Figlie mie

Foto-efemeride18“Figlie mie, vivete in modo da non dovervi vergognare di voi stesse, dite la vostra parola in modo che ciascuno debba dire di voi che ci si può fidare; e non dimenticate che dare gioia ci dà anche gioia. Imparate a tempo che la fame dà sapore ai cibi, e rifuggite la comodità perché rende insipida la vita. Un giorno dovrete fare qualcosa di grande: a tale scopo dovete diventare voi stesse qualcosa di grande.”

E non me ne voglia, Friedrich Nietzsche, se oggi mi sono permessa di usare un suo grande pensiero rendendolo plurale, anziché singolo.

Di certo riassume perfettamente il mio pensiero di mamma. Ieri, oggi e domani.

Oggi voglio ringraziarvi. Tutti

Quando decisi di lanciarmi a testa bassa nell’avventura di questo blog non pensavo che avrei raccolto così tante emozioni. 

Le iscrizioni: molti di voi hanno deciso di regalarmi parte del loro tempo iscrivendosi per ricevere in tempo reale i miei post. A tutti voi iscritti voglio dire grazie. Di cuore. Ricordo ancora la prima mail ricevuta dopo il primo iscritto. Il pensiero di dover sempre essere all’altezza delle aspettative altrui mi mise un po’ d’ansia, ma fu anche uno “sprono” a cercare di far sempre bene. 

I follower su WordPress: altri blogger, ben più qualificati di me che, all’epoca, decisero che le mie storie valevano la pena di essere seguite. Grazie anche a voi. 

I commenti ai post: positivi (tanti) e negativi (altrettanti). Ho tratto giovamento e ispirazione da entrambi. Entrambi mi hanno fatta crescere, nel bene e nel male. Parole di incoraggiamento, parole di critica, stilettate nemmeno troppo velate. Va bene tutto. Perché non è necessario che se ne parli bene. Ma che se ne parli. Quindi, grazie. 

Le persone che abitano la mia quotidianità: da loro prendo spunto, ispirazione, consigli, critiche e abbracci. Molti dei quali sono virtuali. Grazie a tutti voi, soprattutto a chi mi ha “colpita”, perché senza queste esperienze molti dei miei post non esisterebbero. 

Le mamme: fonte inesauribile di racconti, paure, ansie, gioie grandissime e dolori più o meno forti. Ora che sono mamma anche io, mi piace darvi consigli su cose che ho già passato. E adoro ricevere consigli lá dove la mia esperienza non arriva ancora. Grazie. 

Le Gem: grazie soprattutto a loro. Perché è dalla vita pre e post-parto che questo blog prende slancio. Dalla gioia del sapere che le polpettine erano due, allo sconforto di realizzare di essere un caso su mille di sfiga (Sindrome TTTS), al terrore puro del ricovero per laser-terapia, ai mesi di controlli settimanali, al  taglio cesareo d’urgenza per rottura delle membrane. Ad oggi che, se guardo indietro, penso a quanto sono stata fortunata. A superare tutto. Ad avervi con me. 

E poi grazie a chi ho dimenticato. Sicuramente qualcuno c’è. Non me ne voglia. Buon 1 compleanno blog! Auguri a noi. 

Due anni fa oggi: la prima notte a casa

Continuano, i ricordi, a bussare alle porte della mente. La notte tra il 21 giugno e il 22 fu la nostra prima notte a casa, insieme. Un misto di ansia, euforia, paura, senso di inadeguatezza. Ce l’avrei fatta a prendermi cura di voi? Sarei stata in grado di gestirvi come in ospedale? Avrei saputo infondervi tranquillità e sicurezza? Quelle che a me mancavano? 

Dopo la poppata di mezzanotte il dilemma: dove le sistemo? Porto la carrozzina in camera? O la lascio nell’ingresso? Con le porte aperte e le orecchie all’erta, pronta a cogliere un qualsiasi minimo singulto? Poi la decisione: dopo settimane separate, voi al quarto piano, io al primo, voi in TIN, io in Pediatria, no. Non vi lascio. E così abbiamo dormito vicine, io sul divano, voi nella carrozzina di fianco a me. Ed è stata una notte lunghissima. Una delle prime notti davvero insonni. Un continuo rigirarsi, lanciare versetti gutturali (Ludovica), frignettare (Veronica), russare (Andrea), tossire (mia mamma), scalciare mugolando (Flash). E io, col respiro lieve e corto, ché se avessi fatto troppo rumore, di quelli che ti rimbombano nelle orecchie, magari avrei rischiato di non sentirvi! 

Quella notte tra il 21 e il 22 giugno non ho quasi chiuso occhio. D’improvviso capii il significato delle parole dell’infermiera Michela: signora, auguri, soprattutto Ludovica “chiacchiera” tutta la notte! Ho compreso cosa intendeva: la mia piccola (bé, tutte e due in realtà), soffriva già di colichette ed emetteva suoni e lamenti continuamente, senza posa. 

Intorno alle 4 ricordo che, stremata, decisi di prenderla con me, pancia contro pancia, pugnetti piccoli a sfiorarmi la faccia, capelli finissimi a solleticarmi il mento. E abbiamo dormito così, noi due, insieme. Ed è stata una delle notti più belle della mia vita. Della mia nuova vita da mamma. 

L’inizio di un meraviglioso viaggio insieme. Che ancora prosegue, tra alti e bassi. Buon secondo anniversario a casa, ragazze. Vi amo tanto, Gem, continuate a tenermi per mano, a tenervi per mano. 

20 giugno 2014, venerdì

Sono passati due anni. Due anni da quelle lunghissime, cinque settimane di ospedale. Due anni fa, oggi, era venerdì. Eravamo in procinto di essere dimesse, noi tre. Finalmente saremmo andate a casa, come una vera famiglia. E io avrei potuto, finalmente, cominciare ad essere mamma per davvero. Niente più su e giù con l’ascensore per raggiungervi nel reparto TIN. Niente più suoni di campanello per vedervi quando c’erano le visite in corso agli altri bambini. Più nessuna porta a far da barriera tra me e voi, piccole pesti.

2777507003307610115Due anni fa sapevo già che il 21 giugno sarebbe stato il gran giorno. Io e Lucia eravamo così felici! Lei e Marvi sarebbero state dimesse proprio il venerdì pomeriggio. Ci siamo trovate insieme nella sala degli “immaturi” al mattino, come al solito. Le nostre piccole non più in incubatrice, ma nelle culle dei bimbi normali. Ma erano tutte e tre ancora così piccole rispetto ai vitellini che venivano sfornati quotidianamente da mamme “normali”! Ma poco importava. Per noi, quel venerdì 20 giugno 2014 era un giorno magnifico, un giorno che penso non dimenticheremo mai più. Il giorno della rinascita. Il giorno della nostra nascita a mamme a tutti gli effetti.

Ricordo ancora quel pomeriggio euforico quando, alle 16, Davide è arrivato emozionatissimo con la culletta luccicante. Lucia e Davide ci hanno appoggiato dentro Marvi, mi hanno abbracciata e si sono spinti verso l’ascensore che li avrebbe portati, finalmente, a casa. Tutti e tre insieme. Mi si è stretto un pochino il cuore a guardarli andare via. Rimanevo io, da sola, così come avevo cominciato. Da sola. Ma ancora per poco. Perché grazie al cielo il giorno dopo sarebbe toccato a noi, di sistemarle negli ovetti, copertine ad avvolgerle, cuffiette a coprire le testoline quasi calve, babbucce ai piedini per scaldarle.

Ricordo l’ultima notte nella mia stanzetta da nutrice, con quelle orrende pareti verde pisello e i quadri fatti di puzzle alle pareti. La gioia di sistemare le mie cose nelle valigie, la felicità di non dover più percorrere tutti i giorni il corridoio asettico del reparto di Pediatria, prendere l’ascensore, schiacciare il bottone 4. Per vedervi. Per stare con voi. Per abbracciarvi e baciarvi.

Finalmente sarei stata mamma anche io. Senza più filtri. Senza più barriere. Senza più dover chiedere il permesso per fare qualsiasi cosa. Due anni fa è cominciata la mia avventura, la nostra avventura. E non la dimenticherò mai.

Grand Guignol

Grand-Guignol-1890Sottotitolo: breve storia triste o del Teatro dell’Assurdo.

Qualche anno fa ho aiutato un’amica. Un’amica che mi chiamò diverse volte al telefono, in lacrime. Aveva bisogno estremo di aiuto. E io che in questo, mannaggia, ho preso da mia mamma, mi prodigai in tutti i modi a me conosciuti e possibili per aiutarla.

E ora che la situazione si è stabilizzata e l’aiuto ha dato i suoi buoni frutti, l’amica che fa?

Mi volta le spalle o meglio, quando giro le spalle io a lei, cerca il suo miglior coltello da cucina affilato che nemmeno Antonino Cannavacciuolo usa con abilità. E me lo pianta nella schiena. O meglio, ci prova.

Beh, sapete una cosa? Chissenefrega! Dopotutto è venerdì 17 e, nonostante tutto, non piove nemmeno.

Fine della storia.

I bambini preferiscono i giocattoli del loro stesso genere

Oh no, ci risiamo. Ecco cosa ho pensato quando ho visionato il comunicato stampa relativo al tema dei giochi. Giochi di genere, ovvio. Balocchi da maschi vs. balocchi da femmine. Palloni e robot contro barbie e bambole. Che noia, che barba, che noia, avrebbe detto Sandra Mondaini buonanima. Eppure, secondo un prestigioso studio pubblicato da ricercatori della City University London unitamente alla UCL, sin dagli albori della loro esistenza, i bambini (e si parla di bimbi di 9 mesi) preferiscono i giochi rivolti al loro stesso genere. In maniera evidente e lampante.

bambini-gioco-palla-interno-camerettaL’articolo dedicato allo studio, e al certosino lavoro di ricerca, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Infant and Child Development e mostra come, all’interno di un ambiente come l’asilo nido, le differenze di genere siano evidenti già da una fase antecedente a quella in cui normalmente si manifesta l’identità specifica di genere.

Secondo lo studio (condotto nel Regno Unito), i bambini e le bambine scelgono giocattoli del loro stesso genere spinti da componenti biologiche ed evolutivo-ambientali. In maniera diametralmente opposta. I soggetti sottoposti ad osservazione in ambiente non famigliare (l’asilo nido, appunto) e soprattutto senza la presenza di un genitore, scelgono i giochi in maniera indipendente e sono più portati a prediligere soggetti a tema.

I balocchi utilizzati per questo studio erano una bambola, un orsacchiotto rosa, un pentolino per cucinare, un’automobilina, un orsacchiotto blu, una escavatrice e una palla.

Soggetti dello studio, 101 bimbi compresi in tre differenti fasce d’età:

  • 9-17 mesi, periodo nel quale i bambini danno manifestazione delle prime preferenze nella scelta del gioco indipendente (40 bimbi in totale);
  • 18-23 mesi, quando si verificano importanti progressi nella conoscenza del proprio genere (29 soggetti coinvolti);
  • 24-32 mesi, quando tale conoscenza si consolida ulteriormente (32 bambini osservati).

E qui, ahimè, la ricerca evidenzia come preferenze stereotipate tra i giocattoli siano state evidenziate sia per i bambini che per le bambine in tutte e tre le fasce di età, a dimostrazione che le differenze di genere compaiono molto presto nello sviluppo.

Bambini e bambine hanno palesato evidenti preferenze, crescenti mano a mano che l’età dei soggetti aumentava, nei confronti dei giochi legati al loro genere. A proposito di questo studio la dottoressa Brenda Todd, docente in psicologia presso la City University London, ha affermato che: Le differenze di genere nella scelta di giochi e giocattoli sono importanti in relazione alla cura del bambino, alle pratiche educative e alla psicologia dello sviluppo. Storicamente non c’è mai stata certezza sulle origini delle preferenze di genere in maschi e femmine per la scelta di giocattoli rivolti specificamente al loro genere, né sui processi di sviluppo che sottendono a tale comportamento. Di conseguenza abbiamo deciso di scoprire se effettivamente ci sia tale preferenza, e a quale età si manifesti”. 

E ha così proseguito: Le differenze biologiche dotano i maschi di un’attitudine alla rotazione mentale e di una capacità e di un interesse maggiore verso le abilità spaziali, mentre le femmine sono più interessate a osservare i volti e più brave nella motricità fine e nella manipolazione degli oggetti. Al momento dello studio delle preferenze verso i giocattoli nell’ambiente familiare di un asilo nido senza la presenza dei genitori abbiamo notato che le differenze erano coerenti con queste attitudini. Anche se era presente una variabilità individuale tra i bambini, si è potuto osservare che in generale i maschi giocavano con giochi rivolti ai maschi soprattutto, così come le femmine giocavano per la maggior parte con giochi rivolti alle femmine”.

La Dottoressa Todd ha infine dichiarato che I nostri risultati indicano che ci sono differenze significative di genere nella scelta dei giocattoli attraverso tutte e tre le fasce di età, con una scoperta particolarmente interessante individuata nei bambini della fascia d’età inferiore, compresa tra i 9 e i 17 mesi, nel momento in cui iniziano a gattonare o imparano a camminare e quindi a effettuare scelte indipendenti: la palla è la scelta preferita tra i maschi, mentre le bambine preferiscono il pentolino per cucinare”.

E niente, è come combattere una battaglia persa in partenza. Credo poco nelle componenti biologiche, mentre ritengo che quelle evolutivo-ambientali siano tra gli ingredienti che vanno maggiormente ad influenzare l’evoluzione, appunto, dei bambini. Delle loro preferenze, delle loro inclinazioni, delle loro passioni. Va da sé, quindi, che se i genitori vestono le femmine solo di rosa e i maschietti solo di blu, che se infilano nelle mani delle bambine solo ed unicamente bambole, pentolini, passeggini e ai maschietti solo macchinine e palloni, è abbastanza lapalissiano che i soggetti in causa siano indirizzati a preferire giochi di genere.

Ma che succederebbe se invece accadesse il contrario? Se l’indirizzo di genere non venisse dato? Se i genitori andassero finalmente controcorrente comprando giochi unisex o quanto meno lasciando ai propri figli la possibilità di decidere in completa autonomia?

Ludovica e Veronica hanno, in egual misura, bambole e passeggini, carrelli per la spesa e peluche, insieme a camion giocattolo, macchinine, palloni, costruzioni. Persino una moto elettrica. Gioco, notoriamente, più da maschio che da femmina. E giocano con tutti i loro balocchi senza prediligerne un genere rispetto ad un altro. E non credo (e voglio sperare) che siano delle mosche bianche, per questo.

Certo, la summenzionata ricerca è stata condotta da una realtà di tutto rispetto e lo studio pubblicato su di un’eminente rivista scientifica. Ma questo rimane, comunque, il mio parere. E’ dalla famiglia d’origine che si impara. E’ dalla famiglia d’origine che si creano la personalità e le preferenze dei nostri figli. Quasi tutte.

A proposito di… City University London

La City University London è un’università globale di eccellenza accademica, specializzata nel business e nelle professioni e con una prestigiosa sede nel centro di Londra.  È nel primo cinque percento delle università al mondo secondo il Times Higher Education World University Rankings 2013/14 e tra le prime trenta università del Regno Unito secondo il Times Higher Education Table of Tables 2012. È classificata tra le prime 10 università del Regno Unito per i posti di lavoro ottenuti dai suoi laureati (The Good University Guide 2014) e tra le prime 5 per il livello di remunerazione iniziale ricevuto dai suoi laureati (Lloyds Bank). L’Università attrae oltre 17.000 studenti (di cui il 35% a livello di dottorato) da oltre 150 paesi e personale docente da oltre 50 paesi.  Il suo prestigio accademico si fonda su una base molto ampia, con specializzazioni di livello mondiale in settori quali business, legge, scienze della salute, ingegneria, matematica, informatica, scienze sociali, oltre che nelle discipline artistiche, inclusi il giornalismo e la musica. Le origini dell’Università risalgono al 1894, con la fondazione del Northampton Institute sul quale sorge attualmente il corpo principale del campus della City. Nel 1966, la scuola ha ricevuto la qualifica di Università per decreto reale e il Sindaco di Londra è stato invitato a esserne Rettore, una consuetudine unica che continua ancora oggi. Dal 2010, il professor Paul Curran è Vice-Rettore della City University London.

Io sono. Punto

La strage di Orlando ha lasciato una traccia di sangue che corre lungo tutto il globo. E va oltre. Perché, in mezzo a quelle cinquanta persone uccise e alle decine di feriti potevo esserci io, potevate esserci voi. Poteva esserci vostro figlio, vostra nipote, la vostra migliore amica. Magari anche vostro padre o vostra madre. Una scia di sangue che imbratta me, voi, la commessa di New York, il bancario di Singapore, il barista di Cape Town. Poteva capitare a tutti. Di trovarsi nel posto scelto, al momento sbagliato. E tutto per una categoria. Quello è gay, quell’altra è lesbica, questo è nero, quella è gialla. 

Le maledette, stupide categorie. Create a beneficio di coloro i quali non sanno e non vogliono vedere oltre il loro naso. Che non comprendono quanto l’umanità sia ricca di sfaccettature. Che non vedono la bellezza della non omologazione. Non siamo tutti uguali. Non abbiamo tutti le medesime preferenze. Io non amo l’arte contemporanea (purtroppo non la so apprezzare) allora che faccio? Uccido forse coloro che la adorano? 

Ho letto i titoli dei giornali in questi giorni. Ma ce n’è uno in particolare che mi ha colpito. “Strage nel club gay” recitava. Ah, ecco. Condanniamo l’accadimenti. Piangiamo lacrime di coccodrillo per le vittime. Però poi, come prima cosa, sottolineiamo che era un club gay. Non un locale. Non una discoteca. Non una location. Ma un club di genere. Un club gay. 

Che bisogno c’era di sottolinearlo? Che necessità c’era di inserirlo in una categoria specifica? C’è stata una strage. Punto. In un locale notturno di Orlando. Punto. Sì, frequentato da gay. Ma dove avrei potuto esserci anche io. Per caso. E allora cosa avrebbero fatto? Avrebbero detto che vi si trovava anche un’italiana lesbica, pur non sapendo nulla di me? O si sarebbero arrabattati a cercare informazioni per escludermi dal “gruppo dei gay”? 

La tolleranza e il riconoscimento che siamo esseri umani prima che etero, gay, lesbo e quant’altro arriva solo all’abbattimento dei cliché, delle categorizzazioni. È difficile? Forse. Ma ci si può e ci si deve provare. Perché certe aberrazioni non si ripetano più. 

Io, moderna “ragazza di campagna”, ceno e penso a te

Caro papà, sì, penso a te. A tutte le volte che per lavoro viaggiavi da nord a sud, da est a ovest, sempre da solo. Tu e la tua grande passione per la chimica. Quante cene hai fatto da solo, tu e il giornale a farti compagnia? Quanti hotel hai visitato durante la tua carriera lavorativa? Anche a me è capitato, sai? Questa sera, per esempio, sono a Mestre per lavoro. Dopo la presentazione, ho fame e allora mi cerco un posto dove mangiare qualcosa di veloce. Ché sono da sola e di farmi fissare per ore da coppiette sbaciucchianti o da gruppi di amici, non ho voglia. Trovo una simpatica (ed economica) soluzione in un localino nei pressi dell’hotel. Servono paninetti, baccalà fritto in piccole porzioni, pesce fritto. E l’immancabile cicchetto. Che qui significa un bicchiere di vino. Ordino un po’ di tutto e me lo porto al tavolo sotto l’ombrellone all’esterno. Poca gente fuori (piove), in disparte, così posso guardare e, all’occorrenza, non essere notata. Non che mi importi che mi vedano da sola: loro guardano me, io guardo loro. Ma preferisco fare presto.

Per cosa poi? Per rientrare nella mia lussuosissima camera d’hotel! Chissà se a te è mai capitato papà, di dormire in una camera come la mia!? Oggi per la prima volta ho capito cosa deve aver provato Renato Pozzetto ne Il Ragazzo di Campagna quando si trova schiacciato tra quattro pareti soffocanti di quel monolocale affittato in fretta e furia. E per uno sproposito, poi! La mia camera singola sarà all’incirca due metri per tre. A essere ottimisti. Ma non è solo la dimensione che mi lascia sconcertata. No. Fosse solo per quella, potrei anche passarci sopra. E’ la zona bagno che mi ha fatto ridere di gusto (giusto perché non soffro di claustrofobia!). Di fianco al letto, un gabbiotto di un metro per 50 cm, così composto: lavandino, water, bidè e doccia, uno dopo l’altro, con la doccia separata dal bidè da una tenda. In un angolo, un sedile reclinabile all’occorrenza per sedercisi sopra. Nel caso guardando meglio lo spazio esiguo di quello che chiamano bagno potesse capitare di sentirsi male. Al centro del pavimento, tra il muro e il bidè, lo scolo per l’acqua. Ma attenzione, che se per caso fai acqua ne fai andare troppa, rimani imprigionato in un’inondazione!

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Sedile reclinabile, TAAC

Sedile reclinabile TAAC, tavolo ribaltabile TAAC, tenda doccia estraibile TAAC. C’è  tutto in fin dei conti, perché lamentarsi? Oltre tutto, vista la vicinanza del water al lavandino e al bidè, se per caso dovesse mancare improvvisamente la carta igienica (cosa che penso accadrà senz’altro, perché il rotolo non è nemmeno nuovo), non dovrò fare nemmeno la fatica di correre da una parte all’altra a lavarmi. Ho tutto a portata di mano! E nel caso sia presa dallo sconforto, questa notte, posso sempre appoggiare la testa sul bordo del lavandino, a mò di consolazione. E’ tutto lì, a mia disposizione! Insomma, l’efficienza fatta camera. In due metri per tre. Cosa voglio di più?

Un Lucano no, grazie. Mi basta pensare che domani sera tutto questo sarà solo un ricordo. Simpatico quanto vuoi, ma pur sempre un ricordo. Che mi aiuterà anche ad evitare la prenotazione di una singola secca, la prossima volta. Sì, mi sa che opterò per una doppia ad uso singolo. Hai visto mai che lo scarico della doccia si intasa e questa notte mi sveglio in mezzo alle papere….

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Tutto a portata di mano, TAAC


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Gabbiotto-stanza dello sconforto, TAAC

I farmaci prescritti per l’ADHD potrebbero causare battiti cardiaci irregolari

Sticking out tongue

Prima di tutto, cos’è l’ADHD? Tenterò di spiegarlo molto semplicemente, perché in termini diversi farei fatica anche io. L’ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Comporta difficoltà di attenzione, concentrazione, controllo degli impulsi e del livello di attività. In sostanza, un bambino che soffre di ADHD non è in grado di auto regolamentare il proprio comportamento in luoghi e situazioni in cui è richiesto di raggiungere degli obiettivi (come a scuola, per esempio). Ovviamente, la spiegazione potrebbe essere molto più completa e complessa, se affidata ad un medico. Cosa che io non sono.

Abbiamo intervistato un’esperta, la Professoressa Ricercatrice Senior Libby Roughead, che lavora presso il Sansom Institue for Health Research ad Adelaide, in Australia, affinchè ci chiarisse i dati di una ricerca pubblicata recentemente con focus l’ADHD.

Questa nuova ricerca, pubblicata dalla University of South Australia, ha scoperto che il farmaco comunemente utilizzato per trattare l’ADHD può far crescere il rischio di battito cardiaco irregolare nei bambini. I ricercatori australiani hanno scoperto che alcuni bambini a cui è stato prescritto il metilfenidato cloridrato (comunemente conosciuto come Ritalin), erano a rischio piuttosto alto di sviluppare l’aritmia. Lo studio è stato condotto con l’aiuto del South Korea National Health Insurance Database in cui oltre 100.000 bambini affetti da ADHD di età compresa tra i 17 in giù, sono stati oggetto di studio.

Oltre 1000 scompensi cardiaci sono stati registrati durante il periodo di studio, che ha avuto luogo dal 2008 al 2011.

La ricercatrice Libby Roughead, che opera presso il Sansom Institute for Health Research distaccamento della University of South Australia, ha comunque affermato che i rischi sono relativamente contenuti, seppur ci siano.

“Abbiamo osservato gli avvenimenti avversi più comuni che si scatenano nei bambini dopo che hanno cominciato ad utilizzare il medicinale, confrontando il prima e il dopo”, ha detto Libby.

“Ciò che è emerso è che si manifesta un incremento del rischio di aritmia, così come un inusuale ritmo cardiaco e ciò è tanto più manifesto nei bambini che sono già affetti da malattie cardiovascolari o che sono curati con altre medicine che possono colpire il cuore”.

“Ciò che i genitori dovrebbero sapere è che dovrebbero tenere monitorate alcuni semplici elementi come la pressione e il ritmo cardiaco, prima di dare il farmaco e dopo averlo somministrato. Se notassero delle problematiche, dovrebbero immediatamente parlare con il loro medico curante”.

Casi di aritmia si sono statisticamente verificati di più nei primi due mesi dell’assunzione del farmaco rispetto ai periodi di non utilizzo, e il rischio era maggiore nei primi tre giorni di utilizzo.

I bambini che soffrono di ADHD dimostrano di avere scarso controllo sui loro impulsi e possono avere problemi di attenzione.

Il metilfenidato cloridrato è uno dei medicinali più comuni per il trattamento dell’ADHD e viene commercializzato da marchi quali Metadate, Concerta, Daytrana e Ritalin.

Sono degli stimolanti e lavorano per bloccare la ricaptazione della norepinefrina e della dopamina nei neuroni, per migliorare la concentrazione diminuendo, allo stesso tempo, la stanchezza. Stimolanti come i  metilfenidati sono spesso la prima opzione scelta per trattare l’ADHD.

La Professoressa Roughead ha affermato che lo studio è stato puramente basato sull’osservazione e andrebbe interpretato con cautela.

“Con l’aumento globale dell’uso di farmaci per l’ADHD, i benefici del metilfenidato dovrebbero essere attentamente pesati rispetto ai potenziali rischi cardiovascolari che questi farmaci possono creare nei bambini e negli adolescenti”, ha chiosato.

“Secondo il mio parere, lo studio vuole sottolineare come sia necessario considerare la gravità dei sintomi dell’ADHD e l’opzione di usare trattamenti non-stimolanti per i bambini che sono ad alto rischio cardiovascolare”.