La neve! Ohhhhhh!

Quando le bimbe fanno Ohhhh, che meraviglia, che meraviglia! Non me ne voglia Povia se riprendo parte della sua fortunata canzone, ma l’onomatopea rispecchia perfettamente il mood di Ludovica e Veronica quando, questo weekend, in terra Sabauda, hanno visto per la prima volta, e coscienziosamente, la neve. L’avevano già adocchiata l’anno scorso, ma erano troppo piccole per capire cosa fosse. Questo weekend, invece, a Bra è finalmente nevicato. Una nevicata morbida, gioiosa e dolce, che ha imbiancato i tetti, sporcato le strade, attutito i rumori. Mi piace quella sensazione di tempo sospeso, dove tutto perde di tangibilità per far spazio alla sacralità del silenzio. Ha cominciato a scendere nel tardo pomeriggio: fiocchi misti ad acqua che battevano sui vetri, come piccoli sassolini.

zizzolaHo caricato le bambine in auto e via, per un giro esplorativo. E da lì è partito il coretto. Ohhhh! Ahhhhhh! Occhietti sgranati, sorrisoni enormi, manine in movimento perpetuo, per un applauso alla neve. Le testoline ricciolute che si muovevano senza requie a destra e a sinistra. Ho pensato “com’è bello lasciarsi ammaliare da così poco e trovare un motivo di gioia anche in un evento così normale come una nevicata”. Le bambine vivono tutto al massimo. Ogni scoperta è magia pura, ogni novità è il coniglio che esce dal cilindro. Ad un semaforo rosso, con la fila di auto infinita che mi precedeva, ho cercato di pulire il mio passato dalle esperienze già fatte e di guardare al di fuori della macchina con i loro occhi. Inutile dire che non ci sono riuscita. Mi sono però deliziata con gli urletti continui che facevano e per come indicavano, ridevano, la meraviglia trattenuta a stento. “Ragazze, è la neve! Che bella!”. “Ne-ve, ne-ve”, mi risponde Veronica. “Be-be”, risponde Ludovica. Sì, bravissime! La neve!

La domenica mattina, poi, con tutto imbiancato e ovattato, lo spettacolo ha allietato ancora le Gem, che hanno apprezzato moltissimo questa nuova esperienza. Ne-ve, ne-ve. Be-be! Sì, piccoli cuori, la neve! Speriamo che possiate rivederla presto.

Cuor di Pelo

Mi sono imbattuta in Alessandro per caso, su Facebook. Due anni fa circa, un gruppo che seguivo ha cambiato nome e da XX (non ricordo più nemmeno la denominazione esatta) è diventato Cuor di Pelo. E da semplice gruppo è diventata un’Associazione a tutti gli effetti. Un’Associazione che aiuta i nostri amici pelosi bisognosi. Come ce ne sono tante. E no, invece così non è. Sì, certo, le azioni e le iniziative assomigliano molto a quelle portate avanti da tanti altri gruppi simili. Ma qui, il clima, la gestione, la passione e l’amicizia che si respirano non sono per nulla paragonabili ad altri. Il Presidente Alessandro ci mette l’anima, tutto il suo tempo disponibile e una empatia e sensibilità davvero fuori dal comune. Alessandro è una persona meravigliosa: dolce, gentile, educato, equilibrato. E’ una persona che adoro leggere. E’ un Presidente come pochi. Un Presidente che organizza eventi in ogni regione d’Italia, un Presidente che dà cuore e anima per i cani, un Presidente che invita i propri iscritti e associati a cena.

Logo associazioneOgni volta che arriva un appello per un cane maltrattato, tenuto alla catena, talvolta abusato, infelice e sfortunato, lo immagino mentre china il capo, sconsolato, probabilmente così provato e così emozionato che trattiene a stento le lacrime. E subito si adopera per recuperarlo, curarlo se necessario, trovargli una casa calda ed accogliente e un divano che gli dia il benvenuto nella sua nuova vita. Ci mette una passione che non pensavo fosse umana. Un saggio disse “Fa un lavoro che ti piace e non dovrai lavorare un solo giorno nella tua vita”. Ecco, sebbene Alessandro abbia un lavoro, come la maggior parte di noi, sono sicura che il suo impegno per l’Associazione, benché comporti sforzi e fatica e scoramento (a volte), per lui sia un’attività che mai lascerebbe. Mai e poi mai rinuncerebbe ad uno degli scopi della sua vita: aiutare i pelosi in difficoltà. Può sembrare una sviolinata, un post di mera e bieca captatio benevolentiae. Non lo è. A che pro, poi?

Voglio solo raccontare una storia positiva, una storia di amicizia e di aiuto, la storia di un gruppo in cui ho trovato degli amici spesso più veri di altri che consideravo tali. Amici lontani, che vedo pochissime volte all’anno, ma con cui sono in contatto quotidianamente. Che mi sostengono, che sostengo, quando posso, con cui rido, scherzo, mi indigno, gioisco o cedo allo sconforto, a volte. Amici che fanno tutto e il contrario di tutto rispetto a quello che faccio io. Con vite molto diverse dalla mia, ma nelle quali, chissà perché, riesco a rispecchiarmi.

Questo Gruppo è un bel gruppo. Perché, persone a parte, qui trovo rispetto e comprensione. Quelle vere. Grazie anche, e soprattutto, al mediatore d’eccezione: Alessandro.

Perciò, se anche voi amate i cani, vi consiglio di fare un giro sulla pagina FB ufficiale che trovate qui. E poi, magari, dopo esservi anche voi “innamorati” di Alessandro e dell’atmosfera del gruppo, deciderete di associarvi e di diventare parte della piccola, grande famiglia di Cuor di Pelowww.cuordipelo.it

 

 

 

 

 

Novità da Parigi

Sette, otto volte. Non ricordo più quante incursioni ho fatto a Parigi da che viaggio. Tutti a chiedermi “ma non ti sei ancora stufata di Parigi?”. No, mai. E come potrei? Con quell’aria bohemienne, l’eleganza austera, la magia della Senna e le bellezze architettoniche ovunque si vada, come potrei stancarmi di questa metropoli affascinante e bellissima? E poi, come diceva il grande Jules Renard “aggiungete poche lettere a Paris, e diventerà paradise”. Oui, c’est vrai.

9HOTEL_REPUBLIQUE_FACADE2Non so quando ci tornerò, ma so per certo dove cercherò di prenotare: al 9Hotel Republique 4*, un indirizzo chic e di design appena aperto nel cuore di Parigi. Il terzo della collezione 9Hotel Collection. Sito nel 10° arrondissement, a pochi passi dal caos vivace di Place de la République, l’hotel trova sede in un pregevole palazzo risalente al 1846 (in cui già si trovava un hotel) e conta appena 48 camere. Poche, se si pensa ai grandi alberghi disseminati ovunque nella capitale francese. La facciata, in tipico stile Haussmann, è stata restaurata, ma mantenuta nella sua bellezza originaria. Il carattere forte e contemporaneo dei suoi interni e i colori tenuti e sobri lo rendono un indirizzo elegante e di atmosfera. Le camere sono stilose e curate, ma senza eccedere. Il fil rouge che si snoda per tutta la struttura è la sobrietà. Proprio come piace a me. I colori sono caldi, ma non invasivi, il parquet nelle stanze, gli arredi minimal e la musica soft che accompagna nel passaggio dalle aree comuni alla privacy della propria stanza sono un tocco di classe in più. Che non guasta. E poi, va anche considerata la collocazione strategica: da qui si può partire per un assaggio delle boutique di design che abbracciano l’hotel, i bar alla moda, i ristoranti gourmand, la vivacità del quartiere. A breve distanza, inoltre, si trovano il Marais e i grandi boulevard, nei quali lanciarsi in sessioni di shopping, incursioni culturali nei musei, ma anche in simpatiche avventure notturne, in uno degli innumerevoli locali della zona.

E, cosa di importanza fondamentale, i costi delle camere sono assolutamente ragionevoli: la camera classica doppia costa a partire da 109 €, la singola da 89 €, la camera executive, ideale per famiglie con bambini, parte da appena 179 €. Prezzi di tutto rispetto, se si considera la posizione dell’hotel e i servizi che offre. Unica pecca (ma come per tutti gli hotel in Francia) la colazione, che non è compresa nel costo della camera. Se volete farla in hotel il costo a persona è di 15 €. In alternativa, uscite e recatevi in uno dei tanti bistrò della zona. Ne potrete trovare a decine in Rue Oberkampf, a due passi dall’hotel.

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Dove lo trovate? L’indirizzo dell’hotel è 7 – 9 Rue Pierre Chausson

Il sito, invece, è questo: 9HOTEL REPUBLIQUE

 

 

 

Le bambine e il no

No! Non toccare. No! Non si fa! Dito indice che sventola a destra e a sinistra. Faccia accigliata, sguardo serio, tono di voce stentoreo. Ludovica e Veronica sono entrate a pieno titolo nella fase del “faccio come voglio io, non mi importa se me lo vieti”. Toccano qualsiasi cosa, infilano le dita dappertutto, comprese le prese elettriche, mettono in bocca Una-bambina-viene-sgridata-250x165qualsiasi oggetto si trovi sulla loro strada. Ok, i bambini scoprono il mondo così, gustandoselo. Ok, si fanno gli anticorpi. Ok, bisogna lasciare che si sporchino. D’accordo su (quasi) tutto. Ma quando le scopri ad azzannare i tuoi amati libri, da quelli dell’Università ai romanzi, quando le becchi a tentare di mettersi in bocca le scarpe che hai accuratamente tentato di nascondere sotto il letto, quando le trovi impegnate nel tentativo di addentare l’osso del cane, che fai? Lasci che sia? Lasci correre? No, in qualche modo le cose vanno raddrizzate. E allora sfoderi il tuo miglior cipiglio generalesco. Posizione d’attacco, mani sui fianchi, faccia corrucciata. E pronunci quel NO. Forte e chiaro. Che dovrebbe fungere da immediato deterrente. E che invece viene solo ripetuto a pappagallo, con un sorrisetto furbo sulla faccia. Mentre le piccole pesti vanno avanti a fare quello che vogliono. Ti sfidano. O così mi pare.

Scatta il rimprovero aspro. Scatta la “punizione”. E parte il coro di pianti. Veronica, più stoica e forse anche più menefreghista, si offende, sì, ma non piange. Ulula per un tempo limitato, per poi riprendere a fare quello che vuole. Ludovica, invece, un pochino più sensibile ai richiami, piega gli angoli della bocca all’ingiù, trattiene il fiato, qualche gocciolona comincia a scenderle dagli occhi e ti punta il dito indice contro, sibilando un “uhhhhhhhh”. Per poi cercare conforto nelle braccia della nonna o del papà, a seconda di chi si trova più vicino rispetto a chi l’ha rimproverata. A cercare protezione e sicurezza. Guardandoti come se fossi un orco cattivo. E il suo pianto va avanti un bel pò. Infarcito di acuti e di tirate su di naso. Come si fa a far comprendere che il NO è un no per davvero e non uno scherzo? Ricordo quando mia mamma mi diceva che è molto più semplice dire di SI ai bambini. Il sì non necessita di spiegazioni, risolve tutto in un lampo e dà meno problemi. Il NO, invece, deve essere motivato. Deve essere spiegato. Non puoi dire no e basta. Ci deve essere un fondamento alla base per cui vieti alle piccole qualcosa. Ora è ancora abbastanza prematuro tentare di spiegare perché si dice no a qualcosa. I motivi sono tanti. Ma non sono sicura che comprendano già i pericoli, le conseguenze delle loro azioni. Ad ogni modo, per quanto sia difficile (e lo è davvero), per quanto mi dispiaccia vederle piangere, per quanto sia duro e complicato rimanere sulla propria posizione (una volta detto no, deve rimanere un no, non trasformarsi in sì), preferisco continuare a seguire questo percorso. Lungo, difficile, complicato, ma che sicuramente (almeno spero), porterà a risultati positivi.

Certo è che, a volte, mi fermo e penso che a loro modo le Gem tentino di farmi vedere il mondo come lo vedono loro: come un immenso contenitore da svuotare, passare al setaccio, studiare e poi riporre. Un contenitore che esplorano giorno dopo giorno, provando, assaggiando, cadendo e rialzandosi. Io dovrei solo essere lì di fianco a loro, guidandole, rassicurandole, facendole rialzare. Perché, in fin dei conti, è vero: I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta.
(Antoine de Saint-Exupéry)

Mal d’Africa…

Ve l’avevo già detto, appena arrivata in Kenya ho capito cosa significasse quell’espressione inizialmente vuota e prima di significato: Mal d’Africa. I panorami, i profumi, i colori, gli odori e gli spazi sconfinati sono entrati a gamba tesa nei miei ricordi immediati e futuri, per non lasciarli più. Così, quando mi hanno proposto un’altra incursione in Kenya, sulla costa, non ho potuto che gioirne. Sì, proprio così. Gioia allo stato puro.

Watamu_EVWatamuBeach22_TMosconiIl prossimo marzo, se tutto andrà come deve andare, partirò alla volta della costa del Kenya. Un viaggio di 8 giorni alla scoperta di località famose in tutto il mondo: Watamu, Malindi e il Parco Nazionale dello Tsavo (est). Il programma di viaggio è ancora abbastanza nebuloso. So solo che saremo ospitati in resort a conduzione italiana, che digradano dolcemente sulla spiaggia, che visiteremo (forse) centri di preservazione ambientale e animale e parchi marini. Un Kenya diverso, dunque, da quello che ho avuto modo di assaporare nella mia prima visita. Un Kenya lontano dai parchi nazionali del nord. Lontano, sì, ma pur sempre Kenya. E allora, come da mia abitudine, sono andata a visitare i siti delle strutture, ho cercato immagini, ho letto recensioni.

Non voglio partire con idee proposte da altri. Le sensazioni che vivrò dovranno essere solo ed unicamente mie. Ma certo è che gli innumerevoli commenti positivi non hanno fatto altro che galvanizzarmi ulteriormente. E, con la mente che vola, ho cominciato ad immaginarmi sulle spiagge di finissima sabbia bianca, a camminare lungo una costa dal mare cristallino, temperature estive che accarezzano quattr’ossa intirizzite dal freddo dell’inverno (che per fortuna per altro è stato mite, quest’anno). E poi le ville, sospese tra la vegetazione lussureggiante e il turchese dell’acqua, il bianco abbacinante degli arredi, le zanzariere a protezione del letto, il suono della risacca.

Niente da dire: le immagini sono molto più evocative delle parole. Soprattutto su una mente come la mia, allenata da anni ormai a sognare, a evocare, a vivere realtà parallele. Non vedo l’ora di partire. Non vedo l’ora di rimettere piede sul suolo africano, nell’Africa vera, in Kenya. Di essere accolta da sorrisi smaglianti su visi scuri, di sentire le risate dei bambini, spontanee e rassicuranti. Di assaporare i piatti di questa magnifica terra. E anche, ovviamente, di ritornare ancora a casa, ulteriormente arricchita da un’esperienza di viaggio.

Kenya, arrivo!

Lettera aperta da una mamma

Mi scrive Roberta. Una mail privata, traboccante di indignazione e di fastidio. “Sono alla 24^ settimana, una gravidanza monocoriale-biamniotica. Finora tutto bene, se non fosse per il clima in casa. Non ho un aiuto nei compiti domestici, i miei genitori latitano, i miei suoceri pure, devo fare tutto da sola. Il mio compagno fa un lavoro di scrivania, ma quando rientra a casa la sera sembra che abbia trascorso la giornata a spostare montagne. E io sono stanca, ho il reflusso, dormo male, le gambe sono gonfie, ho la nausea che mi accompagna giorno dopo giorno. Sto male al mattino, dopo pranzo, alla sera. Come devo fare?”.

Piedi-pancia-2-gemelli-fratelli-MaglietteCara Roberta, prima di tutto, calma! Calma gli animi e prendi un bel respiro. Per le faccende domestiche, fatti aiutare da qualcuno. Una gravidanza come la nostra è sempre a rischio. Non puoi permetterti di mettere a repentaglio i tuoi bambini per una lustrata di pavimenti in più. Prendi qualcuno che lo faccia per te. Farai più sacrifici in termini di soldi, ma per lo meno sarai sicura di aver protetto come si deve le piccole creaturine che dici di “non veder l’ora di abbracciare”. Se finora i dati dei flussi e delle crescite dei piccoli sono nella norma, ritieniti fortunata. La nostra gravidanza nasconde, insieme a tante gioie ed emozioni, anche tante insidie nascoste, che si palesano all’improvviso e che noi possiamo fare ben poco per evitare. Stai a riposo. Se la casa non brilla come uno specchio, se in qualche angolo riposa sonnacchioso un ragnetto, se per terra trovi ogni tanto dei gomitolini di polvere, capisco che possa darti fastidio. Ma ora il tuo compito, permettimi di dirtelo, è un altro! Ora devi pensare solo ed esclusivamente ai due cuoricini che battono dentro di te. Ora devi trasmettere loro tutta la tranquillità, la serenità e la gioia che meritano. E te lo dice una che, dall’alto della sua esperienza, ha sempre fatto tutto il contrario di quello che ti suggerisce. E che se potesse tornare indietro, a Ludovica e Veronica passerebbe delle emozioni diametralmente opposte rispetto a quelle che ha vissuto sin dalla 20^ settimana.

I tuoi non ti aiutano? I tuoi suoceri si sono dati alla macchia? Goditi i momenti di solitudine, perché dopo non sarai più sola. Mai. Avrai sempre bisogno di qualcuno che ti dia una mano. Avrai sempre bisogno di qualcuno cui affibbiare i piccoli per avere un attimo di pace. Vorrai sempre avere qualcuno cui lasciare le piccole pesti urlanti, anche solo per mezz’ora, per poterti sentire di nuovo donna, oltre che mamma. Lascia che i tuoi genitori e i tuoi suoceri si godano questo periodo di latitanza. Dopo, complici i bambini e le mille cose da fare, si sentiranno compresi in un’impresa più grande di loro. Più grande di tutti.

Per quanto riguarda tuo marito, cara Roberta, la battaglia contro l’uomo che torna a casa stanco è una battaglia persa. Non scontrarti con lui. Non servirebbe a nulla, solo ad esacerbare gli animi. In fin dei conti, brutto a dirsi, ma vero, tutta la fatica ricade necessariamente su di te. Le tue gambe gonfie, la nausea costante, l’acidità di stomaco, le notti insonni. Sei tu che stai accompagnando queste due splendide creature nel loro nuovo mondo. Non lui. E pensa, quando sei presa dallo sconforto, che se i figli li dovessero partorire gli uomini il mondo sarebbe abitato da un quarto degli attuali abitanti. C’è un motivo se Dio ha dato questa fortuna alla donna! L’uomo si farebbe ricoverare al primo conato. E probabilmente siglerebbe immediatamente un testamento con le sue ultime volontà.

Tieni duro, cara Roberta. Il percorso è lungo, faticoso, stancante e, a tratti, deprimente. Ma la gioia che ti aspetta è dietro l’angolo. Ed è davvero infinita. In bocca al lupo!

Chiacchierata con una musulmana

Sembra scontato, ma non lo è. Sedersi un attimo, con la mente libera da qualsiasi altro pensiero, e dare libero spazio all’ascolto. In questi giorni di BIT, complice la mia innata curiosità per qualsiasi cultura altra dalla mia, la disponibilità di una donna molto gentile e il terreno “neutro” della lingua inglese, internazionale, estranea a me e a lei, ma capace di unire comunque due mondi diversi, ho fatto un pò di chiarezza nella mia conoscenza approssimativa dell’Islam.

god_is_too_big_to_fit_into_just_one_religionNon ricordo bene come siamo finite a parlarne, so solo che dopo la sensazione di pace e di tranquillità che mi ha pervasa mi ha lasciato un ricordo dolcissimo. Shazallina è una donna malese, chiaramente musulmana. Lo si capisce evidentemente dal velo che porta, sempre e comunque, a copertura del capo. Solo il capo, sia chiaro. Il viso è scoperto. Ed è un visto tondo, dolce, con un sorriso che si apre come un abbraccio. Ritrosa all’inizio, Shazallina si apre a poco a poco, come un fiore dopo una pioggia di primavera. La sua parlata è tipica degli asiatici, le consonanti sono arrotondate, le vocali sono armoniose. D’istinto, dopo aver parlato di lavoro, le chiedo della sua religione. E cosa ne pensa dell’ISIS. Vedo che il suo sguardo si incupisce appena quando nomino lo Stato Islamico. “Non c’entra niente con noi. Nel Corano non è scritto da alcuna parte che gli infedeli devono essere uccisi. L’Islam è una religione di pace e di amore. Di fratellanza e di unione”. Tutte cose che, dentro di me, sapevo già. Ma che avevo dimenticato. Complici gli orrori che accadono quasi quotidianamente e che vengono riportati a ritmi martellanti dai media. Che, invece di informare, svolgono la funzione, a mio parere, di sostenitori di barbari senza gloria.

Discutiamo di tante cose, io e Shazallina: delle differenze tra la mia e la sua religione, dei principi fondamentali alla base dei nostri credo, della condizione della donna, di libertà di pensiero e di culto. Lei è curiosa di capire il Mistero della Trinità. E qui, nonostante anni e anni a parlare inglese, la mia tracotanza vacilla. E’ difficile spiegarlo in italiano, figuriamoci in un altro idioma! Ma ci provo lo stesso. E, dai suoi occhi, capisco che non ho fugato tutti i suoi dubbi (ne ho tanti anch’io, nonostante tutto), ma che ha compreso il messaggio d’amore che sta alla base della religione Cristiana. Lei mi parla dei pellegrinaggi alla Mecca, della necessità di seguire il Ramadan coscienziosamente, dell’assioma che ne sta alla base, di Gesù e di Maometto. E mi dice che l’Islam crede nell’Antico Testamento, ma non nel Nuovo. Che per loro il Nuovo Testamento, scritto dagli uomini, non può essere considerato parola di Dio. Mi chiede anche di Gesù e di come Dio possa aver avuto un figlio, visto che è pura essenza. Mi domanda della Madonna, del battesimo e di mille altre cose. Spero di essere stata all’altezza.

E’ una discussione pacata, avvincente e molto, molto istruttiva. Nessun tono sopra le righe, nessuna rivendicazione. Entrambe, parlando, sappiamo che l’unica cosa importante è ridurre le distanze tra me e lei, tra una religione e l’altra, per meglio comprenderci e per vivere in armonia, senza rivendicazioni né tentativi di convertire alcuno.

“Io ho la mia fede, tu hai la tua. Io ti rispetto e tu rispetti me. E’ così semplice, in fin dei conti” mi dice alla fine della nostra chiacchierata. Sì, è così semplice. Chissà perché le soluzioni più semplici sono anche, spesso, quelle meno battute.

Le bambine mordono! Perché? Il parere dell’esperta

La prima volta è stato uno choc. Stavamo giocando e Veronica mi ha assestato un poderoso morso sulla coscia. Un dolore che non sto a descrivermi, potete ben immaginarlo. Due file di dentini acuminati che si piantano nella carne, senza preavviso, lasciando un solco ben visibile anche attraverso la stoffa. L’ho subito sgridata con fermezza. La seconda volta è stato il turno di Ludovica, che ha pensato bene di addentare la spalla. Ok, ho pensato, c’è qualcosa che non va. Ho cominciato a pormi mille domande e a cercare una risposta univoca. Siccome, però, questa è la mia prima esperienza da mamma, benché doppia, non sapendo trovare un filo logico al loro comportamento, ho deciso di intervistare un’esperta in materia e di sottoporre a lei tutte le domande che sono fiorite nella mia testa.

foto-bimbo-morsica3-14404_238x196Ha risposto la Dottoressa Elena Laura Tibiletti, laureata in Scienze dell’Educazione, un master in Pedagogia Clinica, attualmente coordinatrice di un asilo nido e socia amministratrice della cooperativa Avalon, oltre che Pedagogista Clinica presso lo Studio Clinico Il Fiore di Manipura.

Parliamo dei morsi

Fin da quando è nel pancione, uno degli organi più usati dal bambino è la bocca. Oltre a nutrirsi, il bambino morde per scoprire quello che lo circonda, mentre già dai sei-otto mesi di vita, porta tutto alla bocca per scoprire gli oggetti e riconoscerne forma, sapore e odore. Con il passare del tempo, i bambini possono mordere quando vivono una situazione spiacevole, ma bisogna ricordare che il controllo del loro corpo migliora parallelamente allo sviluppo del sistema nervoso e che quindi anche una carezza mal calibrata può diventare una sberla, pur se l’intenzione era completamente diversa. La reazione degli adulti a queste situazioni può determinarne l’incoraggiamento o lo scoraggiamento dei comportamenti. Verso l’anno di età, il grado d’intenzionalità aumenta. Il piccolo incomincia a capire che mordicchiando riesce ad attirare la simpatia di mamma e papà; crescendo può utilizzare il morso per attirare l’attenzione degli altri su di sé.

Mordere vuol dire comunicare

In questo caso dunque la sfida educativa è quella di trasmettere dei modelli di comunicazione che sono socialmente accettabili, permettendo però al bambino di esprimere le difficoltà o i sentimenti. In caso contrario, il livello d’intenzionalità aumenta. Verso i due-tre anni, il gesto di mordere diventa un modo deliberato per esprimere i propri sentimenti, come la rabbia, per intimidire i coetanei o anche solo per esternare gioia e piacere. In tutti questi casi si tratta di forti emozioni difficili da controllare per un bimbo piccolo. Ricordiamo che anche un bacio impetuoso può diventare un morso. Quel che c’è da sottolineare, però, è che il morso è un gesto poco accettato nell’ambiente e il bambino che lo procura viene spesso isolato. E’ importante ricordare che l’aggressività è innata nell’essere umano, e poco dopo l’anno , l’ancora recente abbandono delle pappe e il progressivo svezzamento a cibi solidi ha incoraggiato, nel bimbo, l’uso dei denti e dei morsi.

E se lodiamo il bimbo perché mastica e mangia a tavola, come mai mordere, fuori dai pasti, è cosa da non fare? Va inoltre considerato che, a quest’età (verso l’anno), il bambino non è ancora in grado di discernere il bene dal male, non è ancora consapevole dei pericoli, né, tanto meno, è in grado di prevedere gli effetti del proprio comportamento.

A tutto questo aggiungiamo che lo sviluppo linguistico, in questo periodo, è ancora abbastanza ridotto, sta comparendo ora la frase ma il vocabolario è ancora modesto: come fare a esprimere a parole tutto ciò che si prova giocando con la mamma? Giocando con gli amici?

Si tratta quindi di una forma di linguaggio?

Possiamo dire che intorno ai due anni il bambino comincia a comunicare anche attraverso i morsi. I bambini che ancora non parlano o che comunque parlano ancora male, cominciano a comunicare rabbia e frustrazione mordendo. Se noi per prime proviamo ad immaginare  di essere molto arrabbiate, oppure di essere contrariate da qualcosa e non aver la possibilità di dire “Basta!!” “No!!” e, soprattutto, di poter trasmettere all’altro i nostri  sentimenti, riusciamo anche a comprendere maggiormente il perché il bambino e la bambina utilizzano questa modalità. E’ una sensazione molto spiacevole e frustrante.
I bambini, in questo periodo , spesso non hanno ancora trovato un’alternativa valida all’esprimere la loro rabbia/frustrazione e, soprattutto, non hanno la piena consapevolezza del dolore che viene provocato mordendo.

Esiste un  piccolo esercito di morsicatori che spesso colora le giornate di genitori ed educatrici. Fasi di crescita ma non solo, spesso è la storia personale di ogni bimbo a permettere una spiegazione esaustiva alle azioni, per le quali cerchiamo risposte. Certi atteggiamenti sono più o meno tollerabili in relazione al contesto nel quale si manifestano.

All’interno di una comunità, frasi  come“Attenti lui/lei morde!!”, racchiudono molto più di un semplice messaggio, esse rappresentano  una presentazione, una qualificazione sintetizzata attraverso un solo verbo. Eppure quel lui/lei è attore di tanti altri potenziali comportamenti, in più morde. Allarmismi, rimproveri e rinforzi negativi, il risultato spesso è solo agitazione e paura, soprattutto quando il gesto da isolato diventa ripetuto nel tempo e cronico, allora l’intervento dell’adulto è finalizzato a salvaguardare le piccole vittime. Ma la vittima non sempre è una sola, proviamo ad immaginare non due attori ma tre: chi subisce, chi agisce e “la causa”. Il bambino aggressivo tanto quanto quello in piena fase orale, utilizzano un canale “socialmente intollerabile” perché “fa male”, ma siamo certi che egli sappia sempre cosa si intende con “fare male”?

E’ inutile, anzi, dannoso etichettare un bambino di due anni che morde come”cattivo” pur esistendo, ovviamente, limiti che separano la normalità dall’aggressività.
Ciò che è di fondamentale importanza è infondere al bambino l’idea che mordere è sbagliato, provoca dolore e, soprattutto, fornirgli alternative.

Cosa fare, allora, quando il bambino morde?

Quando il bambino morde, è utile dirgli NO! Mostrare il segno dell’orologio sul braccio dell’amico o dell’adulto che ha ricevuto il morso, far vedere la reazione di pianto, dolore e anche frustrazione  di chi quel morso lo ha ricevuto.
Mostrarsi ferme, senza però aggredirlo a nostra volta. Dunque mostriamogli le conseguenze del suo gesto spiegandogli con parole semplici che comprendiamo il fatto che sia arrabbiato ma che è possibile agire in modo diverso. Diamogli l’opportunità di capire che esistono alternative, spiegando in modo pratico quali sono (per esempio, se morde un altro bambino che gli sta portando via  il gioco, diciamogli che  può chiedere aiuto, può allontanarsi dall’amico, può andare da un adulto, può provare a dire di NO , e se ancora ci sono poche parole nel suo vocabolario può essere l’adulto a dare voce al suo sentire: dì al tuo amico che lo stavi usando tu, che non vuoi dargli l’oggetto…).

Si può dunque suggerire  al bambino dei comportamenti alternativi e degli oggetti che invece si “possono” mordere, come cuscini, fazzoletti, giocattoli in legno, ecc.

E’ importante evitare di commentare gli episodi legati ai morsi in sua presenza: per lui non esiste differenza fra attenzione negativa o positiva, si sentirebbe incoraggiato a continuare.

Cosa, invece, non si deve fare?

Evitare  di ridere o di stare al gioco, e fare in modo che anche le persone che stanno intorno al bambino o lo accudiscono si comportino come voi.

Ricordiamoci, in ogni caso, che non si pone MAI fine all’aggressività con altra aggressivitàUrlare, usare le mani, far provare il dolore di un morso  non sono soluzioni.

Quale senso può avere vietare un comportamento compiendolo? La coerenza educativa viene a mancare e confermerebbe nel bambino l’idea che il morso serve a far valere i propri diritti e che chi morde è il più forte.

E’ utile invece lodare indirettamente il bambino che non morde più per un po’ di tempo con frasi che gli permettano di capire le conseguenze delle sue azioni (per esempio, “Che bello quando due bambini non si mordono giocano bene insieme). In ogni caso ricordiamoci che questa è solo una fase transitoria.

E’ importante ricordare che solo in rarissimi casi il mordere è causato da affezioni patologiche, presentandosi come autolesionismo, e soprattutto, all’interno di un quadro sintomatologico preciso, associato ad altre peculiari problematiche.

Di che affezioni patologiche stiamo parlando?

Per sensibilizzarne l’interesse, ricordiamo due tipici casi in cui si potrebbe riscontrare tale comportamento:

  • sindrome di Lesch-Nyhan (LND): malattia genetica, che causando un aumento dell’acido urico, inibisce il controllo volontario di alcuni comportamenti, incentivando l’autolesionismo. Ai morsi, indirizzati soprattutto a lingua, dita e mani, si associano deficit motori e cognitivi. Una ricerca effettuata in Italia stima una frequenza della malattia di 1 caso ogni 1.000.000 abitanti. (Tratto dal vademecum informativo dell’istituto malattie rare B.I.R.D. e Associazione “Mauro Baschirotto” Onlus).
  • sindrome autistica: molto più conosciuta, di natura neuropsichiatrica, induce all’autolesionismo il bambino che appare esplicitamente alienato e a caratterizzarlo è un evidente deficit socio-relazionare e comunicativo.

Dunque chi morde per patologie, non ha una finalità verso il mondo esterno, a differenza, del morso “quale comportamento evolutivo“, anzitutto indirizzato all’altro, oggetto o persona che sia.

Il morso lo si può considerare come un  modo distorto di comunicare, quindi è bene chiedersi quale sia lo stato d’animo che vi si nasconde dietro… Interessarsi alle emozioni e agli stati d’animo del bambino è il primo e più importante gesto perché questa fase trovi una fine.

 

A carnevale ogni fuga vale

Carnevale, tempo di far pazzie. Per quasi tutti, ma non per me. Semel in anno licet insanire, diceva Seneca. E sono parzialmente d’accordo. Ma se, per una volta all’anno, si deve “uscire da sé stessi” per forza in occasione del Carnevale, allora no, non sono d’accordo. Penso che ci siano molte altre occasioni in cui si vorrebbe fare qualcosa di diverso, di pazzo, di fuori dagli schemi. E non è detto che questo desiderio di pazzia debba coincidere per forza con le celebrazioni carnevalesche.

pierrotChe poi, a me, il carnevale ha sempre messo addosso una gran tristezza. Forse non sarò normale in questa mia sensazione, e mi tirerò addosso una marea di critiche, ma poco mi importa. Qui racconto le mie sensazioni, non quelle degli altri. E scusate se suono un tantino arrogante. Comunque, tornando al carnevale, ricordo ancora con orrore le feste che dovevo per forza seguire da bambina: dall’asilo alle sfilate per strada nel centro di Bra e altrove. Gente che rideva, gente che urlava, gente che ballava forsennata in mezzo alla strada e poi loro, i carri di cartapesta. Che se per caso pioveva, addio agli addobbi, le maschere diventavano una agghiacciante colata di nero e rosso e giallo, come una ballerina di teatro, pittata a festa, che cadendo comincia a piangere e tutto il mascara giù per le guance. Solchi neri e profondi di tristezza.

Le varie maschere che ho impersonato e che ricordo erano, nell’ordine, Pierrot (che forse era l’unica che mi si addicesse veramente, con quell’unica lacrima sulla guancia a testimoniare il mio discostamento dalle celebrazioni) e la fata turchina (abito azzurro tempestato di stelline argento con l’immancabile bacchetta magica, con una gigantesca stella dorata sulla punta). Non ne ricordo altre. Ricordo però che, quando mi portavano fuori, visto il tempo non propriamente clemente di febbraio, mi infarcivano come un panino imbottito e, più che Pierrot o la fata turchina, sembravo un omino Michelin fuori luogo. Diventavo un cilindro grasso e impacciato nei movimenti.

A proposito di fata turchina, quel costume lo usai anche in occasione di una festa organizzata nell’asilo che frequentavo. Ho ancora la foto: una ventina di bambini impettiti e orgogliosi del proprio travestimento. E tra quei bambini, c’ero io. Con i miei occhiali a fondo di bottiglia e un bell’occlusore piantato sull’occhio sinistro. Ma si è mai vista la fata turchina con la benda da pirata? Ma andiamo! E come mi vergognavo mentre scattavano la foto. Già mi sentivo diversa per il fatto di doverlo portare anche all’asilo, con tutti i bambini che mi guardavano come se fossi un’aliena e mi prendevano in giro. Ma almeno la foto di gruppo stile Jack Sparrow non potevano evitarmela? Va bé, è andata così.

Comunque, questa sensazione di imbarazzo e di voglia di scappare mi è rimasta. E, finché potrò, eviterò di passare nel caos dei carri allegorici e della pazzia del carnevale. Poi, quando sarà il momento, di certo farò la mamma come si deve e porterò le bambine a festeggiare, debitamente vestite come più vorranno. Fino ad allora, però, a carnevale ogni fuga vale.

Pronti, partenza, BIT!

Rieccola la BIT, la Borsa Internazionale del Turismo, che ogni anno puntuale si presenta ai blocchi di partenza nell’uggioso inverno milanese. Ci siamo quasi. Giovedì 11 – sabato 13 febbraio la mia vita ruoterà solo ed esclusivamente intorno a questa fiera. Una fiera dedicata al turismo (la mia galassia preferita) che mi permetterà di ri-incontrare gli amici giornalisti che vedo, di prassi, due o tre volte l’anno, persone di altri enti del turismo che hanno incrociato il mio percorso lavorativo negli ultimi 10 anni e che incontro solo in occasione di fiere o di viaggi stampa, commerciali e altro ancora.

valigiaChe dire, la BIT mi piaceva come fiera: ai bei tempi d’oro ormai andati (quando ancora si teneva nella vecchia fiera di Milano e non a Rho) veniva letteralmente presa d’assalto da migliaia e migliaia di visitatori da ogni parte d’Italia. Gli stand gridavano slogan in tutte le lingue del mondo, i rappresentanti dei vari Paesi espositori erano, in ogni padiglione, un drappello fitto e variopinto. Tra i padiglioni e gli stand ci si muoveva a fatica, era tutto uno spintonarsi, incastrarsi tra la folla, circondati da suoni, colori e vocìo fittissimo, come se centinaia di api fossero sciamate tutte dentro la fiera, a fare festa.

Mi piaceva, durante quelle giornate, poter visitare tutto il mondo in pochi metri quadrati. Mi piaceva raccogliere materiale, ammirare gigantografie di posti remoti, sognare viaggi e luoghi. Mi piaceva, appunto. Non che non sogni più di viaggi futuri, quello no. Lo faccio ancora e lo farò sempre, è nella mia indole. Ma la BIT di oggi ha ben poco a che vedere con i fasti del passato. Ma tant’è. Così è e così si deve prendere. Chissà perché, oggi, il turismo è diventato un bene non più considerato primario. Certo, ci sono mille altre spese più pressanti cui far fronte. E viaggiare può essere un lusso.

Ma, con un occhio attento e uno sforzo in più, si possono comunque vivere grandi emozioni senza spendere una fortuna. Basta aver voglia di scoprire. Basta aver voglia di impegnarsi. Basta seguire quella scintilla, quel sacro fuoco del viaggio che ci indica la strada giusta. Ogni destinazione può essere vissuta a cinque stelle o “budget”, spendendo il giusto, ma senza strafare. Io, nel dubbio se rimanere a casa o partire, scelgo sempre e comunque la seconda. E allora, che BIT sia! Materiale, brochure, guide, mappe, aspettatemi!