Un’attesa che non fa paura

Sono qui, seduta per l’ennesima volta su una scomoda sedia di legno chiaro, alla fine di un corridoio che pare un tunnel troppo illuminato. Porte bianche a destra e a sinistra. Tanta gente in attesa, coi loro libri smangiucchiati e le riviste lise. Bisbigliano. Qualcuno prende coraggio e con tono di voce più alto del normale cinguetta un “buon anno!”. Io osservo, con i battiti lievemente accelerati. Appena appena, non troppo. 

  Sono abituata alle attese in ospedale. Ne ho visitati tanti in questo ultimi due anni. Controlli per gravidanza a rischio, terapia motoria post-incidente. E ora questo controllo. Non avevo fretta di farlo. Non ho paura. Se deve essere il mio momento, ne prendo atto. Non volevo fare bilanci, ma non posso fare a meno di pensare che, tutto sommato, ho vissuto una vita piena fino ad oggi. Spesso sul filo del rasoio, quasi in fuorigioco. Ma ce l’ho sempre fatta a cavarmi dagli impicci. 

E la mente vola a qualche anno fa: esami del sangue sballatissimi. Controlli su controlli, ipotesi, previsioni. E i medici che, per tutelarsi, pronosticavano cancri di ogni genere e posizione. Anche in quel caso, non avevo paura. Poteva essere quello che più gli piaceva, io ero serena. Mi sono sempre detta “qualsiasi cosa sia, mi curerò e guarirò”. Non ho mai pensato fosse il mio momento. 

In questi casi, come sempre mi accade, voglio essere sola. Non voglio che mi si accompagni alle visite nè ai controlli. Essendo io serena, preferisco non avere intorno persone che si preoccupano. Che si agitano. 

Anche oggi, sono qui a farmi solitaria compagnia. E nell’attesa scrivo. Che potere magico hanno le parole, i racconti. Un potere catartico, quasi. Vediamo come andrà. In ogni caso, io sono tranquilla. Vediamo se ho ragione o sono solo stolta. 

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Babbo Natale, i dolcetti dovevi prendere, non i dentini!

Natale è passato. Un altro, imprevedibile Natale. E sì, perché se si conoscesse il futuro, quello che ci aspetta, chissà come ci comporteremmo. Se e Ma. Due parole che odio, ma che uso spesso. Nonostante la forte, impietosa idiosincrasia.

  A Babbo Natale l’avevo scritto, nei miei desiderata privati: porta i dentini, tutti, alle ragazze più veloce che puoi. Magari in una notte sola. Che dici, Babbo Natale, si può fare? Dimentica l’iPhone nuovo, quello me lo compro io. Dimentica i libri. Idem come sopra. Lascia perdere il conto corrente extra-large, a quello ci penso da me. Ma porta i dentini. In cambio, ti avevo promesso un enorme, ricchissimo, goloso oltre ogni misura, piatto di dolcetti. Quelli che ti piacciono tanto. Mi pareva uno scambio equo, no?

E invece forse l’hai ritenuto poco adeguato, come scambio. O forse avevi già fatto indigestione nel tuo peregrinare di camino in camino. Non so. Però, caro Babbo Natale, di fare lo sgambetto a Veronica, ieri, potevi anche evitarcelo! Chè di guai la piccola ne aveva già passati, tra serate e nottate con febbrone da cavallo e facciate dritte nei letti di turno. Bernoccoli e lividi. Altro che fortuna e gloria.

E così, grazie al tuo maledetto sgambetto, i dentini anziché portarli li hai rotti. Grazie tante, caro Babbo Natale. Va bene così. Tanto continueranno a crescere e poi li cambierà. Nessun rancore, amici come prima. 

Sappi però, caro Babbo Natale, che il prossimo anno ti aspetterà una bella sorpresa, anzi di più! Un bel cespuglio di agrifoglio in piena fioritura nel camino, per un’accoglienza pungente. Un bel piatto di confetti (Falqui) al posto dei dolcetti. E un abbonamento annuale a La Settimana Enigmistica, così, tanto per tenere allenata la mente e ricordarti che, spesso, chi la fa, l’aspetti. 

E prega che le tue renne volino veloci come il vento verso il bagno più vicino: il mio sarà chiuso a doppia mandata e tu non potrai aspettare più di tanto. 

Buon anno eh?! 

Prossima fermata: felicità

Il 2016 sta arrivando, veloce come un treno lanciato in un tunnel. Non i treni di Trenord, però, sia chiaro! E con il 2016, subito così, d’emblée, anche il mio compleanno. E il prossimo anno sono 37… Non un numero così sconvolgente, se non fosse che sono sempre, immancabilmente la prima della mia leva a compiere gli anni. Essendo nata a gennaio, per altro, non potrebbe essere diversamente.

LinusVorrei fare un bilancio di quella che è stata la mia vita finora, ma mi pare un tantino troppo prematuro. In fin dei conti, anche se molti tirano le somme ben prima del quaranta, a me pare un esercizio ancora privo del necessario significato. E allora, visto che un anno sta per chiudersi ed un altro si affaccia quasi timido all’orizzonte prossimo, penso a quello che vorrei, più che a quello che è stato.

Il prossimo anno vorrei essere vergognosamente, indecentemente felice. Di quella felicità piena e totale che dovrebbero dichiarare quasi illegale. Di una felicità morbida e avvolgente, che si appoggi su di me e sui miei cari come una calda coltre, da portare sempre con sé. Una bella copertina di Linus, invisibile, ma percepibile.

Il prossimo anno vorrei tranquillità e salute, per me, ma soprattutto per i miei cari. E sopra a tutto proprio la salute. Quel bene effimero ed evanescente, che diamo per scontato un pò come la presenza dei nostri famigliari, ma che quando non c’è si nota. Eccome.

Il prossimo anno che ormai bussa insistente alle nostre porte lo vorrei di un verde brillante, tipo quel verde squillante e abbacinante che caratterizza i prati in primavera dopo una pioggia ristoratrice. Ché il verde è il colore della speranza. E la speranza deve, necessariamente, essere l’ultima a lasciarci. Anche se, seguendo un detto, chi vive sperando muore….va beh, avete capito, no?

Il 2016 vorrei che fosse (e auspico che sia) un convoglio puntuale, pulito, fortunato e felice, che faccia le fermate programmate, sostando a lungo nelle stazioni Felice, Felicità e Letizia, per poi ricominciare daccapo.

Insomma, oggi mi sento così: positiva. Speriamo che non sia una sensazione di passaggio, ma che possa essere un traguardo prossimo facile da raggiungere.

Buon Natale a tutti voi, cari amici. E spumeggiante inizio di 2016.

Quando la febbre arriva, la mamma che fa?

Ieri, arrivata a casa, MagicaAnto mi dice: guarda che Veronica è un pò calda, secondo me ha la febbre.

febbreLa tasto in ogni dove, pensando che MagicaAnto sia solo un filo apprensiva e che sia stata contagiata dal morbo NonnaTox: ovvero, pensiamo sempre al peggio. Dopo aver verificato che sì, in effetti la bimba è un tantino più calda del solito, e comunque più della sorella, decido di provarle la febbre. Se non che mi ricordo che, tra i svariati disastri combinati, le Gem avevano pensato bene di distruggere anche il termometro, in un miliardo di pezzettini piccolissimi stile granelli di sabbia.

Alla disperata ricerca di un altro degno sostituto, avendo appurato che né quello digitale da adulti né quello super-tecnologico che avevo inserito nella lista nascita, con puntatore a distanza a guisa di lancia supersonica, funzionavano, dopo mille ricerche ne ho scovato uno vecchio stile. Brutto a vedersi, ma per lo meno affidabile.

Immobilizzato il recalcitrante soggetto per la prova del nove, ho visto con preoccupazione la colonnina salire attestandosi a ben 39.1°! Oddio! Altro che febbre, febbrone da cavallo. Ecco perché la piccola è insolitamente coccolosa e, a tratti, rognosetta….

Per non lasciare nulla di intentato, misuro anche la febbre a Ludovica che, per fortuna, stoicamente resiste (per ora). Comincio a cercare la panacea di tutti i mali (o quasi): la meravigliosa, amatissima Tachipirina. Mi hanno chiesto in tanti: ma non hai chiamato la pediatra? E cosa la chiamo a fare? La nostra pediatra risponde al telefono dalle 8.00 alle 9.30. Che poi, a essere precisi, se chiami alle 8 precise non risponde mai. Meglio ritentare verso le 8.15-8.20. Alla facciazza della puntualità. E, in ogni caso, le sue indicazioni sarebbero: le dia la Tachipirina e la tenga monitorata e, se dovesse peggiorare, mi richiami che fissiamo un appuntamento. Sempre che non sia in vacanza, caso in cui dovrei affidarmi al sostituto. Oppure chiamare la Guardia Medica. E ho detto tutto.

Ad ogni modo, consapevole e memore delle indicazioni ricevute a suo tempo, recupero la bilancia digitale, sistemo la malata sopra per pesarla e noto che il piccolo vitellino ha raggiunto il ragguardevole peso di ben 13 chili! Altro che signorinella pallida e snella….

3 gocce ogni chilo di peso, rapido calcolo nel quale mi inciampo più volte con la paura folle di sbagliare e somministrargliene di più o di meno. Non ho preso la calcolatrice solo perché, con un barlume di orgoglio da ex-liceale scientifica, mi dico che una moltiplicazione così la devo pur fare da sola! Bene, 39 gocce. Sparargliele direttamente in bocca? Impensabile. Usare supposte? No, niente da fare. Ok, decido di versarle contandole una ad una in un bicchiere e poi di recuperarle con una siringa privata dell’ago. Come può ingegnarsi una mamma, anche se alle prime armi!

Data la Tachipirina, mi dico che il più è fatto. Ah! Sì, perché la poveretta, a ragione, per carità, vuole essere stra-coccolata e presa in braccio. E l’altra? Sprazzi di prima gelosia incombono, per cui anche lei non è da meno. Per farla breve, il momento della cena è stato epico. E mi sono resa conto che, con l’andare del tempo e con l’affinarsi dell’esperienza, posso davvero essere considerata una diretta discendente della Dea Kālī…

Quando poi, alle 21 e 21.10 sono stramazzate entrambe nei loro lettini, ho pensato che avrei potuto finalmente rilassarmi un pò. E così è stato, fino alle 2.15 di questa mattina. Quando, dopo un rocambolesco gira gira gira nel letto, ho tastato la fronte di Veronica e ho sentito che scottava ben di più della sera precedente. Solita trafila di Tachipirina che avrebbe dovuto concludere lì la levataccia notturna. E invece no. Perché nel frattempo anche Ludovica si era svegliata e cicaleggiava allegra. Insomma, per farla breve, io e Andrea abbiamo tentato di farle riaddormentare per un tempo che a me è parso lunghissimo. L’ultima volta che ho guardato l’ora erano le 3.15….

E quando la sveglia, puntuale come i botti di Capodanno, è suonata, anziché pensare “no, lasciatemi dormire ancora qualche minuto“, mi sono fiondata giù dal letto, felice di correre in ufficio, per riposarmi un pò.

-3 giorni al Natale

Poco, anzi, pochissimo. Il Natale si avvicina e con esso un sacco di bei regali in più. A partire dallo stress di dover preparare le valigie tentando di non dimenticare nulla (bambine in primis), alla corsa a raccattare tutti, ma proprio tutti i regali acquistati per le Gem, per i parenti e per il marito, alla necessità impellente di stilare una dieta rigorosa e approfondita, da cominciare a seguire subito dopo Natale. Che poi, a dire la verità, su quest’ultimo punto non ci crede più nessuno, io per prima. E sì, perché i regali più belli e duraturi che ricevo ogni anno sono, nell’ordine, un conto in banca taglia 38 e almeno 2/3 chili in più. Ben distribuiti su fianchi e pancia. Un inno all’equa distribuzione, davvero.

come-apparecchiare-tavola-di-natale-piegare-tovagliolo-2Il Natale, a casa Grosso-Berrino-Lora è il momento del dare. Dare libero sfogo alle ricette più succulente e pantagrueliche che un comune mortale possa immaginare. A partire dagli antipasti, che non sono mai meno di quattro, ai primi (sì, primi, al plurale), ai secondi (anche qui, uno solo potrebbe soffrire di solitudine, perciò facciamone almeno due), ai dolci. Ricordo ancora il Natale a casa di mia nonna Pina: un’abbondanza e una storia di gusti e colori davvero incredibile. Ma, su tutti, era la sua pasta al forno il piatto che preferivo. E che lei cucinava sempre, per Natale. Non che nelle altre occasioni non la facesse. Anzi.

Per mia nonna un pasto non era tale se non era composto, come da tradizione, da antipasto, primo, secondo con contorno e frutta. I dolci, lei, non li ha mai amati particolarmente. Al massimo poteva proporre le pesche ripiene al cioccolato. Che, a dirla tutta, non è che fossero meno buone di una torta o di altri dessert.

Adesso che lei non c’è più, ci riuniamo comunque a casa sua (o meglio, casa di mia zia) e continuiamo a rimpinzarci come tacchini pre-giorno del Ringraziamento, con tutto quello che, da noi, fa tradizione. Una cosa su tutte: la pasta fatta in casa. Sì, assolutamente home made. Ed è bello pensare che il Natale sia festa di condivisione, ma condivisione per davvero. Un momento in cui, tutti insieme, seduti alla stessa tavola, assaggiamo i piatti che qualcuno ha amorevolmente preparato per tutti. Con le proprie mani. Che poi, durante la preparazione, vuoi per la stanchezza, vuoi per il mal di schiena, siano volati improperi degni di uno scaricatore di porto (o forse peggio), poco importa. Quello che conta è (l’ottimo) risultato finale.

E poi quest’anno le Gem capiranno forse qualcosina in più rispetto all’anno scorso. Avremo così modo di condividere questo momento magico e unico anche con loro.

So che mia zia ha già preparato la casa, facendo spazio, allestendo albero di Natale e presepe (un miracolo già di per sé, se si pensa che erano anni che non li faceva più). Bello, anzi bellissimo. Ma, devo avvisarti cara Anna Maria: fa attenzione perché le piccole furie sono velocissime a distruggere, eliminare, mangiare e rompere qualsiasi cosa si pari sul loro cammino. E poi non dire che non ti avevo avvisata.

Che il Natale abbia inizio!

Ce l’abbiamo fatta!

Mi sembra incredibile, ma ce l’abbiamo fatta. Venerdì sera, tradizionale cena per gli auguri di Natale con gli amici. Quasi tutti con figli. La prima cena delle ragazze fuori casa. La prima soirée da grandi. Ero in ansia a partire da una settimana prima. Non era mai capitato che le portassimo

Messy kids room with toys

Messy kids room with toys

fuori dopo cena. Loro hanno degli orari (imposti da me), ben precisi e specifici. Tento, salvo imprevisti dell’ultimo minuto, di far sì che vengano rispettati. Cena tra le 19.00 e le 19.20, gioco prima di dormire, poi via a letto, di corsa. Entro le 21.15 massimo. Lo faccio per dar loro delle linee guida, ma anche nella vana speranza di avere, almeno alla sera, non dico tanto, ma una mezzora tutta per me. Per addormentarmi sul divano guardando l’ennesimo programma sui serial killer (eh sì, mi conciliano il sonno), oppure leggendo qualche pagina del libro di turno.

Venerdì, invece, tutti i miei precisi e rigorosi castelli di carte sono saltati per aria. Ma senza botto. Arrivati a casa di Andre e Je alle 20.30, svestite le iene, ho pensato “dureranno poco”. E invece mi sono dovuta ricredere. Non solo siamo riusciti a mangiare (quasi) seduti una buona parte della cena, ma tutto sommato è andata anche abbastanza bene. Il mio timore più grande, dopo la serie infinita di urla in sincrono che temevo più di tutto, era anche che pensassero bene di distruggere l’imponente albero di Natale degli ospiti: un gingillo di (credo) almeno tre metri d’altezza, pieno zeppo di palline e decori di ogni tipo. E invece l’albero l’hanno praticamente ignorato. Con tutti i giochi a disposizione delle piccole padrone di casa, hanno avuto un bel da fare. Tra dinosauri che camminano, finte cucine-finti cibi da preparare, carrelli della spesa da far pattinare in giro, peluche da ninnare e il piccolo cane Leo da coccolare, la serata è filata via quasi liscia.

Fino al momento in cui, mannaggia a chi li ha lasciati in giro, non hanno scovato, nell’ordine, il telecomando delle televisione (con il cartone Frozen che andava in loop a beneficio di grandi e piccini) e la scatola dei pastelli. E allora, la loro anima selvaggia, si è scatenata. Per il telecomando, le cose sono filate lisce e silenziose, finché non mi sono accorta che Veronica aveva in mano una sottile lamina nera gommosa. Al che ho scoperto che, non chiedetemi come, le ragazze avevo smontato, e dico smontato, il telecomando del decoder. E di tutti i pezzi che avrebbero potuto ricomporlo ne mancava uno! Oddio, dov’era finito? La padrona di casa, Jessica, con superbo aplomb britannico mi dice “tranquilla, da qualche parte sarà, poi lo cerchiamo”. Ma io, buttando un occhio alle iene e vedendole masticare di gusto, ho temuto per un momento lunghissimo che se lo fossero mangiato… Dovrò informarmi se l’hanno ripescato, e dove. Così, giusto per sapere.

Tolto loro il telecomando di mano, pensavo che i pericoli fossero finiti. Se non che, ad un certo punto, sentiamo un boato simile ai botti di capodanno. Veronica, seguita a ruota dalla sua fida aiutante Ludovica, aveva trovato la scatola in latta con i pastelli. I pastelli, queste meraviglie! E aveva pensato bene di lanciarla, producendo un botto fortissimo e causando la fuoriuscita di circa una cinquantina tra colori, pastelli e matite varie. Che sono prontamente rotolati dappertutto. E mentre io e la padrona di casa ci lanciavamo a raccattarli tutti (sotto il divano, sotto il tavolino, nei pressi del nostro tavolo e ovunque lo sguardo potesse spaziare), le piccole canaglie facevano a gara a chi riusciva ad intercettarne di più, per sgranocchiarli comodamente sedute sul pavimento. Inutile dire che anche Leo, il cane, è fuggito nel punto più lontano per mettersi in salvo.

Ma, a parte questi due episodi ed altri di poco conto, la cena è andata bene fino al primo, quando abbiamo dovuto ringraziare, salutare e portare le ragazze a casa, visti gli evidenti segni di cedimento. E prima che gli ululati passassero in modalità sirena da stadio, abbiamo ritenuto opportuno dileguarci. Che di guai, le iene, ne avevano già fatti abbastanza.

Che dire, stanno diventando grandi. E alla prima prova del nove, pastelli e telecomando a parte, direi che se la sono cavata alla grande. Peccato solo non aver potuto gustare il secondo e il magnifico dolce. Pazienza, sarà per il prossimo anno!

Buongiorno, amica lontana

C’è un appuntamento che mi dà il buongiorno ogni mattina, in ufficio.

buongiornoAppena arrivo, accendo il computer, tiro su le tapparelle e mi siedo alla mia scrivania. E guardo fuori dalla finestra, alla mia sinistra. Vetro attraverso vetro, immancabile e puntuale come una rondine a primavera, dall’ultimo piano del palazzo di fronte si affaccia una signora anziana. Che poi anziana non so se lo sia davvero, ma a me pare così. Il suo è un avanti e indietro dalla casa al minuscolo balcone affacciato sulla strada. Sistema i cuscini a prendere aria, disfa il letto, piega le lenzuola, le appoggia sul parapetto, liscia qualche piegolina, rientra dentro.

Il suo è un va e vieni incessante, che dura almeno una ventina di minuti. Sempre uguale, sempre alla stessa ora, sempre i medesimi gesti. Non appena finisce di sistemare i rimasugli dei suoi sogni notturni, esce sul balconcino e si appoggia, mani sotto il mento, al parapetto. E guarda giù, fuori, a destra e a sinistra. Sembra che monitori la situazione. Spesso parlotta da sola: un discorso veloce e pragmatico, quasi a fare un elenco delle commissioni da sbrigare, delle attività quotidiane da assolvere, delle telefonate da fare. Ovviamente le mie sono pure e semplici congetture. Nonostante la veda tutti i giorni da quasi un anno, non l’ho mai nemmeno salutata. E qualche volta è capitato che ci fissassimo per un periodo di tempo lunghissimo, nel quale io smetto di respirare e lei mi scruta con sospetto.

Ci credo, penserà che sono matta o magari un’impicciona, a fissarla così, senza un motivo. In realtà, quella signora anziana è il mio buongiorno del mattino. Le poche volte che ho visto le imposte chiuse, mi sono preoccupata. Ho temuto che le fosse successo qualcosa, che si fosse sentita male, che non l’avrei più rivista. Chissà cosa ha fatto, quelle mattine che non si è palesata. Magari era via con figli e nipoti, magari era a letto ammalata. Chissà. Forse, prima o poi, troverò il coraggio di farle un cenno con la mano, o magari solo col capo.

Tutte le mattine il mio buongiorno mi dà sicurezza, ma mi butta addosso tanta tenerezza e tristezza, a tratti. Penso che sia una donna sola, magari vedova, con i figli lontani e i nipotini ancora più distanti. E allora, penso a mia mamma. Anche lei lontana, anche lei sola. Che non fa avanti e indietro sul balcone per far prendere aria alle lenzuola, ma che comunque dalla sua finestra guarda fuori, per vedere chi passa in strada, per scambiare un saluto con i vicini. E allora penso che vorrei essere lì con lei, per darle il buongiorno con un bacio (cosa che mai ho fatto nella mia vita), litigare per qualche futilità e poi uscire per andare al lavoro.

Chissà, magari nel futuro si trasferirà qui da me, in Lombardia, e potremmo ricominciare ad essere figlia-mamma-amica-due cuori e una capanna, come eravamo un tempo.

Mamma, cosa ne dici? Si può fare? 🙂

Se fossi un uomo

Ogni tanto mi capita di pensarci: se fossi un uomo, cosa farei? Come mi comporterei? Quale strada avrebbe preso la mia vita? Domande assurde, certo, ma che luccicano nella mente di quando in quando.

mafaldaSe fossi un uomo, un giorno solo della mia vita da donna orgogliosa, detterei le mie regole personali e pretenderei che tutti le seguissero senza tante storie. Sarei un despota, insomma.

Se fossi un uomo, un solo, sfortunato giorno della mia vita da donna orgogliosa, metterei sempre davanti a tutto e a tutti il mio IO. Senza se e senza ma. Sarei, insomma, estremamente egoista ed egocentrico.

Se fossi un uomo chiederei, ad anni di distanza, dove sono i piatti, le posate, la tovaglia e qualsiasi altra cosa utile per preparare il tavolo. A pranzo e a cena. E, per una volta, mi sentirei rispondere “prova in bagno”. Risposta alla quale replicherei seccato con un “non fare la spiritosa”.

Se fossi un uomo, per un infausto gioco del destino, farei la pipì in piedi, assumendo una posizione mussoliniana, gambe aperte e pugni ben poggiati sul fianco. Magari anche fischiettando un’aria e compiacendomi della mia vista tazza dall’alto.

Se fossi un uomo, a seguito di un tremendo scherzo del fato, guiderei a velocità spropositata una macchinona (estensione della mia escrescenza), pensando di essere una moderna divinità dei cavalli (motore permettendo) e arriverei ad un pelo dal cofano delle macchine che mi precedono con piglio da condottiero d’altri tempi. Sbuffando e imprecando contro il malcapitato di turno.

Se fossi un uomo, per un giorno solo, entrerei nei locali e nei bar prima della donna di turno, lasciandole andare addosso la porta, da vero gentleman. E, al suo sguardo stupefatto ed evidentemente infastidito, replicherei con un “Che c’è? Avete voluto la parità dei sessi? Tenetevela”.

Se fossi un uomo, per 24 terribili ore, demanderei qualsiasi impegno famigliare e qualsiasi responsabilità per andare a bere una birra con gli amici. O per uscire a cena. O per andare a farmi un giro sui kart.

Se fossi un uomo, h24, al momento di vestire le bambine imprecherei contro chi ha inventato i body e le tute intere che, stolto/a, non ha messo le indicazioni su dove inserire le braccia e le gambe. E tutte quelle zip, poi, che cavolo le ha messe a fare?

Se fossi un uomo, al momento di una qualsiasi discussione, addurrei la prima scusa stupida che mi viene in mente e mi dileguerei, più veloce di una lepre.

Se fossi un uomo, avrei mille e più storie, e mi sentirei chiamare “grande” e non “facile”.

Se fossi un uomo, per un solo, lunghissimo giorno, pregherei il Signore di farmi tornare donna. Ché le soddisfazioni per il genere femminile sono tante. Perché il percorso compiuto per essere donna è difficile, duro e irto di ostacoli, ma vuoi mettere l’appagamento di poter dire “ho fatto tutto da me”, rispetto al “ho ciò che gli altri mi hanno dato, per diritto acquisito?”.

L’ufficio, questa seconda casa…

Poi ci penso e più me ne convinco: l’ufficio è, a tutti gli effetti, una seconda casa. Anzi, a volta è addirittura la prima abitazione, se si pensa a quanto tempo uno ci trascorre dentro. E ai tessuti sociali più o meno fitti che si intrecciano giorno dopo giorno. Ma ci sono uffici e uffici. Quelli dove preghi di non dover entrare (e tornare). Quelli che speri vengano spazzati via da un black-out o dalla piena del Po. E quelli dove, tutto sommato, non ti dispiace rientrare “any given day”. 

Ecco, io mi ritengo fortunata. Il mio attuale micro-cosmo appartiene all’ultima categoria. E, se è vero che non esiste il lavoro (né l’ufficio) perfetto, beh ci sono delle situazioni di confine che aiutano. Parecchio anche. 

È questa immagine ne è la prova. 

  

Perché parlare con gli sconosciuti è più facile

Ci avete fatto caso? Che sia sul treno, in metropolitana o in coda per pagare bollette e affini, spesso il contatto prolungato (e forzato), spinge le persone a parlare tra loro. E anche a raccontarsi, a volte. A me è successo spesso. Addirittura nei negozi. Illustri sconosciuti che mi hanno raccontato, di volta in volta, le loro peripezie sentimentali, famigliari, amicali. 

E io, riservata di natura, le prime volte rimanevo a bocca aperta come un pesce preso all’amo. Come può raccontarmi questa cosa così personale, così delicata? Poi, crescendo, ho capito perché. Lo sconosciuto ha il valore e il peso di un lampo: dura poco e non lo incontri più (forse). Non giudica. Non dà giudizi di valore. Non scruta, osserva. Annuisce e basta. A meno di non sollecitarlo apertamente ad una risposta. Cosa che, per altro, è meglio non fare. 

 Lo sconosciuto non fornisce consigli non richiesti e, mai e poi mai, richiede un’uguale e contraria attenzione. O quasi mai. Lo sconosciuto capita sulla tua strada per caso, soggiorna nel tuo spazio vitale per un tempo limitato, e poi se ne va. 

Ecco perché è facile aprirsi, con gli sconosciuti. A me personalmente è successo di ascoltare confessioni pericolose e imbarazzanti, salvo poi chiuderle nel cassetto delle memorie estranee. Se dovessi incontrare le stesse persone che con me si sono aperte, sono sicura che non le riconoscerei. Perché, in me, ha prevalso l’imbarazzo più che la curiosità. Ascoltavo, sì, ma senza fissare troppo. L’unica cosa che contava era l’incontro tra udito e parola. E la voglia che tutto finisse presto. 

Per rientrare nel mio piccolo carapace sicuro e tutto il mondo (estraneo) fuori. 

Adoro ascoltare, ma non le vicende private di perfetti sconosciuti. Perché in quei casi mi sento una voyeur senza tecnica nè esperienza. E non mi piace proprio.