal tuo superiore di turno. Anzi, laddove possibile, sarai tu a suggerirgli soluzioni drastiche e finali, per liberarti di possibili competitor.
  3. Rinnega tutto. Da tua madre ai tuoi figli al tuo credo politico e religioso, se questo può far felice il tuo superiore e permetterti così di fare carriera.
  4. Complimentati con il tuo superiore su qualsiasi azione, iniziativa, parola esca dalla sua persona. Foss’anche il calpestare i diritti umani più imprescindibili. Ricorda che il tuo motto è “mors tua, vita mea”.
  5. Ascolta attentamente il tuo capo e cerca di prevenirne i desideri. Dal caffè macchiato, ma non schiumato e non troppo caldo, ma non tiepido, all’adulazione incondizionata.
  6. Se il tuo capo ti dà del caprone, digli che ha ragione. E prova anche a belare. Per far sì che sia certo che hai capito il concetto. E che sei assolutamente d’accordo con lui.
  7. Non comprare sapone liquido per mani o viso. Non ti serve. A te basta il detergente intimo. Giacché la distinzione tra faccia e culo è ormai pura utopia.
  8. Al mattino, non guardarti allo specchio, non serve. La tua unicità è data dal sorriso verticale che vedi, che non è quello comune a tutte le altre persone di specie diversa dalla tua.
  9. Il tuo motto sarà “Meglio un saporaccio oggi che la stima di me stesso domani”. Al saporaccio ci si abitua, piano piano, la stima di sé stessi va costruita con fatica. E i leccaculo, la fatica la rifuggono come la peste.
  10. Non avrai amici, ma solo persone di contorno, da usare al meglio possibile delle tue (scarse) capacità.

E chiudo con una citazione celebre, che ben riassume ciò che penso di questa categoria (purtroppo vastissima e sempre in crescita), di piaggiatori:

I cacciatori prendono le lepri coi cani; molti uomini prendono gli ignoranti con l’adulazione.
(Plutarco)

L’amante giapponese

coverSono una divoratrice di libri. In realtà leggo qualsiasi cosa mi capiti a tiro, compreso l’elenco del telefono e le istruzioni sui prodotti di pulizia della casa, in mancanza d’altro. Oggi ho finito l’ultimo libro di Isabel Allende, una delle scrittrici sudamericane che preferisco. Della sua immensa produzione ho letto praticamente tutto, tranne alcuni volumi che per pigrizia o per scarsa considerazione ho lasciato ad impolverarsi sugli scaffali delle librerie. Che visito come un affamato frequenta le panetterie.

Questo libro, in realtà, all’inizio mi ha delusa. E parecchio. Lontano dallo stile classico con cui sono solita identificare la Allende, i primi capitoli mi hanno lasciata perplessa. Tanto che ero quasi tentata di lasciar perdere e riporre il volume tra i libri letti. Cosa che, per onor di cronaca, faccio molto raramente e solo in casi eccezionali.

Certo, è capitato. Per la precisione con due volumi: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e La lingua perduta delle Gru di David Leavitt. Il primo per noia mortale che mi colse dopo appena tre pagine. Il secondo per il disgusto provato nel leggere di acrobazie sessuali una pagina sì e l’altra pure. E non sono una puritana, ve lo assicuro.

Questo, invece, a dispetto della prima impressione che evidentemente non è sempre quella che conta, mi ha stupita e impressionata. Bastava, a quanto pare, avere pazienza.

E’ la storia di una famiglia ebrea che ripercorre i passi di uno dei suoi componenti, una donna forte ed anticonformista, che passa dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale alla salvezza, almeno fisica, del trasferimento d’urgenza a San Francisco. A questa storia, si intrecciano le vicissitudini di una ragazza che diventerà, per questa donna, una figlia, una nipote, un’amica e una confidente, e degli altri componenti della famiglia.

Ho apprezzato lo stile scorrevole (come sempre) dell’autrice, la narrazione elastica e mai banale. La bellezza dei personaggi raccontati. Che sono diventati quasi come degli amici lontani, ma anche come dei vecchi parenti mai conosciuti.

E’ un libro che consiglio. Da divorare tutto d’un fiato, pagina dopo pagina. Un vero e proprio aperitivo per la mente.

Mamme coraggiose, supermamme davvero

non_mollare_mai_0Come ho già detto, oggi è il World Prematurity Day, la Giornata Mondiale della Prematurità. La mia storia già la conoscete nei particolari. Quello che voglio fare oggi, è dare spazio alle testimonianze di alcune donne meravigliose, poche in verità, rispetto al numero crescente di mamme che fanno esperienza di parti prematuri. Leggendo le loro storie, mi sono commossa, ho gioito, ho pianto. Ho provato, insomma, sensazioni differenti, tutte legate a quel sentimento, l’empatia, che ci porta spesso e volentieri ad immedesimarci con le vicende e le peripezie altrui. E a farle nostre. Oggi voglio dare voce a supermamme che hanno dovuto passare momenti difficili, tremendi. Sconforto, rabbia, disperazione e, spesso, gioia immensa. Quella gioia che pervade noi mamme di prematuri al momento in cui, dismessi i tubicini, le flebo, le incubatrici, i monitor sempre accessi coi loro suoni forti come boati, abbiamo potuto finalmente portare a casa i nostri gioielli. E cominciare una vera, normale, quotidiana vita da mamme. Come tutte le mamme. Per rispetto, ma anche e soprattutto per pudore, citerò solo le loro immense parole, ma non i nomi. Ché ognuna di noi mamme di prematuri, almeno in parte, potrebbe essere portavoce di quei pensieri. Fragili, forti, trepidanti, felici. Auguri alle mamme coraggiose, ma soprattutto ai loro piccoli guerrieri, alle mie piccole guerriere.

So cos’è la prematurità solo per una sola settimana. Avrei voluto viverla per tanti mesi e portare a casa i miei gemellini. Adoro le vostre foto: ogni bimbo che sorride è il mio bimbo. Un bacio mamme guerriere

Emma e Matteo, 28+1 con TC d’urgenza, come un uragano che stravolge la vita, per sempre… Ora hanno 17 mesi, abbiamo passato 55 gg in tin, è stata dura e lo è ancora perché purtroppo per Emma la prematurità ha lasciato segni indelebili come la paralisi infantile. Ora mi fermo, la ferita e’ ancora fresca e ogni volta brucia. Buona giornata a tutti i piccoli guerrieri un grande abbraccio

Credete sempre in loro…maestri di vita!!!!!

Andrea, nato il ******* a 26+5 w, grave IURG, 530 g, poi sceso col calo. Dopo 189 giorni di ospedale lo portiamo a casa con ossigenoterapia ancora in corso per grave broncodisplasia e stenosi vene polmonari sx. A maggio di quest’anno altro ricovero di 45 giorni per intervento al cuore e per correggere la stenosi che però non ha funzionato. La strada è ancora lunga ma lui è una forza della natura!!! ”

Vorresti uscire e portarlo al sole, ma non può…… quell’ora di marsupio terapia è la gioia quotidiana…. Lì il suo battito si fonde con il tuo, il respiro, nel respiro , le sue manine minuscole stringono il tuo mignolo…lui dentro la tua camicia…… chiudi gli occhi e per un attimo sei una vera mamma….non senti i bip dei macchinari, non guardi i parametri, ma sei lì cuore a cuore a goderti il momento…… Leon ****** 28w 650 gr ….. Siete tutti dei miracoli della natura….”

Perché la giornata mondiale della prematurità?….
Perché non tutti sanno che un bambino prematuro non è solo molto più piccolo degli altri. …
Perché quando entri nel reparto di terapia intensiva neonatale non lo dimenticherai mai più in tutta la vita. ..
Perché in quel posto non è dato sapere cosa succederà domani, si vive attimo per attimo. …
Perché il numero di telefono della TIN lo sai a memoria, ed ogni volta che lo componi riponi tutte le tue speranze, ma non vorresti mai vederlo comparire se squilla il tuo cellulare. …
Perché sfido chiunque a tenere in gola un tracheotubo da sveglio. ..
Perché ogni mamma avrebbe voluto cannule, cateteri, sondini, tracheotubi ecc. su di lei , ma non sul suo bambino. ..
Perché le cose più normali, come respirare e mangiare, sono conquiste eccezionali. ..
Perché alla fine di quel tunnel ci sono mamme fortunate, come me, che potranno finalmente gioire. ..ma c’è ne sono altrettante che hanno visto volare via i loro piccoli angeli. ..
Perché non tutti sanno, in tutti i casi, che straordinaria forza è in grado di dimostrare un bambino prematuro, un nato guerriero. ..
Perché questo micro bimbo ti insegnerà che ci sono solo due modi di vivere la vita: uno come se niente fosse un miracolo. L’altro come se tutto fosse un miracolo. Mamma di Marco (26 w 826 gr
)”

L’ho appena pubblicato sul mio profilo, lo pubblico anche qui anche se voi già sapete cosa vuol dire essere mamme di guerrieri…17 novembre. Giornata mondiale del bambino prematuro. Sono diventata mamma e non c’erano fiocchi da appendere alle porte, non c’erano parenti e amici a festeggiare… Non c’erano lacrime di gioia… C’erano solo tante lacrime di disperazione per quella pancia che mi era stata strappata via così presto e senza preavviso, c’era solo la paura che da un momento all’altro suonasse il telefono per annunciarci la peggiore notizia che può ricevere un genitore… Ho urlato tanto con la faccia schiacciata nel cuscino… Ore, giorni, settimane sospesi sull’orlo di un precipizio… L’odore dei disinfettanti… Il suono degli allarmi dei vari monitor… Le mani, come unico contatto, che si facevano strada attraverso gli oblò della incubatrice, tra fili tubi e deflussori per guadagnare quei pochi cm liberi del tuo corpo… Lo scrivo e lo continuerò a scrivere perché è un mondo che va conosciuto, questi guerrieri vanno aiutati e i loro genitori vanno supportati in ogni modo possibile…. Se vi capita una amica a cui succede non lasciatela sola! Non chiamatela solo una volta a settimana o meno… Magari perché non sapete cosa dirle… Basta una parola, un abbraccio… 1 bambino su 10 nasce prematuro. E io sono mamma di due prematuri, di due guerrieri. Il mio orgoglio… XXXX, mamma di Leonardo (35 settimane, 2.130 kg) e Giada (30 settimane, 1.162 kg per 35 cm)

E concludo con un pensiero mio.

Una corsa rocambolesca in ospedale, dopo quella tremenda perdita di sangue. No, non può essere vero, sono solo alla 31+2! Non possono nascere, non è ancora il momento! Lacrime di impotenza e paura. Lacrime calde e allo stesso tempo fredde. Lacrime che ancora mi porto dentro e che mai dimenticherò. Il TC d’urgenza, dopo aver sentito battere quei cuoricini così attaccati alla vita. E la possibilità di vedere le mie piccole solo il giorno dopo. Chiuse dentro una casa che non era la mia pancia. Attaccate a monitor che suonavano in continuazione, come fischi di treni in partenza, per una destinazione che mi era ignota. E tubi, flebo, alimentazione artificiale. Nella speranza che, giorno dopo giorno, non succedesse altro. Che ce la facessero. Io, da sola in ospedale, per cinque settimane. Cinque settimane in cui l’unico momento in cui potevo abbracciare le mie bimbe, a turno, mai insieme, era quello della marsupio terapia. E mai per più di mezzora per volta. Che mamma ero, allora? Una mamma senza braccia. Una mamma al di là del vetro. Ma anche una mamma orgogliosa delle sue piccole guerriere. Che ieri hanno festeggiato i 18 mesi anagrafici, 16 corretti. Ludovica e Veronica, 31 settimane + 2 giorni, 1770 e 1850 di peso. Oggi due gigantesse che si sono conquistate lo spazio che occupano nel mondo a morsi. Auguri Ludovica e Veronica. Siete la mia gioia e il mio orgoglio più grande“.