Ho un vortice di emozioni che mi scuote

Dalla rabbia alla frustrazione, dalla paura alla totale assenza di sentimenti. Sì, mi sento così, in questi giorni. Ed è tremendo. Non so se potete capirmi, ma da che Beppe è tornato alla casa del Padre il mio cuore non sente, non vede e non percepisce più nulla. A tratti sento un peso schiacciante sul petto, una sensazione di soffocamento. A tratti, invece, non provo assolutamente niente. Vegeto, diciamo. Se a ciò si aggiunge l’ennesimo ricovero della nonna-bis, beh, che dire, il vortice prende una piega davvero triste.

pallonciniSto riguardando le foto, in questi giorni. Ho provato anche a rivedere l’ultimo video fatto a mio zio, con conseguenze disastrose: è come tirare su una diga che argina un fiume in piena. Bastano pochi, pochissimi centimetri, è il dolore dilaga come uno tsunami. Distruttivo e impossibile da riarginare. E allora che faccio? Chiudo tutto, nei cassetti più lontani della mente e del cuore. Sperando che rimangano lì, i ricordi, assopiti e sonnacchiosi. E che non tornino indietro a chiedermi di pagare loro il conto. Non so se questo è il modo migliore di affrontare la cosa. Ma è l’unico modo utile che conosco. Non ho mai amato ignorare i problemi. Li ho sempre affrontati, di petto, a testa alta, buttandomi nella mischia della tristezza e dell’ansia. Questa volta no, non ce la faccio. Preferisco una vita anestetizzata, ora, a tutto il resto.

Posso dire grazie a due personcine, però, che mi stanno aiutando davvero molto: le mie figlie. Occuparmi di loro, dover mantenere un profilo sempre allegro e partecipe, aver sempre un’incombenza nuova di cui prendermi cura è un modo come un altro per andare avanti. Perché la vita, purtroppo, è anche questo: andare avanti, nonostante tutto. Andare avanti anche quando vorresti solo dormire, dormire, dormire. Non sognare, ché gli incubi sono dietro l’angolo. Non mangiare, ché ti sei già sfamato abbastanza di tristezza. Non riprendere con l’abituale routine, ché l’oblio è più dolce e più bello.

Poi, però, ti rendi conto di quanto il concetto di panta rei sia vero nella sua banalità. E allora riprendi a lavorare, a sorridere, a mangiare, a dormire coi tuoi incubi e le tue paure. Ci convivi e le affronti, come hai sempre fatto e come continuerai a fare. Dicono che sono una persona forte e che non posso lasciarmi andare. Beh, lasciate che ve lo dica, sono stanca di essere forte. Sono stanca di fare da bastone di sostegno. Sono stanca di non riuscire a versare tutte le lacrime che aspettano solo di essere lasciate libere. Poi, però, guardo le mie piccole Ludovica e Veronica e penso che in fin dei conti devo continuare a essere la persona che ci sia aspetta che sia. Se non lo faccio per me, devo senza alcun dubbio farlo per loro.

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Quattro chiacchiere con June Davis, autrice di A Song in the Dark

Ricevo una richiesta di recensione di un libro di poesie dall’ufficio stampa di June Davis. La mail arriva da Indianapolis e  ciò che mi incuriosisce di più è l’oggetto della comunicazione: “Turning lemons into lemonades” che suona un pò come “trasformare il buio in luce”, se mi permettete la licenza poetica. L’autrice è una donna speciale che racconta, sotto forma di poesie, il suo percorso di migrante, la sua carriera lavorativa di infermiera, la sua profonda, sentita fede, le innumerevoli perdite che hanno punteggiato la sua vita. A partire dalla perdita del padre, quando lei aveva solo due anni ed era appena approdata in un continente non suo, subito seguito dalla madre, fino alla morte del figlio, scomparso ad appena 18 anni. June Davis ha compiuto un percorso interiore di dolore e rinascita, accompagnata dalla sua incrollabile fede e dall’elaborazione consapevole e serena dei lutti che l’hanno colpita.

Friday - A Song in the Dark 3

June Davis alla presentazione del suo libro a Los Angeles, città in cui vive

A song in The Dark è una raccolta di poesie che incoraggia ogni singolo lettore a passare oltre il dolore e la paura, per rinascere nella serenità. La prosa è semplice, senza troppe pretese, pulita e lineare. Lo scopo di questo libro, come sostiene l’autrice stessa, è quello di “dare sollievo e portare un pò di pace nei cuori e nelle esistenze di coloro che soffrono”.

Scopriamo insieme qualcosa di più circa June Davis, tramite le sue stesse parole.

Annalisa: Signora Davis, qual è lo scopo di questo libro? Pensa che i lettori possano trovare nelle sue poesie un modo per andare oltre le loro esperienze negative?
June Davis: In qualità di esseri spirituali che fanno esperienza della condizione umana, dobbiamo seguire l’etica della reciprocità che recita “non fare al tuo vicino quello che ti offenderebbe se fatto da lui”. Bisogna vivere nel modo corretto, non importa ciò che ci accade o ciò che ci è accaduto. Alla fine, tutto andrà per il meglio. Credo che i miei lettori potranno trovare ispirazione nelle mie poesie. Ma soprattutto potranno trovare forza nel credere fortemente nel Creatore, nel perdonare loro stessi e gli altri, nel vivere nel presente e nel dimenticare il passato. Bisogna sempre imparare dal passato e passare oltre.
Annalisa: Il suo libro sarà tradotto anche in italiano? Se sì, quando sarà disponibile la versione tradotta?
June Davis: Sì, il libro sarà tradotto anche in italiano, non appena riuscirò a consultarmi con l’Editore. Al momento non sono tuttavia in grado di fornire una data precisa.
Annalisa: Lei ha menzionato spesso, nel suo libro, che suo figlio è morto all’età di 18 anni. Che cosa gli è accaduto? Cosa si sentirebbe di dire alle madri che stanno soffrendo per la perdita di un figlio in così giovane età?
June Davis: Sì, purtroppo è così. E per me è ancora un mistero cosa accadde quel 25 dicembre del 2006. Alle madri che stanno vivendo questo enorme dolore direi che se hanno fatto del loro meglio per educare i loro figli, ma in qualche modo hanno fallito, non devono comunque mollare. Mai. Devono continuare a fare tutto il meglio che è nelle loro possibilità. Ricordate la gravidanza. Ricordate la nascita. Ricordate i primi sorrisi, le prime parole, il primo giorno di scuola. Io ricordo tutto ciò, la prima lezione di pianoforte, l’esperienza musicale con la tromba all’asilo, le risate che suscitava la sua imitazione di Louis Armstrong. E ancora le nuotate, le canzoni, i trofei vinti. La sua vita, ricordo, fino ai giorni del college e la sua prematura scomparsa. La sua breve esistenza ha purtuttavia lasciato una significativa eredità di ricordi in coloro i quali l’hanno conosciuto.
Annalisa: Perché ha scelto di intitolare il suo libro “Una canzone del Buio”? Qual è la metafora dietro il titolo?
June Davis: Perché è stata la prima raccolta di poesie che ho scritto e mi è parso appropriato. La metafora è che un uccello canta perché ha una canzone da cantare, non perché può cantare. A prescindere dal nostro dolore, dobbiamo continuare a cantare nei nostri cuori, perché questo è il loro scopo.
Annalisa: Ha contatti con la sua famiglia d’origine? Se no, perché? Vivono molto distanti da lei?
June Davis: Sì, ho contatti e alcuni di loro vivono nel mio Paese d’origine, nelle Indie Occidentali. Le differenze culturali giocano un ruolo fondamentale nella comprensione di ognuno di noi. E’ importante per me rispettarli, sempre e comunque. Non importano i retroscena, non importa il background. Il 99% di loro vive lontanissimo da me, la maggior parte nel mio Paese d’origine, appunto.
Annalisa: Ha in progetto di scrivere un altro libro di poesie? Se sì, quale sarà il tema che affronterà? Sarà simile a questo oppure esplorerà tematiche totalmente differenti?
June Davis: Sì, ho in programma di scriverne un altro. Questo però sarà più in rima baciata e ritmico. Inoltre, ho appena scritto un sonetto. Scrivo praticamente tutti i giorni e, mentre lo faccio, apprezzo sempre più il potere di sintesi della poesia. Adoro esplorare tematiche quali la natura e l’ambiente, la spiritualità e le esperienze che pervadono la natura e la vita dell’uomo.

Diario di viaggio in Kenya: sea & more (prima parte)

Tramonto Mida Creek

Tramonto sul Mida Creek

Arrivo in Kenya martedì mattina. Scendendo dall’aereo vengo investita da un caldo fuori misura, appiccicoso, denso, che ti avvolge e penetra dentro le ossa. Il profumo che mi colpisce è quello speziato e dolce dell’Africa. La mia Africa, quella che ho amato dal primo istante in cui ho messo piede su questo suolo meraviglioso, arso dal sole e baciato dal sorriso della sua gente.

 

Rock and sea

Rock and Sea

Questo viaggio, a differenza del precedente, è incentrato sulla costa keniana, sui suoi hotel-resort accoglienti, sulle bellezze nascoste e poco conosciute della costa. Quella stessa costa che sta soffrendo per gli attacchi terroristici che stanno colpendo tutto il mondo. Quella costa che soffre dell’ignoranza della gente che, se avviene un attentato in Costa d’Avorio, smette automaticamente di andare in Kenya, perché “l’Africa è una destinazione pericolosa”. E non si rende conto, quella stessa gente che si definisce viaggiatrice, che l’Africa è un continente immenso. E che il Kenya, con la Costa d’Avorio, non ha alcun punto di contatto, se non la condivisione geografica di un continente, appunto.

 

Questo mio viaggio mi ha portata a scoprire tesori nascosti e poco battuti dai turisti, ma anche località molto conosciute in Italia e frequentate dai turisti del Bel Paese che, ogni anno, le scelgono per i loro soggiorni di relax.

Garoda resort

Garoda Resort

Watamu, Malindi e il Parco Nazionale dello Tsavo Est sono dei must-have per chi desidera combinare una vacanza di sole e mare, con visite culturali e archeologiche. Le attività che si possono scegliere sono davvero tantissime, tutte all’insegna della natura e dell’ecologia. A partire dal Watamu Marine National Park & Reserve, che abbiamo visitato a bordo di una barca. L’incredibile esperienza di un tuffo nell’Oceano Indiano, l’acqua dai toni che virano dal verde smeraldo al bianco cristallino, la temperatura calda e piacevole e la miriade di pesciolini che fanno capolino tra i flutti è da provare. Nel nostro tragitto verso un angolo di paradiso, nel Mida Creek, abbiamo anche incontrato un branco di delfini che ci ha accompagnato per un pò. Arrivati al Rock&Sea, uno spuntone di costa sul quale è stato costruito un ristorante abbarbicato sulla roccia, ho scoperto un angolo di paradiso a due passi dalla movida di Watamu. Qui, è possibile trascorrere una notte rilassante immersi nella natura (c’è un’unica camera, per cui è necessario prenotare prima), farsi massaggiare nell’area relax, bagnarsi nelle acque limpide della baia e assaporare piatti della cucina locale e internazionale.

Watamu

La spiaggia di Watamu

Ritornati alla base, abbiamo avuto modo di visitare il villaggio di Watamu, un insediamento di poche centinaia di abitanti, un tempo punto di partenza della tratta degli schiavi. La sua bellezza decadente e il calore della popolazione locale la rendono una località da inserire nel vostro carnet di viaggio. A cena siamo stati ospitati dal proprietario del Come Back, un locale gettonatissimo sia dai locali che dai turisti in visita. Specializzato in piatti di pesce (freschissimo, ovviamente) e in saporite pizze, il locale si presta anche per dopocena danzanti e per ascoltare musica africana.

Dove dormire a Watamu.

Camera seven islands

Camera al Seven Islands Resort

Nel mio soggiorno in Kenya sono stata ospitata, nell’area di Watamu, da due strutture di proprietà e a gestione italiana, entrambe di alto livello, mixano cortesia, professionalità e calore: il Garoda Resort e il Seven Islands Resort. Costo della camera, a notte, a partire da 70 € per il Garoda Resort e da 97 € per il Seven Islands Resort.

Per maggiori informazioni sul Kenya e per consigli di viaggio, visitate il sito dell’Ente www.magicalkenya.it

 

Nei prossimi giorni vi racconterò il prosieguo. Stay tuned!

Pasqua di rinascita?

4 volte, sempre la stessa storia. Quattro persone care che se ne sono andate poco prima di Pasqua. Tutte soffrendo. Tutte lasciando un vuoto senza fine. L’unica fine che puoi ricordare è quella della pseudo-serenità. Ero in Kenya la scorsa settimana. Chiamo a casa per la consueta telefonata di aggiornamento e la notizia mi colpisce come un pugno nello stomaco: Beppe è stato ricoverato. Beppe, mio zio, il mio padrino, il mio secondo papà. Un uomo buono, burbero a tratti, ma leale, generoso, dolce a suo modo, sincero, mai scurrile.

 Un uomo che ha vissuto un calvario lungo e doloroso senza mai lamentarsi. Senza mai farlo pesare. Sempre pronto ad ascoltarmi ogni volta che lo chiamavo. Un papà bis degno di menzione. Un papà per ruolo. Un ruolo che ha svolto, con impegno e amore, fino alla fine. Un papà bis che Dio mi ha dato. E che Dio mi ha tolto. Un vuoto che è come un infinito tunnel senza fine. Un dolore sordo, silenzioso, bastardo, che ti pesa proprio lì, al centro del petto. E fai fatica a respirare, a deglutire, a pensare. Un dolore che non volevo riprovare mai più. Quando ti svegli di notte e ricomincia a pulsare e sai, lo sai per certo, che non passerà, che non riuscirai a dormire di nuovo. Puoi solo aspettare. Che si attenui un po’. Che la vita, questa vita maledetta che ancora hai da vivere, ti ridia un tanto al chilo di serenità. Di pace. Che il tempo lenisca il dolore, rendendolo meno acuto e più latente. So che accadrà. L’ho già passato. 

Provo una rabbia furiosa. Per non essere stata con lui, per non averlo chiamato mentre ero via, per non avergli detto spesso quanto gli volevo bene. Quanto era importante per me. So che lo sapeva, ma sarebbe stata cosa buona e giusta dirlo ancora e ancora. E adesso non posso più farlo. Guardo le mie figlie e penso a quanto lui le amasse. A quanto era felice quando andavamo a trovarlo e a mettergli la casa a soqquadro. A quanto adorasse sentirle ripetere il suo nome. 

Beppe perché mi hai fatto questo? Perché ci hai lasciati? Perché? Mi sento morire, dentro. Ogni morte è un pezzo di me che se ne va per non tornare mai più. 

Ti voglio bene, Beppe. Te ne ho sempre voluto. Là dove sei ora, non soffri più. Ed è una consolazione, tutto sommato. Sei stato un grande padre, per me. Hai fatto un ottimo lavoro. Non lo dimenticherò mai. Ti voglio bene. 

3, 2, 1….Kenya!

Eh sì, mio caro Kenya, sto di nuovo venendo da te. Questa sera, ore 21.45, a bordo di Meridiana da Milano Malpensa, prenderò il volo con altri cinque, magnifici compagni di viaggio alla volta di Mombasa. Ora di arrivo previsto, 10.30. Sbalzo termico, ad occhio e croce, 24°C. In più, ovvio. Insomma, un bel calduccio umido per togliere via dalle stanche membra il freddo dell’inverno italiano. Che poi, proprio inverno non è stato…

Maldives

Il programma prevede affascinanti immersioni nella natura e nei parchi marini e nazionali del Kenya del sud. Visite di rovine archeologiche, incursioni nella savana per avvistare i big five. Il Kenya della costa e dell’entroterra. Il Kenya del mare azzurro e della sabbia a borotalco. Il Kenya dei paesaggi dai mille colori della terra e del cielo. Il Kenya dei sorrisi smaglianti, dell’ospitalità a cinque stelle, degli italiani che hanno eletto a loro seconda dimora un Paese bellissimo e magico. Di cui innamorarsi e non dimenticare più.

Che dire, non voglio anticipare troppo. Le mie aspettative sono altissime, l’umore è a mille, la valigia ancora da completare. Non vedo l’ora di mettere piede sul territorio keniano e dire Jambo! Annalisa, benvenuta, di nuovo, in Kenya.

Unica nota negativa, le notizie di ieri sera. Gli attentati in Turchia e nella Costa d’Avorio. Gente ammazzata non si sa per quale ragione. Non esistono ragioni valide per uccidere così, a sangue freddo. Non esistono ragioni valide. Punto. “Ma non hai paura?”. “Stai attenta!”. No, non ho paura. Sarò pazza, sarò incosciente, sarò tutto quello che vi viene in mente. Ma non ho paura. Quei bastardi contano proprio su questo: sulla paura. E, posto che il Kenya si trova a migliaia di chilometri di distanza dai luoghi summenzionati, io non mi faccio paralizzare. Io non faccio il loro gioco. Io continuo a vivere la mia vita, normalmente. Io non ho paura e vado avanti. Kenya, arrivo!

#WhyiloveKenya #ImprevedibileKenya #MagicalKenya

 

Indecise sulle bomboniere? Mamme, fate la scelta giusta!

Il dilemma, prima o poi, arriva. Dovete battezzare i vostri piccoli e, insieme ad una celebrazione bellissima ed emozionante, vorreste anche dare quel tocco in più che rimanga nei ricordi degli invitati. E allora è caccia alla bomboniera ideale, a quella più simpatica, alla soluzione più idonea per rappresentare un giorno che rimarrà per sempre nel vostro album dei ricordi più dolci.

Se non avete ancora deciso o se siete dubbiose e vi state barcamenando tra mille soluzioni diverse, prendetevi qualche minuto di tempo e leggete qui qualche piccolo consiglio. Sì, perché anche un acquisto come quello delle bomboniere per il battesimo può essere una scelta consapevole. Una scelta giusta. Una decisione presa col cuore.

CESVI è una realtà tutta italiana che si prodiga in progetti di solidarietà a livello mondiale. Nasce 31 anni fa da un’esperienza di volontariato in Nicaragua e, nel corso degli anni, cresce sempre più fino a ricoprire, con il suo caldo abbraccio , ogni area del globo bisognosa di supporto, dall’Africa all’India, dal Perù al Brasile. CESVI lotta contro fame, povertà, sfruttamento, malattie. Porta un sorriso su volti non più abituati a sorridere, aiuta mamme in difficoltà, tra le quali anche quelle malate di AIDS, si batte per i diritti fondamentali. Diritti molto spesso negati e abusati. Questa organizzazione si occupa, anche, di adozioni a distanza, per dare così una speranza a bambini meno fortunati dei nostri. Bambini che non sono mai stati bambini. Bambini che, sin dalla nascita, lottano per  un pasto quotidiano, per un pò d’acqua, per l’istruzione. Bambini cui l’infanzia, purtroppo, è stata rubata. Non posso descrivere in così poche parole tutte le splendide iniziative che il CESVI promuove, perciò vi invito a fare un viaggio in questo stupendo micro-cosmo cliccando qui.

bomboniere_casettaQuello che però vi voglio raccontare, ora, è come anche voi possiate fare tanto per sostenere i vari progetti promossi dall’organizzazione. Cosa c’entra CESVI con le bomboniere? C’entra, eccome. Sì, perché tramite il sito è possibile acquistare prodotti originali, carini e a prezzi contenuti. Per una scelta d’amore, fatta col cuore. Con le bomboniere solidali del CESVI si può contribuire al progetto “Fermiamo l’AIDS sul nascere!”.

Il progetto è nato con la storia di Safina e del suo bimbo, una storia di quelle che lasciano il segno. Siamo nel 2001, in Zimbabwe un’area del mondo martoriata dall’AIDS, quando Safina arriva al piccolo ospedale di Saint Albert per chiedere aiuto. Un viaggio di 90 km per non perdere il figlio che porta in grembo. È a Saint Albert che Safina, poco dopo, scopre di avere l’AIDS. Allora, con coraggio, sceglie di sperimentare, insieme agli operatori CESVI presenti sul posto, una nuova terapia farmacologica, in grado di ridurre la trasmissione del virus da mamma a neonato. Dall’esperienza di Safina sono nati un bimbo sano, Takunda, e il progetto CESVI “Fermiamo l’AIDS sul nascere”. Da allora donne come lei liberano ogni giorno i loro figli da una condanna ingiusta e crudele: nascere con il virus dell’AIDS.

Eccovi qui, quindi, alcuni esempi di bomboniere da regalare per il battesimo dei vostri piccoli.

 

Le casette sono personalizzabili con fiocchetti colorati nella tonalità preferita e costano, ognuna, 4 €, mentre i portachiavi a forma di bimbo o di bimba costano, ad unità, 8,50 €.

Ma le soluzioni sono tantissime! Le potete scoprire nella pagina dedicata sul sito, alla sezione bomboniere solidali battesimo.

Idee semplici, carine, a piccoli prezzi, ma con una marcia in più: quella della solidarietà.

 

Il supermercato dei bambini

Leggo un articolo che mi lascia scioccata. Il titolo parla di utero in affitto, il resto è follia pura. La storia è quella di una coppia eterosessuale australiana, non si sa che problemi abbiano, né se abbiano tentato la strada della fecondazione assistita o quella dell’adozione. Entrambe irte di ostacoli, problemi, iter lunghissimi da percorrere, iter sfiancanti. Ripeto, non si conoscono gli antecedenti. Quello che l’articolo riporta è che la coppia si affida, per soddisfare la voglia smodata di diventare genitori, genitori a tutti i costi è il caso di dirlo, ad un utero in affitto. Una pratica, a mio personalissimo parere, davvero aberrante. Pagano una ventunenne thailandese affinché faccia da veicolo trasportatore del loro figlio (o figli). Sì, perché si scopre che la mamma surrogata è in attesa di due gemelli, un maschio e una femmina. E non la pagano poco. Per la giovane donna in questione (Janbua, con gravi difficoltà economiche, dicono) 12.000 € sono una manna dal cielo. Un investimento notevole. Una cifra che lei, mai e poi mai col suo lavoro riuscirà a raggiungere tanto “facilmente”. Anche se di facile in 9 mesi di gravidanza, con tutti i problemi che possono insorgere, con le paure di perdere i bambini, con le ansie legate ad ogni singolo controllo ecografico non c’è proprio nulla, ma tant’è. Comunque, arriva il momento del parto e

Gammy, a baby born with Down's Syndrome, is held by his surrogate mother in Chonburi province

Janbua e il piccolo Gammy

Janbua dà alla luce i due gemellini, un maschietto e una femminuccia. Ma qualcosa “va storto”. Il gemellino è affetto da Sindrome di Down. Un “intoppo” che i neo-genitori australiani non vogliono prendere in considerazione. Un “disguido” che, accidenti al caso e alla fatalità, non vogliono dover risolvere. E allora che fanno, i neo-genitori australiani? Semplice, decidono di portare a casa solo la bambina. Solo la neonata perfetta. Solo la bambina sana. Lasciando il gemellino affetto da Sindrome di Down sul bancone del supermercato. Affibbiandolo alla mamma surrogata. Che ne faccia quello che vuole.

Beh, mi pare logico: se per mettere al mondo un figlio o due, poco importa, compri il tempo, la salute, la vita di una giovane donna, se un figlio o due li compri, nel momento in cui il prodotto presenta dei difetti di fabbricazione che fai? Ovvio, lo rispedisci al mittente. Chiedi forse anche un risarcimento. Un rimborso per lo scherzo che il destino ti ha fatto. Alla donna che, pur essendo stata pagata con soldi buoni, non è stata in grado di fornire un prodotto completo e integro, privo di difetti di fabbricazione.

Ma la cosa ancora più aberrante in tutta questa patetica storia è che la coppia australiana, al momento della diagnosi degli esami di controllo intorno al quinto mese, quando avevano scoperto che uno dei due feti era imperfetto, aveva chiesto alla giovane di abortire. Janbua, di fede buddista, aveva fermamente rifiutato. E così, mi immagino la coppia mentre la ammonisce dicendo: se questo figlio lo fai nascere, te lo tieni tu. Noi prendiamo solo la merce buona, non quella avariata. Janbua ora si trova a lottare per mantenere due figli suoi e il piccolo Gammy, un bambino speciale con un cromosoma in più. Le spese sono tante, anche in considerazione del fatto che il bimbo soffre anche di una patologia cardiaca che richiede un intervento chirurgico. Con costi elevati. E’ stata lanciata una campagna a sostegno delle cure per il piccolo Gammy, che ha già raccolto fondi per oltre 67.000 €. A riprova che nel mondo c’è tanta immondizia umana, che proviene da qualsiasi parte del globo. Ma c’è anche tanta solidarietà, per fortuna.

La giovane mamma, Janbua, ha recentemente lanciato un appello alle sue conterranee: “Vorrei dire alle donne thailandesi: non infilatevi nel mercato delle madri surrogate. Non pensate soltanto ai soldi… Se qualcosa va storto nessuno ci aiuterà e il bambino sarà abbandonato dalla società, e dovremo assumercene la responsabilità”.

E sì, perché il supermercato dei bambini può anche portare a storie come questa. Che non definirei a lieto fine, nonostante il piccolo Gammy abbia chi si prende cura di lui. Considerando anche il fatto che dall’altra parte del mondo, una bambina (il cui nome non è dato conoscere) non conoscerà mai il fratello gemello. Un fratello con cui ha condiviso nove mesi in simbiosi. Un fratello che sentirà sempre che qualcosa, nella sua vita, gli manca. Così come lo percepirà lei. O magari no, visti i genitori da cui sarà educata.

La storia di Gammy, comunque e per concludere, non è un episodio isolato. Ogni giorno capita, in tutto il mondo che ruota attorno al supermercato dei bambini, che la coppia acquirente decida di lasciar dietro di sé il neonato imperfetto. Con tutto ciò che questo comporta.

Dalle sfilate di Parigi, la collezione di Bernard Chandran

Il claim della sfilata della collezione F/W 2016-2017 di Bernard Chandran è “Give Face”, letteralmente, “mettici la faccia”. Un claim non scelto a caso, per lo stilista malese, che ama il melting pot che nasce dalle differenze culturali. Un melting pot che conosce bene, essendo nato a Kuala Lumpur ed avendo convissuto per anni con gente di ogni razza, ceto sociale e provenienza geografica. Queste sue esperienze personali rivivono nella nuova collezione autunno/inverno 2016-2017 lanciata lunedì scorso in occasione della Paris Fashion Week.

Le proposte dello stilista virano su binari diversi, paralleli, eppur accomunati dal fil rouge dell’ispirazione e della reinterpretazione creativa. Le sue creazioni rivedono il concetto che sta alla base delle creature mitologiche (dal dragone alla fenice) di una parte della cultura malese, quella cinese, unito al pensiero e all’attitudine purista del ‘俾面’ (il rispetto). Mettici la faccia è un’espressione tipica della cultura cinese che ruota intorno al rispetto che le persone, specialmente quelle più giovani, che si avvicinano alla vita, devono mostrare nei confronti dei più anziani, saggi, conoscitori del mondo e delle sue regole.

La sfilata racconta un percorso di crescita del designer, che interpreta le culture dell’Estremo Oriente come solo un insider può fare, mixando però agli elementi più tradizionali un tocco rivoluzionario di nuova estetica moderna e invenzioni sagaci adatte al prêt-couture. Gli abiti, gli accessori e la maggior parte delle sue creazioni condividono motivi floreali, l’utilizzo di pietre quali la giada, raffinati broccati, ma rivisitati in chiave moderna, tra stampe sfacciate o teatrali fantasticherie anni ’70. Elementi, questi, che accomunano sia la collezione maschile che quella femminile.

La sua collezione permette di avere uno sguardo privilegiato su epoche differenti, raccontate da un bizzarro ed affascinante mix di stili mescolati insieme in un unico tema: “passato, presente e futuro”. I colori in alcuni casi sono sfacciati e virano dal verde smeraldo al viola screziato d’oro, ma anche soft, passando dal marrone al nero. I tessuti sono preziosi e ricercati e spaziano dalla seta, al broccato, all’organza. Dipingendo, in un sol colpo, un senso di lusso e di preziosità che cambia la percezione del normale mood invernale.

Informazioni sullo stilista sul suo sito ufficiale a questa pagina: Bernard Chandran

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Photo-credit: Patrice Stable

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8 marzo, festa della donna

Keep calm e respira a fondo, Annalisa. Non puoi scrivere tutto quello che pensi su questa festa, molte non capirebbero e non apprezzerebbero il tuo esercizio di sincerità. Odio la festa dell’8 marzo. Ecco, l’ho detto. Non mi è mai e poi mai piaciuta. E’ una festa sessista. E’ la celebrazione di una favoletta mai accaduta. La celebrazione di un evento fantasma terribile come ce ne sono stati tanti altri. Anche peggiori. L’8 marzo andrebbe festeggiato tutto l’anno, ogni singolo giorno, per dare voce ai diritti delle donne non ancora universalmente riconosciuti. Per quelle donne che non possono uscire di casa se non accompagnate dai mariti o da un parente maschio. Per quelle donne che non sono libere di guidare. Per quelle donne che non possono studiare, ma sono costrette a rimanere nell’ignoranza. Per quelle donne che sono abusate, maltrattate, vessate in qualsiasi modo possibile, salvo poi ricevere dal loro aguzzino proprio l’8 marzo un bel mazzetto di mimose, magari condito con un tralcio di orchidea. Che così si lava la coscienza e si pulisce l’anima.

suffragette-votes-for-women2L’8 marzo non ha più quel connotato storico-politico-sociale-sociologico che aveva un tempo. Un tempo in cui si festeggiava il traguardo del suffragio universale (in Italia le donne hanno ottenuto il diritto al voto solo nel 1946, ci pensate?), il femminismo come diritto della donna ad essere entità a sé stante, la liberazione dal giogo maschile (destinazione non ancora raggiunta). E quello che più mi fa sorridere è che le amanti della festa dell’8 marzo citano a mò di bandiera un evento storico del tutto fantasioso, ovvero quel fantomatico incendio in una fabbrica assolutamente non esistente in cui morirono, secondo la leggenda, centinaia di donne chiuse a chiave all’interno dal titolare. Mentre invece la storia reale insegna che ci fu, sì, un episodio del genere in America. Una fabbrica prese effettivamente fuoco a New York. Ma nella tragedia morirono 146 lavoratori: 123 donne e 23 uomini. Forse che i 23 maschietti morti valgono meno delle 146 donne? E’ questo il messaggio che deve e vogliamo far passare?

 

Adesso poi, con il baluardo sempre vivo di questo evento mai accaduto nella realtà, la festa della donna è una scusa per ubriacarsi, tenere comportamenti ben oltre il limite della decenza, assistere come furie scatenate a striptease maschili. Donne urlanti che perdono la loro dignità per una sera, felici poi di rientrare in modo ordinato nei ranghi, il giorno dopo. Di tornare ad abbassare la testa. Di essere brave madri e mogli. Zitte all’occorrenza. Parlanti a richiesta. Questa è libertà? Questa è conquista? Se amate gli spogliarelli, perché non cercarli tutto l’anno? Perché solo l’8 marzo? Ve lo dico io. Perché l’8 marzo vi sentite in diritto di poter fare tutto quello che volete. Con compagni, mariti, amanti che, benevoli, chiudono un occhio. O magari tutti e due. E il resto dell’anno, mentre voi state a casa, lavorate, producete e faticate a ritagliarvi uno spazio di svago tutto vostro, non appena provate a rivendicare un pò di autonomia venite tacciate di egoismo. E rientrate saldamente nei ruoli imposti da questa società maschilista. E vi va bene così.

Ma sì, alziamo la testa solo l’8 marzo! Viva la festa della donna! Se questa è emancipazione, ne faccio a meno. Grazie. Sarò una donna anomala, ma senza alcun dubbio preferisco così.

Torneresti indietro?

In questi giorni spulciando Facebook e, nello specifico, seguendo numerosi gruppi di mamme di gemelli e affini, guardo con nostalgia e tenerezza la miriade di foto che vengono postate di piccoletti appena nati o di pochi mesi. E mi sciolgo. Letteralmente, mi sciolgo. Quelle guanciotte paffute, le manine minuscole strette a pugno, i piccoli guerrieri chiusi nelle loro scatole di plastica in TIN. Sono tutte immagini che mi riportano di slancio a quasi due anni fa, quando le mie piccole decisero di venire al mondo molto prima del termine naturale della gravidanza. E non posso fare a meno di pensare a come sono stati, i nostri primi tempi insieme. Non erano a casa, ma in ospedale. Non potevano ricevere visite, se non la mia e quella del padre bardato come un chirurgo al prossimo intervento. Non potevo portarmele in camera, perché la mia camera di nutrice non era attrezzata con monitor, tubi, elementi di prima necessità propri della Terapia Intensiva Neonatale.

donna clessidra tempo specchio orologio aE mi chiedo: torneresti indietro, Annalisa? Le rivorresti piccole piccole? Rugose e magrettine? Con il piedino chiuso in un giro di scotch a tenere fermo il sensore per la misurazione dell’ossigeno? Sì, lo ammetto. Tornerei indietro, eccome. Non ho vissuto appieno quei momenti come avrei dovuto. E adesso nessuno me li può ridare. Se potessi tornare indietro, rivivrei tutto con più calma, con più gioia, con più serenità. Ma è facile dirlo ora, che la tempesta è passata da un pezzo. Che gli ormoni hanno ripreso il loro canale naturale e non piango più per qualsiasi cosa. E’ facile dirlo ora che le Gem camminano, sono state svezzate, cominciano a ripetere tutto a pappagallo. E’ semplice pensarlo ora. Ora che il periodo più difficile per una mamma di gemelle/i è quasi passato. Dicono tutti (i gemellitori) che il primo anno è il più duro. Ora che l’abbiamo superato, posso dire che in effetti è vero. Anche se ciò non toglie che più crescono, più i problemi diventano diversi. Non scompaiono, semplicemente ne nascono di nuovi. Nuove sfide, nuovi passi da fare. Una crescita costante e ininterrotta. Che io e le Gem facciamo insieme, giorno dopo giorno. Loro crescono come bambine sempre più indipendenti. Io cresco come mamma.

Il lavoro di mamma e l’identità che ne sta dietro non si fossilizza mai, ma evolve nel corso del tempo. Solo ora me ne rendo conto. Non si è mai pronti per ciò che di nuovo può accadere. Tutto diviene, tutto cambia, tutto insegna. Ma, ritornando alla domanda di poc’anzi, posso dire che, nonostante tutto, sì, tornerei indietro. Ricordo con nostalgia le nottate in bianco per dar loro la poppata, per far loro fare il fantomatico ruttino (che a volte prendeva lo slancio di decibel da scaricatori di porto!), per farle riaddormentare. Tornerei a preoccuparmi per i rigurgiti. Tornerei a riscoprire i loro primi sorrisi, i loro primi sgambettamenti. Il loro primo incontro con la frutta grattugiata. Me lo dicevano, di godermi ogni attimo, sempre. Ma siccome sono una testona e il mio carattere va sempre all’opposto di ciò che mi viene detto, non ho seguito in toto questo prezioso consiglio. Pazienza, lo sto facendo ora e lo farò.