12 confessioni “choc” di assistenti di volo

Mi imbatto per caso in un articolo pubblicato sull’India Times, uno dei quotidiani stranieri che leggo più di frequente. Mi soffermo sul titolo e mi dico che la lettura dovrebbe promettere bene. E infatti è proprio così. Se viaggiate spesso, come me, non procedete oltre, ché alcune cose che ho scritto potrebbero farvi passare la voglia di prendere l’aereo. Se invece decidete di continuare a leggere e magari di farvi anche quattro risate, scorrete il testo qui sotto. Io, personalmente, non credo a tutto quello che ho scritto. Vedete voi.

airplain1Prima, doverosa puntualizzazione da fare: i “segreti” raccontati in questo post sono stati postati su un sito (Reddit) in forma anonima, da assistenti di volo, ovviamente indiani. Assistenti di volo che, però, non hanno raccontato solo di compagnie aeree indiane, ma a livello internazionale. Che siano considerazioni vere, oppure no, poco importa. Prestate attenzione a ciò che vi circonda, nel vostro prossimo viaggio aereo.

  • Le cuffiette che vengono date non sono nuove, ma solo re-impacchettate. Sarebbe cosa buona e giusta che ogni passeggero si portasse le proprie da casa, per prevenire il rischio di infezioni alle orecchie. Secondo quanto raccontato da una hostess di volo, le cuffiette vengono semplicemente “ripulite” e richiuse nel cellophane, come se fossero nuove, ma in realtà non lo sono!
  • Bere il caffè in aereo? Meglio di no. Il caffè che si beve a bordo, inutile negarlo, non è propriamente quella che si può definire una pausa golosa. Il caffè fa obiettivamente schifo. E perché? Secondo un assistente di volo il sapore disgustoso è dovuto al fatto che nessuno lava il contenitore in cui il caffè viene versato e servito ogni mattina. Gli addetti alla pulizia dei contenitori sono pagati troppo poco e se ne fregano dell’igiene.
  • Usare il tavolino posto nel sedile di fronte è una cattiva idea. Ma sfortunatamente, è difficile da evitare. E qui, quattro risate me le sono fatte. Di gusto. Secondo la testimonianza, i tavolini vengono usati per cambiare i pannolini pieni di cacca dei bambini…va da sé che andrebbero igienizzati ad ogni cambio. Peccato che così non sia.
  • Ai piloti vengono serviti pasti differenti da quelli propinati ai comuni mortali. E fin qui, niente da dire. Se non fosse per la spiegazione di ciò: per prevenire il rischio di essere avvelenati…
  • I passeggeri su sedia a rotelle, spesso e volentieri, sono dei furbetti. Secondo quanto riportato, su una media di 10 passeggeri in carrozzina solo 1 è davvero disabile. Gli altri si fanno accompagnare dall’assistenza per salire prima a bordo ed evitare la coda all’imbarco.
  • Il bracciolo dei sedili lato corridoio si può alzare! Quante volte ho pensato che il fatto che rimanesse lì, come uno stoccafisso, bloccato, fosse una gran rottura di scatole. E invece no! Secondo quanto riportato da Reddit il bracciolo può essere sbloccato, come tutti gli altri, ma non viene detto. Chissà perché poi…
  • I cani sono letteralmente terrorizzati in volo. Meglio scrivere il nome sulla gabbietta. Se viaggiate con cani, meglio che sappiate che scrivere il loro nome sulla gabbietta può aiutarli ad affrontare il volo in modo più confortevole. Dato che la maggior parte di loro sono terrorizzati, gli assistenti di volo possono tranquillizzarli meglio chiamandoli per nome. Per contro, i gatti se ne fanno un baffo di decollo, atterraggio e crociera.
  • Ci sono migliaia di chilometri percorsi dall’aereo che non sono tracciati. Ed è questo il motivo per cui, alcune volte, gli aerei vengono persi dai radar e di loro non si sa più nulla. Quando si vola sugli oceani, solitamente, non ci sono sistemi che possano tracciare il percorso dell’aereo ed ecco come gli aerei scompaiono…
  • Agli aerei è consentito volare anche se mancano alcune cose. O se sono rotte. Di queste cose, che vengono chiamate Minimum Equipment List (MEL) non viene fatta menzione. L’assistente di volo dice solo che nonostante possa accadere che alcune siano rotte, le stesse non vengono sostituite e l’aereo effettua normalmente il volo. Spesso, però, viene usato per i voli diurni.
  • Il lucchetto al bagaglio imbarcato è pressoché inutile. Soprattutto per le valigie e i borsoni chiusi da una zip. Secondo quanto raccontato, si può tranquillamente aprire la zip con una penna, rovistare nel bagaglio e richiuderla con la medesima procedura, senza che alcuno se ne accorga.
  • L’utilizzo dei cellulari a bordo, durante il decollo e l’atterraggio non interferisce realmente con i segnali radio e la strumentazione di bordo. Questo è oramai quasi universalmente riconosciuto come il segreto di Pulcinella. Tutti ne sono a conoscenza, ma nessuno ne parla. Secondo lo steward che ha scritto questo post, non c’è una ragione reale per cui i passeggeri debbano spegnere i cellulari visto che le frequenze che vengono utilizzate dai dispositivi mobili non hanno alcun potere di interferire con quelle su cui “viaggia” la strumentazione di bordo.
  • Inutile mettere gli adesivi “fragile” su ciò che si spedisce. Secondo quanto raccontato, i pacchi fragili non vengono mai maneggiati con la dovuta cura. Il consiglio che viene dato ai passeggeri è di usare solo e sempre involucri molto resistenti (perché vengono comunque lanciati malamente, ma almeno ci sono più probabilità che il contenuto arrivi integro).

 

 

Se il papà guarda la partita, le ragazze si autogestiscono

Ieri sera Andrea, con voce soave e tono un filo strascicato, come quello che usa nei momenti in cui teme la mia reazione, mi dice “ehm…domani sera Andrea avrebbe organizzato una cena a casa sua. Pizza, niente di che. Perché sai, c’è la partita. Ci va anche Tommaso”. Occhi languidi e cerbiattosi, con ciglia quasi pittate di finto mascara che sbattono su e giù, flap flap flap.

colectividad-valemas2Io, per non rendergli le cose facili, taccio (cosa stranissima per una come me) e mi limito a guardarlo con l’occhiata alla “embè, quindi?”. Così lui, incalzato dal silenzio, prosegue tra un rivolo di sudore, un tossicchiare lieve e un tono flautato”andrei anche io. Se per te non è un problema! Cioè, voglio dire, pensi di farcela senza di me?”.

E qui, scatta la furia controllata della super-mamma che ogni santa sera dell’anno, che ci sia febbre o che stiano bene, che le Gem siano in vena oppure no, che piova, tiri vento o circoli un caldo infernale, prepara da mangiare per le ragazze, le piazza sui seggioloni, le imbocca, le intrattiene e nel frattempo fa pure due coccole al cane.

“Se ce la faccio, dici? Cioè, mi stai chiedendo se ce la faccio a fare, molto semplicemente, quello che faccio tutti i giorni? Beh, sì, direi che ce la posso fare!”. E lui, spiazzato per un attimo, mi guarda con un sorriso stiracchiato, anche un filo imbarazzato. Ridacchia e mi dice “eh già, vero”.

Come gestirò la cosa? Semplice: fino al momento del loro dopo cena, tutto sotto controllo, come al solito. Il problema, forse, si pone per la mia, di cena. Sì, perché come dei falchi predatori, le Gem sentono, fiutano, percepiscono l’attimo di debolezza, quell’istante in cui, essendoti tutto sommato trattenuta a pranzo, tra un’insalata sporca d’olio e una mezza porzione di primo sale, arrivata all’ora di cena lo stomaco brontola la Marcia Trionfale. L’unica cosa che vorresti fare è sederti con le gambe sotto il tavolo, di fronte ad un piatto di qualsiasi cosa che non sia erba scarsamente condita, e mangiare in pace. Sì, in pace. E invece no. Vieni assalita da due bocche urlanti che reclamano la loro razione di pane ad ogni piè sospinto. O che, nella peggiore delle ipotesi, infilano direttamente le mani nel tuo piatto, faticosamente conquistato, per infilarsi in bocca tutto quello che trovano, a quattro palmenti. Nemmeno fossero arabi nel periodo del Ramadan.

Quindi? Come si fa? Ma, niente. Mi sa che prenderò un trancio di pizza in panetteria. Facile, veloce, pratico. Da mangiare in un boccone, ma soprattutto prima che lo adocchino loro, che di pizza sono ghiotte.

Poi dopo, tutte nel letto insieme, a farci le coccole, a ridacchiare come sciocche e poi, speriamo, a dormire sogni d’oro.

 

Vorrei, eccome se vorrei!

Che cosa? Beh, semplice, essere una delle favolose, incredibili e super-fashion IT Blogger di Grazia.it!

Il sito lo navigo quasi tutti i giorni, fatta eccezione per i sabati e le domeniche, ma solo perché il mio secondo lavoro di mamma di due piccole pesti gemelle mi impedisce di ritagliarmi il tempo necessario per leggere con la necessaria cura gli articoli che più mi piacciono. La mia sezione preferita, manco a dirlo e chi mi conosce lo sa, è l’IT Lifestyle, sezione viaggi. E l’articolo che più mi ha dato la spinta motivazionale necessaria per provare a candidarmi è stato Consigli di viaggio: come far stare tutto in un bagaglio a mano.

Eh sì, perché nel mio piccolo, anche io viaggio. E parecchio. L’ultima avventura extra-europea mi ha portata in Kenya, una terra magica e bruciante, come il suo sole, come l’aria, come i colori della natura. Perché mi sono sentita ispirata da questo articolo? Semplice. Perché nella mia vita pre-gemellitudine, anche io avevo sviluppato l’incredibile e privilegiata capacità di infilare tutto il necessario nel semplice bagaglio a mano, con la bravura tipica di un prestigiatore con anni di esperienza pregressa.

Ecco, appunto, tutto ciò accadeva prima.

Nella mia vita post-gemellitudine, tutto è cambiato. Molto in meglio, per carità, molto altro, invece, in peggio. E quel peggio sta nell’aver perso completamente la capacità di discernere cosa è indispensabile e cosa, invece, può tranquillamente stare a casa. Il mio essere mamma, ora, mi condiziona anche quando lascio le piccole a casa e mi avventuro su e giù per i cieli. Anche se viaggio da sola, per lavoro, la mia valigia ormai ha preso la forma e le dimensioni di una piccola balenottera sul punto di scoppiare. Piena non solo di abiti, accessori, necessario per il make-up e per l’igiene personale. E no, sarebbe troppo semplice!

Ora, complice l’inevitabile ingresso a tutti gli effetti nella sfera delle “desperate-moms”, nella valigia, come nella borsa, ci infilo di tutto, comprese le salviettine igienizzanti, quelle per la prima pulizia di mani-viso-corpo, il kit del pronto soccorso (che non si sa mai), ciucci e porta-ciucci di riserva (deformazione professionale), un numero imprecisato di cambi di biancheria intima (e qui le spiegazioni potrebbero sprecarsi, ma vi risparmio) e qualche foto, che se mi prende la nostalgia di casa e delle bimbe, come faccio? Quelle su smartphone non sono mai abbastanza!

Ecco, l’ho fatto…e adesso…incrocio le dita!

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Oggi solo pensieri positivi

Quel lupacchiotto di Lincoln ne sapeva davvero una più del diavolo. Tant’è che, oggi, voglio darvi il buongiorno proprio con una sua massima, che a me è piaciuta subito, e tanto.

Optimism_aa“Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose hanno le spine, o gioire perché i cespugli spinosi hanno le rose.” (Abraham Lincoln). Beh, nella sua banalità, direi che rappresenta benissimo due scuole di pensiero opposte: quella dei negativi fino alla fine e quella dei positivi a oltranza, che spesso e volentieri vengono additati come scemotti. Bene, io mi trovo quasi sempre sull’orlo del baratro un pò per una e un pò per l’altra categoria. Ma oggi, complice il cielo blu, le temperature che sono risalite, la possibilità di mettere (speriamo) la parola fine all’incidente di settembre, mi sento di entrare di diritto nella categoria degli scemotti.

E allora, via libera ai pensieri positivi!

Oggi sento che il treno non solo sarà puntuale, ma arriverà anche con qualche minuto di anticipo.

Penso che oggi riceverò un messaggio da un’amica lontana, foriero di ottime notizie e stupende novità.

Nel pomeriggio, quando mi farò il caffè dopo pranzo alla macchinetta dell’ufficio, sono sicura che avrà un sapore degno di tale nome, invece che di brodaglia bruciata.

Uscendo per andare in stazione, guarderò il cielo, invece del cemento dei marciapiedi. Perché oggi, complici i pensieri positivi, non rischierò ad ogni passo di pestare deiezioni varie e maleodoranti. Almeno lo spero.

Questa sera, quando arriverò a casa, le Gem staranno giocando abbracciate, felici di essere in due, complici come solo due gemelle possono essere.

Tra le cena delle piccole e la nostra nessun call center mi chiamerà, perché tutti avranno magicamente perso il mio numero.

E infine, dopo cena, le bimbe si addormenteranno da sole e senza urla proferire, limitandosi a lanciarmi un bacio e abbracciandomi con un sorriso.

Va bene, ok, quest’ultimo più che un pensiero positivo sembra anche a me la richiesta di un miracolo. Ma perché no, a volte i miracoli si avverano.

 

27 gennaio, per non dimenticare, davvero

Il 27 gennaio è universalmente conosciuto come Giornata della Memoria. Un giorno in cui il mondo rimane col fiato sospeso, i volti si fanno tristi, le parole vengono sussurrate, i passi fatti paiono delle danze in punta di piedi. Perché la Giornata della Memoria è dedicata al ricordo di quello che la follia può fare, di quello che la mente umana può concepire, di ciò che il silenzio omertoso può provocare.

olocausto_ricordo_omosessualiPer me, il 27 gennaio deve essere un giorno di ricordo, in primis, delle vittime. Di tutte le vittime. Perché non ci siano più, mai più, morti di serie A e vittime di serie B. Morti che vengono giustamente ricordati, attraverso filmati, documentari, pubblicazioni, post su vari e svariati blog e siti. Attraverso immagini strazianti che nessuno dovrebbe rifiutarsi di guardare. Per riflettere, memorizzare, tentare di capire l’inconcepibile, per non rifare mai più errori simili. Legittimo e giusto. Tutto legittimo e giusto.

E allora io, il 27 gennaio, mi prenderò un pò di tempo per ricordare. Per ricordare le vittime, tutte le vittime, anche quelle quasi non riconosciute della follia nazista. Quelle vittime che non vengono mai citate o di cui, comunque, si parla così, en passant, di striscio. Quasi con il timore di fare qualcosa di sbagliato. Mentre invece, di sbagliato, c’è solo il non-ricordo o il ricordo parziale.

I triangoli rosa: gli omosessuali (anche) di razza ariana. Eh sì, perché i nazisti, nella loro follia, uccidevano anche gli appartenenti al loro stesso gruppo di appartenenza. Questa categoria, sebbene sia stata una delle più colpite dalla furia nazista, non dispone di numeri precisi sulle vittime che furono uccise barbaramente, in quegli stessi campi di sterminio che ospitarono altri caduti. Le stime parlano di un numero che varia da un minimo di 10.000 ad un massimo di 600.000 persone uccise. Poche se si pensa ad altri numeri ben più agghiaccianti, moltissime se si pensa che, in realtà, nessuno mai ci saprà dare un numero effettivo.

I triangoli marroni: gli zingari. I Rom e i Sinti vennero deportati, esattamente come altri, a partire dal 1940. Ma chi di voi lo sapeva? O, anche se la cosa era nota, chi sapeva che, nella mente malata dei nazisti, gli zingari erano considerati ancora meno di altri deportati e facevano una fine, se possibile, ancora più atroce? Qual è il numero finale (o una stima verosimile) di zingari uccisi, gassati, torturati dalle SS? Nessuno, e dico nessuno, lo sa.

I triangoli viola: i Testimoni di Geova. Chi di voi ha idea del fatto che i Testimoni di Geova furono tra i primi ad essere presti di mira dal governo nazionalsocialista? Chi sa che furono tra i primi ad essere deportati nei campi di concentramento? Qual era la loro colpa? I Testimoni di Geova rifiutavano di essere politicamente attivi, negavano la volontà di un loro coinvolgimento nella vita politica, non desideravano entrare a far parte dell’esercito tedesco e, soprattutto, rifiutavano di fare il saluto romano a Hitler o a chicchessia. Quanti di loro sono morti nei campi di sterminio? Nessuno, e dico nessuno, lo sa.

I Pentecostali. Deportati anche loro nei campi di sterminio, nessuno, e dico nessuno, sa quale sia il numero preciso di coloro i quali morirono nei lager. Erano considerati alla pari dei malati di mente e, per questo motivo, indegni di vivere.

Altre confessioni cristiane. Nel progetto delirante e folle di Hitler rientrano a pieno titolo anche i sacerdoti cattolici, i popi ortodossi, i pastori protestanti. Il campo di concentramento a loro riservato era quello di Dachau. Anche in questo caso, i numeri di coloro che persero la vita a seguito della deportazione sono ignoti.

Popoli slavi. Sconosciuto l’ammontare delle vittime per mano nazista di intellettuali, dissidenti, personaggi eminenti e semplici contadini di origine slava barbaramente trucidati, gassati, rinchiusi nei campi di concentramento, che trovarono la morte.

Aktion T4. Malati di mente, persone con disabilità motorie, persone con menomazioni fisiche. Anche, anzi soprattutto, tedeschi. Chi sa quanti di loro persero la vita per mano nazista?

I dissidenti tedeschi. Adolf Hitler non guardò mai e poi mai in faccia nessuno. Nel suo folle percorso incontro ad una grandezza mai raggiunta, eliminò anche, anzi soprattutto i dissidenti politici. Furono proprio loro i primi a diventare vittime poco illustri del campo di concentramento di Dachau. I dissidenti politici vi vennero rinchiusi già a partire dal 1933 e fino al 1944. Quanti morti, tra loro? Nessuno lo sa con certezza.

Le stelle gialle: gli ebrei. Prima rinchiusi nei ghetti, poi deportati, verso la morte, nei campi di concentramento disseminati tra la Germania e la Polonia. Quasi 6 milioni di vittime, tra donne, uomini, bambini. Intere famiglie sterminate, esistenze spezzate anzitempo e nel modo peggiore e più crudele possibile.

Il 27 gennaio, Giornata della Memoria, io spenderò alcuni minuti per ricordare le vittime, ma proprio tutte le vittime. Perché ogni morto, anche quello sconosciuto, che non viene mai chiamato per nome, deve poter avere, a mio parere, pari dignità e uguale considerazione. Per non dimenticare è necessario conoscere tutto. Ma proprio tutto.

 

 

La risposta è nelle stelle

Di solito, non appena vedo in libreria un volume nuovo dello scrittore americano Nicholas Sparks, cambio immediatamente direzione. Di questo autore ho letto, anni fa, Le parole che non ti ho detto, e mi è bastato. Non che scriva male, anzi. Considerando poi un dettaglio non trascurabile su quanto ha guadagnato in questi decenni dalla vendita dei suoi libri, direi che tutto sommato schifo non può fare. Sì, sì, la storia la conosco bene… de gustibus non est disputandum e tutte quelle cavolate lì. Ok, me ne faccio una ragione.

Nicholas SparksE allora, nonostante la prima impressione, che solitamente è quella più azzeccata, me l’avesse fatto inserire a pieno titolo negli autori più melensi e sdolcinati dell’ultimo secolo, quando mi hanno portato a casa il volume La risposta è nelle stelle ho pensato che no, non ce l’avrei fatta a leggerlo. Aprendo una piccola parentesi, il libro arrivò a casa mia perché la precedente proprietaria, una volta letto, lo avrebbe buttato perché non sapeva che farsene. E io, da amante convinta e anche un pò psicopaticamente attaccata alla carta stampata, non potei fare a meno di accoglierlo nella mia stracolma e quasi implodente libreria. Comunque, tornando a noi, dopo aver letto tutti, ma proprio tutti i volumi ancora in attesa di attenzione, decisi di cominciarlo, consapevole del fatto che, una volta iniziato, mai e poi mai avrei abbandonato la lettura a metà. Salvo conati di vomito improvvisi.

Beh, che dire, mi sono almeno parzialmente ricreduta. Certo, lo stile è sempre quello, la storia d’amore c’è, il lieto fine pure. Anche se, almeno per questa volta, il finale a tinte rosa è stato col botto. Una piacevole sorpresa. Le storie che si intrecciano sono quelle di Ira, un anziano, che ha un terribile incidente d’auto, Sophia, una tipica studentessa universitaria americana e poi lui, il bel tenebroso pieno di guai e problemi, ma dolce e capace di grandi gesti, Luke. Infine, il personaggio che più ho amato, quello che rivive nei ricordi di chi resta (Ira): la moglie defunta Ruth, che magicamente riprende per un breve periodo di tempo il suo posto di fianco al marito.

Nonostante i cuori, i fiori e le rose tipiche di questi romanzi romantici, questo tutto sommato non mi è dispiaciuto perché, oltre ai sentimenti, l’autore parla moltissimo di arte. Ed è stato soprattutto questo elemento a convincermi a terminare il libro e anche ad apprezzarlo.

 

 

Anche io vittima di bullismo

Ero alle elementari, ma la situazione si verificò anche prima, all’asilo. A quel tempo ero una bambina piuttosto timida, arrossivo per qualsiasi cosa lasciasse il tracciato sicuro che ero abituata a percorrere. Dal chiedere informazioni al pagare il pane in panetteria, dall’incontro con persone che non conoscevo ad altre banalità. Arrossivo sempre e comunque se apostrofata una volta di troppo. Era una sensazione davvero spiacevole: una sensazione di calore che si irradiava velocemente come un fuoco di lava, partendo dalle guance e risalendo verso le orecchie. Che prendevano fuoco al pari della faccia in meno di un secondo.

Bullismo-conseguenzeRiuscivo a stabilire rapporti di amicizia e di confidenza solo dopo lunghe ed attente analisi, dopo aver ben ponderato chi mi trovavo di fronte e aver deciso se mi poteva andare bene o meno. Aggiungete a ciò il fatto che portassi gli occhiali (che allora odiavo profondamente, mentre oggi non me ne può fregare di meno), che non fossi esattamente filiforme (ma nemmeno obesa, intendiamoci) e che fossi stata “baciata” dal passaggio dall’età fanciullesca alla condizione di “signorina” troppo presto ed ecco che la frittata era fatta. I bambini posso essere spietati. I bambini sanno essere cattivi e terribilmente diretti, senza filtri e senza un minimo di umana empatia. E’ normale, sono bambini. Non hanno ancora imparato l’arte della mediazione, né quella della normale decenza che dovrebbe regolare i rapporti con i propri simili. Ad ogni modo, tutto il periodo dalla prima alla quinta elementare, a fasi alterne, è stato costellato da eventi che hanno messo a dura prova la mia esistenza di bambina, ma che hanno anche forgiato ed indurito il mio carattere, portandolo piano piano ad essere quello che è oggi.

Nella mia classe c’erano due gruppetti: quello dei “popolari”, bambini e bambine che ad ogni pausa dalle lezioni si riunivano per giocare, chiacchierare, fare squadra, e quello degli “emarginati” composto, a turno, dai bambini e dalle bambine che venivano lasciati in disparte. Sempre per motivi diversi. Io entravo, a turno, in uno dei due gruppi. Non ero sempre “popolare”, ma nemmeno sempre “emarginata”. Dipendeva da come tirava il vento e da come i capetti di turno decidevano chi doveva stare in uno o nell’altro. E gli altri dietro, come pecore. I motivi per cui mi prendevano in giro, nel peggior modo possibile, con una crudeltà che spesso mi spingeva quasi sull’orlo delle lacrime (che però, per volontà e forza d’animo, di fronte a loro non ho mai versato) erano quelli sopra menzionati: gli occhiali, la mia condizione sconosciuta a tutte le mie compagne di classe e, in aggiunta, anche i miei berretti.

Ne avevo una vasta collezione: fatti in casa da mia nonna, acquistati da mia mamma, con pon-pon, di lana, colorati o a tinta unita. Li usavo, ahimè, perché soffrivo di mal d’orecchie e dunque era una conditio sine qua non il fatto di portarli, per non rischiare ogni inverno un’otite. Anche la mia corporatura robusta era tema di derisione. Ripeto, non ero obesa, ma il modo in cui mi sfottevano mi faceva sentire una balena spiaggiata lontana migliaia di chilometri dal posto naturale in cui doveva stare: il mare.

Non bastavano le prese in giro, già di per sé sfinenti, no. I miei compagni di classe, per meglio rimarcare, a periodi alterni, la mia condizione di “emarginata”, pensavano bene anche di non rivolgermi la parola, allontanarsi quando io mi avvicinavo per giocare, tirarmi addosso palline di carta appiccicosa durante le lezioni. Ridacchiando tra loro ed additandomi come se fossi un’appestata. Soffrivo per quei loro comportamenti e mi sentivo immancabilmente sola. Anche perché, anziché fare squadra con gli altri compagni tiranneggiati, ognuno pensava per sé. Ricordo ancora i mal di pancia, la sensazione di malessere, il desiderio di non tornarci, a scuola. Poi i periodi neri finivano, ricominciavo ad essere coinvolta, per poi rifare tutto daccapo, mese dopo mese, anno dopo anno.

Non ne ho mai parlato con i miei genitori, mi vergognavo troppo. Non ne ho mai parlato con le maestre, non se ne sarebbero curate. Possibile che, in 5 anni, non si siano mai accorte di quello che succedeva in classe? Possibile che non vedessero che, a momenti alterni, qualche alunno faceva la ricreazione da solo, senza giocare con nessuno, senza parlare, senza svagarsi?

Beh, quello che è capitato a me penso sia successo un pò a tutti. Non è paragonabile ai fenomeni di bullismo che accadono oggi, ben peggiori e ben più gravi. Certo è che a me è servito: a forgiare il mio carattere, ad insegnarmi ad essere più forte e a cavarmela da sola. Ma anche e soprattutto a non dare troppo peso agli idioti che ho incontrato e che incontrerò ancora sul mio cammino.

Il buon Dante, in fin dei conti, aveva ragione: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

 

Dove comprare (bene) online e risparmiare, per le baby

Con i figli, si sa, i soldi non bastano mai, o quasi. E allora, se alcune di voi devono fare tutto doppio, come nel mio caso, meglio ingegnarsi e cercare una soluzione pratica, veloce ed abbastanza economica per ovviare al problema della spesa doppia, in un colpo solo.

PanotalonciniCi sono un sacco di siti che promettono faville, scintille e meraviglie, ma non tutti, alla resa dei conti, offrono poi un servizio davvero di qualità. Tralasciando i siti dei marchi più noti (e più cari), che prendo in considerazione solo nel periodo dei saldi, uno di quelli con cui mi sono trovata meglio è quello del famoso brand francese Sergent Major che offre spesso sconti fino al 60% sulla collezione in corso (abiti selezionati, ovviamente). Per cui, se si ha un pò di pazienza e non c’è un bisogno impellente di comprare subito un capo, questo marchio lo consiglio vivamente. Io, lo scorso anno, ho ordinato online due completini, pantaloncini e magliette abbinate. Li ho pagati 60 €, spese di spedizione incluse. Che non è poco, considerando che la spedizione viene effettuata dalla casa madre in Francia. Siccome, poi, è uno dei miei marchi preferiti e non avendolo io a disposizione vicino casa (c’è un flagship store a Milano e uno al centro commerciale Le Gru di Grugliasco, vicino a Torino), la soluzione della spesa online è abbastanza imposta. Tenete d’occhio il sito, perché periodicamente lanciano dei forti sconti, anche fuori stagione dei saldi. Occhio però alle taglie: quelle francesi vestono praticamente sempre meno di quello che indicano. Quindi, a meno che non abbiate delle bimbe formato tascabile, meglio prendere una taglia (o due) in più rispetto a quella che vestono.

Cappellino+magliaAltro marchio che è meglio avvicinare durante il periodo dei saldi è Marèse, anche questo francese. Io lo adoro. Linee pulite, cotoni biologici e quel gusto retrò-charmant che profuma subito di Francia e di lavanda. In Italia, purtroppo, non ci sono più punti vendita perciò o acquistate in una delle boutique che trovate in Francia (io, per esempio, ho comprato in quella di Menton), oppure vi rassegnate e ordinate online. L’attenzione ai dettagli, la qualità dei tessuti e l’eleganza pulita dei capi proposti sono un must, almeno per quanto mi riguarda. I prezzi, alla fine, non sono poi così bassi, ma con i saldi si può risparmiare un buon 50%. Io ho comprato due magliette e due cappellini (uno di lana e un basco alla francese) e ho speso 70 €, spese di spedizione comprese.

felpaPassando ai brand italiani, uno dei marchi che preferisco è Il Gufo. Purtroppo, però, per avere degli sconti degni di questo nome bisogna praticamente aspettare che i saldi siano quasi finiti. All’inizio, infatti, applica uno sconto di appena il 30%. Che non è male in sé e per sé, ma se si pensa ai prezzi di partenza, lo si può definire uno sconticino, più che un reale ribasso. Se volete spendere poco, ma comprare capi di qualità, comodi e caldi, puntate sulle felpe più che sugli abitini (molto, ma molto più costosi). Io ho scelto, per questa collezione, due felpe, una grigia e l’altra gialla. Pagate entrambe 90 €, escluse le spese di spedizione. Non poco, è vero, ma le ho ordinate di una taglia in più rispetto a quella attuale. Così quest’anno fungeranno da abiti ampi e sportivi e l’anno prossimo, invece, svolgeranno la loro funzione originaria.

MonnalisaInfine, siccome le Gem ancora non sono pervase dal sacro fuoco dell’ultima moda, ho fatto un giro sul sito di Monnalisa, nella sezione outlet. Qui ho trovato capi della passata collezione (e chi se ne frega), scontati fino al 50%. Anche qui i prezzi di partenza non sono proprio economici, ma se teniamo presente la regola del “compro più grande, sfrutto anche il prossimo anno”, allora si possono fare degli ottimi affari. Non ho ancora ordinato niente, ma propenderei per questi abiti-felpa (che il prossimo anno potranno diventare felpa e basta). Il costo di entrambi, con le spese, è di 131,86 €. Bah, ci penserò!

Abituare le bambine alla lettura è cosa buona e giusta

L’importanza della lettura…potrebbe essere il titolo di un noiosissimo trattato di letteratura o peggio un volumone sul quale sbattere la testa, al pari delle versioni di latino di Tacito. Invece no, è solo il mio personalissimo pensiero. La carta che profuma ancora di inchiostro fresco di stampa, le pagine morbide e docili al tatto, la copertina, dalla quale partire per mille e ancora più viaggi della fantasia. E poi le storie, gli intrecci, l’immaginazione che galoppa libera. Tutto questo, ma anche molto altro, è la lettura. Almeno per me. Diciamo che, per quanto mi riguarda, col naso infilato in un buon libro riesco, per lo spazio di un capitolo o due, ad essere veramente me stessa. Libera di volare alto, altissimo, sopra la quotidianità e la banalità di ogni giorno.

E sono sicura che così è anche per tantissime di voi, care lettrici. Ed è per questo che vorrei che le Gem imparassero la bellezza pura e incondizionata di una storia sviscerata tra le pagine di un romanzo, di un racconto, anche di un fumetto, perché no. Ed è per questo che, non appena posso, regalo loro dei libri. E apprezzo moltissimo chi fa altrettanto. Saranno poi loro, da grandi, a decidere se la lettura sarà loro compagna di sogni oppure no. Ma un buon instradamento è, sicuramente, cosa buona e giusta. E allora, via libera ai libri, da quelli interattivi a quelli sonori, a quelli più semplici, dove è la voce della mamma a fare magie.

Se avete dei figli di età compresa tra i 2 anni e i 4 anni, vi consiglio di proporre loro questi.

LuponeAttenti, arriva Lupone! E’ un libricino cartonato che dovrebbe andare bene per chi, come le mie piccole pesti, mette in bocca tutto. Perché dovrebbe essere solido abbastanza da non farsi mangiare. In realtà, coi loro dentini affilati sono riuscite a smussare pregevolmente gli angoli e le pagine interne di questo libro, ma pazienza. La lettura è ancora più divertente grazie alle alette che vanno sollevate, alla scoperta di cosa si cela sotto. Stimola la curiosità e la voglia di scoprire cosa viene dopo.

la-macchina-nuova-libro-83518Peppa Pig e la macchina nuova. Di base non amo Peppa Pig, anzi la detesto cordialmente. Ma questo è il mio giudizio personale e a loro, ahimè, piace. Per cui mi adeguo. La macchina nuova è un simpatico libricino a forma di automobilina, con vere ruote. Appoggiandolo a terra lo si può far sfrecciare. Finché dura, ovvio. Visto che anche questo, come tutti gli altri, viene regolarmente addentato. Ah, il sapore della cultura! Impareggiabile direi! Comunque, narra di una gita che Peppa Pig fa insieme al fratellino George, alla mamma e al papà. E’ uno di quei libri per il quale la voce di chi legge fa la differenza, dovendola modulare su due maialini baby e due maiali adulti. Che, detta così, mi rendo conto suona davvero male, ma è la verità.

Chicchirichì, accarezza gli animali e ascolta i loro versi. Un bel libro sonoro e interattivo,Chicchirichì alla scoperta degli animali della fattoria. Accarezzando, di volta in volta, la pancia, la coda o le piume dell’animale di turno, questo emette il suo poderoso verso. Era uno dei miei preferiti. Era, appunto. Perché da che le Gem ci hanno messo le mani sopra, il libro è stato scisso in mille e più componenti disgregate. Rivelando all’occhio i suoi segreti di funzionamento. Adesso, più che un libro, sembra un triste ricordo dei bei tempi che furono, con fili penzoloni e maiali che anziché fare il loro verso muggiscono disperati. Che tristezza….

la-coccinella-libroLa coccinella. Ovvero, di come far scoprire ai più piccini i segreti del sottobosco. Libricino illustrato che presenta(va) gli insetti, dalla cimice al ragno, dalla zanzara alla bellissima regina, la Coccinella. Purtroppo, anche questo ha avuto una degna funzione funebre non più tardi di qualche giorno fa. Pagine divelte dalla loro sede, dorsetto smangiucchiato, copertina irriconoscibile. L’unica cosa che siamo riusciti a salvare dalla furia distruttiva simil-tarme è il CD allegato al libro. Ben nascosto nei ripiani alti della libreria. Quello lo faremo girare a tempo debito, quando le mascelle delle Gem avranno smesso i panni di furie devastatrici. Che sapete, il policarbonato non credo sia commestibile. Al pari della carta, certo, ma un filo più pericoloso.

Ce ne sarebbero altri che però, vista la situazione, restano confinati in zone sicure della casa e che le Gem vedono solo sotto stretta sorveglianza da parte di un adulto. Perché va bene tutto. Ok che i libri, secondo me, sono cibo per la mente, ma così si esagera un tantino.

18 gennaio 1979

Ed eccolo qui, il giorno che ogni anno attendo con trepidazione. Il giorno degli auguri e dei festeggiamenti. Il giorno dei sorrisi e  dei ricordi. Il giorno delle telefonate e dei messaggi. E, un tempo, il giorno della valanga di regali di ogni colore, foggia, tipo. Quest’ultima parte, da che ci sono le bambine, è passata in cavalleria. Ma non mi importa. Resta comunque un giorno in cui, grazie al pensiero di tanti, di moltissimi amici e conoscenti, mi sento davvero pensata ed importante. Non che sia di fondamentale importanza, ricevere auguri, ma di certo aiuta. Soprattutto oggi, che il tempo passa dai 36 ai 37. Un bel traguardo, non c’è che dire. Un quasi arrivo alla boa successiva, quella dei 40, che un pò mi spaventa e un pò mi mette addosso quella frenesia tipica dei grandi nuovi inizi che sai che, prima o poi, raggiungerai.

io e mamma

Io e mamma, tanto, tantissimo tempo fa!

Mi sono sempre ricordata le parole esatte che mi ripeteva mio papà ogni anno, parlando del giorno della mia nascita e proprio oggi, invece, non me le ricordo più. Sarà l’età? Ad ogni buon conto, il succo del discorso era che il 18 gennaio del 1979 era un giorno freddo, con le strade ghiacciate, la neve che aveva fatto imponente capolino anche a bassa quota. Mia mamma, a pranzo da mia nonna Pina, era in procinto di mangiare un bel fritto misto alla piemontese quando io, impaziente di conoscere questo nostro sporco mondo, decisi che di stare al calduccio ne avevo abbastanza. E così ruppi le acque. La corsa frenetica al Sant’Anna di Torino, il cesareo ed io, che quel lontano giovedì 18 gennaio 1979, vidi la luce alle 15.05, per 2.650 kg di peso e una lunghezza di 45 centimetri. Mamma confermi? Le rotelle del cervello girano all’impazzata per rievocare tutti i dati, ma non sono sicura che girino nel verso giusto. Comunque, poco importa. Mio papà, che era a Rimini per lavoro (mi pare, ma posso sbagliarmi), di gran carriera prese la macchina e si lanciò a tutta velocità dalla sue donne. I suoi “due cuori e una capanna”, come ci chiamava scherzosamente.

E oggi, che è un giorno di festa (per me, ovvio), vorrei che la mia wish-list non fosse così impossibile da realizzare. Vorrei una macchina del tempo, per tornare indietro al momento in cui, dopo la nascita, mia mamma e mio papà mi hanno abbracciata per la prima volta. Sarebbe il regalo più bello.

Vorrei il teletrasporto per andare da mia mamma, anche solo mezz’oretta, per abbracciarla forte, dirle quanto le voglio bene, ringraziarla per tutto quello che ha sempre fatto per me e cullarla, come lei ha fatto con me quand’ero piccola, perché scivoli in un sonno sereno, senza sogni e senza dolore.

Vorrei che i miei cari che non ci sono più si palesassero a me, anche solo per un secondo, per dirmi semplicemente tanti auguri, noi ci siamo.

Vorrei che le bambine cominciassero a dormire, proprio questa notte, in una tirata unica, da sole, nei loro lettini.

Vorrei che chi sai tu, caro Dio, si rimettesse in forze e guarisse.

E poi, banalmente parlando, vorrei che il cellulare la smettesse di funzionare a singhiozzo, quando ha voglia, perché se continua così, è avvisato, lo cambio!

Basta così. La mia wish-list, per oggi, è terminata. Buon compleanno a me!