Una nuova ricerca mostra le soluzioni migliori per avere energia pulita

La notizia arriva da Tucson, Arizona. Sebbene sia chiaro che il mondo abbia bisogno di modificare il modo in cui le risorse vengono consumate e distribuite, per molti il sentiero che conduce ad un futuro più sostenibile ancora non è del tutto chiaro. 
Nella ricerca “Il Futuro dell’Energia Pulita: Chi Vince e Chi Perde mentre il Mondo guarda all’Ecologia” l’autore, Professor  Gary Schwendiman, rivela che le soluzioni si trovano molto spesso all’interno della realtà così come la viviamo. È solo una questione di superare la disinformazione. 

La ricerca di Schwendiman afferma che le credenze più popolari in merito al futuro dell’energia pulita sono, molto semplicemente, scorrette. E la maggior parte dei governi sperpera miliardi di dollari a favore di iniziative “green” sbagliate.

“Possiamo accendere le luci ovunque sul nostro pianeta, ma non possiamo farlo né con l’energia eolica né con quella solare” ha provocatoriamente affermato Schwendiman. “E possiamo rispondere rapidamente alla domanda crescente di carburante, ma lo stesso non si può dire dell’argillite petrolifera, del gas naturale o dei motori elettrici o ibridi”. E, a ben pensarci, non ha tutti i torti. 

3 miliardi di persone non hanno accesso all’elettricità. Entro il 2030, il numero di veicoli sulle strade raddoppierà, dall’attuale miliardo a 2 miliardi. Ciò significa che, un giorno non troppo lontano, centinaia di milioni di persone faranno richiesta di elettricità e carburante. Se i fornitori mondiali di energia non riusciranno a rispondere alla domanda in maniera sostenibile, la situazione condurrà a crisi, povertà e, per finire, ad uno sconvolgimento economico a livello mondiale. 

Il professor Schwendiman offre spiegazioni inequivocabili a proposito delle potenziali risorse energetiche, paragonandole ad una squadra di calcio. Il vincitore della grande sfida sarà quella risorsa energetica che dimostrerà di poter apportare i benefici migliori all’ambiente e all’economia, nei prossimi decenni. 

“La verità in merito a come risolvere i problemi più pressanti del mondo, ora, può arrivare al pari di una sorpresa”, ha continuato Schwendiman. “Sì, molto dipende dalla tecnologia più all’avanguardia e al pensare out of the box. Tuttavia, molto spesso, la soluzione è proprio qui, davanti ai nostri nasi”. 

Le squadre che si contendono la vittoria nel “Clean Energy Bowl” sono le squadre dell’elettricità (Team Vento, Team Sole e Team Nucleare) da un lato e squadre che forniscono carburante (Team Gasolio, Team Etanolo e Team Gas Naturale).

Nonostante ciò che si può pensare, la ricerca affida una vittoria stracciante alle squadre Nucleare ed Etanolo. Per cinque motivi. 

1) queste energie sono più pulite e più sostenibili rispetto a ciò che il pubblico è sempre stato portato a pensare. Devono, quindi, fare i conti con forti e radicati pregiudizi di “genere”

2) sono ampiamente a disposizione di tutti

3) sono molto più sicure di come ci vengono raccontate dai media

4) in grado di favorire un enorme miglioramento tecnologico 

5) di più semplice implementazione all’interno di strutture già esistenti

All’interno del suo saggio, infine, l’autore smonta, uno per uno, tutti i pregiudizi e le probabili opposizioni/obiezioni che chiunque di noi potrebbe sollevare. 

Il volume è disponibile, in inglese, a questo link http://bookstore.authorhouse.com/Products/SKU-000578066/The-Future-of-Clean-Energy.aspx

Stelle cadenti

Non ho visto stelle cadenti, quest’anno. Come da molti anni a questa parte. D’altronde, in tutta sincerità, non avrei saputo cosa chiedere. Non perché non abbia desideri che vorrei realizzare, anzi. Ma perché il desiderio più grande ormai non lo può più esaudire alcuno. 

Quest’anno è andata così. Il prossimo, scrutando il cielo, vedrò una stella brillare più forte e intensa di tutte le altre. Guardando quella stella, astro guida, saprò che non sarà più necessario cercare quelle che mettono fine alla loro esistenza con un rapido battito di ciglia. Mi basterà alzare gli occhi, ogni giorno, e chiedere alla mia stella privata quello che sogno e vorrei veder realizzato. 

Tu, mia stella, sono sicura mi aiuterai. Come hai fatto per anni. Continuerai a seguirmi, passo dopo passo, sostenendomi e indirizzandomi. Devo solo comprendere questo nostro nuovo linguaggio. Non sarà facile, ma tu mi aiuterai. 

Intanto, dovendo usare l’unico linguaggio che conosco, per ora, ti auguro un sereno compleanno. Cammina lieve nel cielo, sorridi e scherza, come se fossi ancora tra noi. Mia stella neonata, sii felice. 

Un vasino per due. Parte prima

Dopo il cazziatone ricevuto in occasione dell’ultima visita di controllo dalla pediatra (ma come?? Ancora i ciucci? E i pannoloni? Ancora non glieli ha tolti??), eccomi qui, supermammadigemelline in action. La sfida dello spannolinamento non è cosa da poco, anzi. Così come levare i ciucci a due tigri arrabbiate abituate ad andare a dormire con l’amico fedele, tutte le notti, da oltre due anni. Non ricordo dove, ma leggevo che togliere il ciuccio ad un bambino lo sottopone al medesimo stress che prova un adulto che sta cercando di smettere di fumare. Con la differenza fondamentale che l’adulto lo sceglie in autonomia, il bambino no. Comunque, se sul fronte ciuccio siamo quasi a cavallo, nel senso che oramai di giorno non sanno nemmeno cosa sia, mentre la sera ancora fatichiamo a farglielo dimenticare, per la seconda problematica siamo molto, ma molto indietro. E lo scoramento mi coglie a ondate, forti e continue. Dopo un piccolo successo, ecco che si torna indietro.

togliere-il-pannolino-300x200Non so voi mamme come avete fatto e quali tecniche abbiate adottato, ma io ho spesso la sensazione che i modus operandi che per molte hanno funzionato alla grande, con le Gem non battano un chiodo. Ma andiamo con ordine. Se dovessi attendere che sia il padre a farlo, sono quasi certa che le ragazze andrebbero in prima elementare con pannoloni e salviettine nello zainetto. E siccome siamo in estate e il momento mi pare favorevole per questo compito ingrato, ho deciso di insistere a piè sospinto per raggiungere l’obiettivo.

Un vasino per due non è, come invece pensavo, un’idea brillante. “Non avranno mai voglia di fare la pipì contemporaneamente”, mi dicevo. “Portiamone solo uno, basta e avanza”. Ah, come mi sbagliavo. Anzitutto, se per puro caso una delle due riesce finalmente a centrare la seduta nel suo goffo tentativo di farci pipì, ecco che l’altra le sfila il vasino da sotto il sedere, millantando una necessità impellente di far la stessa cosa. Salvo poi sedersi, guardarsi intorno, rialzarsi soddisfatta (“fatto!”) e rovesciare il contenuto raccolto con tanta fatica dalla sorella, imbrattando pavimento, letto, gambe delle sedie. A turno, ciò che capita, capita.

Non parliamo, poi, di quando alla centocinquantesima volta che chiedo a Veronica “devi fare pipì? Ti ricordi che c’è il vasino?”, cui ottengo immancabilmente come risposta “no”, ecco che, appena tiratasi su, la pipì la fa eccome, ma fuori. Cosa c’è che sbaglio? Cosa potrei migliorare? Cos’è che le Gem non capiscono del concetto di “fare la pipì nel vasino” e non ovunque le porti lo stimolo? Va da sé che, in spiaggia, è ancora peggio. Se dentro casa, per lo meno, non sono distratte da mille e più stimoli, lì appena accenno alla parola “pipì”, unita a “vasino” scatta l’urlo di Tarzan. Forse pensano che sedersi e fare i propri bisogni davanti a tutti non sia esattamente la cosa più elegante del mondo. E tutti i torti non li hanno. Ma dal pensarla così a manifestare una vera e propria idiosincrasia al WC, bè, questa è tutta un’altra storia. La nostra, purtroppo.

E niente, al “Vasino per due. Parte prima” va aggiunta una seconda appendice relativa all’ “atto” grande. La cacca, questa nemica. Apro una brevissima parentesi con un ricordo di circa 28 anni fa, pannolone già tolto, mare di Sanremo, medesimi problemi di “tenerla”. E ancora rido di gusto. Magari ve ne parlerò in un prossimo post. Comunque, l’altro giorno decisa a tutto pur di raggiungere il mio obiettivo, lascio le Gem senza pannolone, mentre noi pranziamo. Incauta…. E fu così che si scatenò il putiferio. Mentre una era impegnata a far pipì da brava bambina grande nel vasino, l’altra proclamava a gran voce la sua necessità di fare la cacca. Ho pensato “ma che brave, finalmente capiscono lo stimolo e lo associano al vasino!”. Ma, come già ho anticipato prima, il problema di averne uno solo si è concretamente manifestato. Mentre disperata tiravo su Ludovica dal vasino a tutta velocità, piazzandola sul bidet per lavarla, l’altra cominciava comunque la sua fase di evacuazione. Al che, mollata Ludovica sul bidet, sono corsa da Veronica, l’ho portata sul water dei grandi, urlandole nel frattempo “MA CHE BELLOOOOOOOO, FACCIAMO LA CACCA COME I BAMBINI GRANDI!!!!!!”, l’ho piazzata seduta sopra (senza riduttore) e l’ho tenuta lì, in bilico, per farla finire. Niente. Pianto disperato e blocco creativo. Nulla di nulla. Allora l’ho lavata e l’ho lasciata andare. Libera di ribaltare il vasino non ancora svuotato e, successivamente, di finire quello che l’ispirazione mancata le aveva momentaneamente bloccato in camera da letto. E Ludovica? Bè lei, nel frattempo, aveva trovato un posto altrettanto garante della privacy, sotto il tavolo della cucina, e aveva anche lei finito l’operazione.

Non sto a raccontare altro, perché rischierei di cadere nel trash. Tra risate (mie) e improperi di varia natura e non riproducibili qui (del padre), l’avventura si è conclusa con un lavaggio estremo di tutti i pavimenti della casa, in un tripudio di alcool e disinfettante.

Così si è conclusa questa prima parte. Speriamo che con il prossimo episodio le cose vadano meglio. Alla prossima puntata! Abbiate fede.

A Menton il rimbombo di Nizza

Siamo arrivati ieri. Macchina stracarica, siluro sopra il tetto contenente di tutto un pò, dal passeggino alle sedie da agganciare al tavolo, dai lettini da campeggio ai materassini, dai vasini per imparare a fare pipì “come i grandi” a quintalate di pannoloni, che se per caso non ce la fanno, meglio essere premuniti dell’occorrente. Nel bagagliaio quattro valigie stile profughi in viaggio verso l’America, che nemmeno Lady Gaga in tournée ne ha così tante e stracolme. Il viaggio fila liscio, niente traffico diverso nel suo genere da ogni, ordinario, martedì. Nemmeno alla frontiera c’è il tanto temuto blocco delle auto. Gli immigrati li hanno bloccati altrove, o forse semplicemente non si vedono.

MentonSospel, Garavan, Casinò Barriere, ed eccoci arrivati sotto casa. Giro per i parchetti tanto amati, dal Giardino degli Stati Uniti, all’enorme piazza fiorita fronte casinò, alla rue pietonne, verso la giostra. Giretto di riscaldamento, urla da scuoiamento in corso per scendere, occhiate misto curioso compatito divertito indifferente delle persone intorno a me, che anche se mi vedono trafficare usando tutto ciò che è in mio potere, dalle braccia, alle gambe, ai denti, non mi vengono in soccorso. No, preferiscono farsi i fatti loro e, forse, godersi lo spettacolo. Il ritorno a casa e un pò come un viaggio a occhi chiusi: anche se non potessi vedere, saprei esattamente dove scansare una piastrella scheggiata, dove evitare il banchetto dei gelati che si pagano a peso d’oro, dove sedermi, nel caso fossi stanca. Dopo tanti anni, Menton è davvero un pò una seconda casa.

Dopo cena, quando finalmente riesco a far dormire le piccole iene sovraeccitate, io e Andrea scendiamo a rilassarci un pò. Come quasi sempre, scendo prima e lo aspetto giù (mentre lui finisce di prepararsi, che persino Moira Orfei con tutto il suo trucco a impalcatura ci avrebbe messo meno), per gustarmi i profumi noti, per scoprirne di nuovi, per scorgere qualcuno che conosco, per sbirciare le vetrine dei miei negozi preferiti. Un momento, come al solito, che è solo mio. Solitudine e pace, per 15 minuti. Ma c’è qualcosa che stona. Fatta eccezione per il numero dei passanti, che negli ultimi anni è andato diminuendo gradualmente, vuoi per la crisi, vuoi per i costi e le preferenze, quest’anno c’è, appunto, una nota stonata. Tutta la città è piantonata da militari in tuta mimetica, con i mitra spianati, pronti all’uso. A Milano li vedo tutti i giorni, non sono una novità. Ma qui, a Menton, il luogo di vacanza più tranquillo che abbia mai vissuto, la loro vista mi suona come uno sparo. Anzi, sei. Sei colpi di pistola, uno dietro l’altro, a distanza di cinque minuti. I proiettili viaggiano in coppia, sui due lati della strada. Si guardano intorno, finti noncuranti, finti tranquilli. Ma si vede che sono dei ragazzini, che se succedesse qualcosa, chissà come reagirebbero. Magari addestrati meglio di tutti. Ma pur sempre dei ragazzini. La pelle sbarbata, gli occhi ancora puliti.

E allora mi rendo conto che il terrore è arrivato, purtroppo, anche qui. Che la sua eco ha viaggiato da nord a sud, fermandosi ovunque come una cappa. Che la strage di Nizza ha colpito non solo la località della Costa Azzurra, ma tutte le città limitrofe. Che quei bastardi che vivono di terrore, che sventolano la bandiera di Allah per pescecani assetati di soldi e ricchezza (e che Allah manco sanno chi sia), che falciano vite come se fossero erba secca, non si sono fermati a Nizza, Londra, Parigi, Bruxelles, ma sono ovunque. Anche qui, nella tranquilla Menton. Non fisicamente, spero e mi auguro, ma con lo spirito. Quello spirito di terrore, paura, diffidenza che ci rende sospettosi, che ci fa guardare al nostro vicino come se fosse il prossimo, possibile attentatore.

Non credo che colpiranno qui, no. Tuttavia, sono riusciti a rovinare un clima di tranquillità, gioia, relax, a tratti anche sana noia, che per tutti questi anni ho avuto il piacere di vivere. Bè, sapete cosa c’è, io me ne frego! Viva Menton, viva le vacanze. E che Dio ce la mandi buona.

Il coraggio di Hillary

Clinton, ovviamente. Sarò onesta: non ho parteggiato mai per alcun candidato alla Casa Bianca come invece sto facendo quest’anno. Hillary mi piace. Ha portato con orgoglio corna infinitamente lunghe e pesanti, facendole passare per amabili cappellini bon ton. Ha avuto una figlia che assomiglia più a Don Chuck Castoro che ad una affascinante ragazza americana, eppure le ha trovato un marito che, laddove la loro famiglia dovesse cadere in disgrazia, avrà per tutti loro un enorme, redditizio paracadute di salvataggio. Ha sempre e comunque fatto buon visto a cattivo gioco, anche se, a dirla tutta, secondo me nell’intimità un paio di calci ai gioielli di famiglia di Bill suppongo li abbia dati. Eccome. Ma sempre con un aplomb lodevole.

hillary-clinton_3Inoltre, tutta la merda che le hanno buttato e le buttano tuttora addosso gli oppositori mi ha fatto propendere, come spesso accade, per un forte, concreto sostegno di genere nei suoi confronti. Le accuse che le sono state mosse, di ogni foggia e tipo, mi hanno portata quasi a ritenere che fossero dovute quasi esclusivamente ad una forte, atavica misoginia. Hillary da fastidio: è forte, indipendente, ha carisma e potere da vendere. E’ una donna che chiede ciò che vuole e ciò di cui ha bisogno. Apertamente. I supporter di Trump hanno, lentamente ed inesorabilmente, fatto un lavoro di fino per sminuire la signora Clinton, facendola anche passare per disonesta. Ma se persino Abramson del New York Times afferma che “dopo numerose ricerche, devo affermare mio malgrado che Hillary Clinton è una donna fondamentalmente onesta e di cui ci si può fidare”, pare proprio di essere arrivati quasi alla fine del mondo. O, molto più semplicemente, alla resa dei conti.

Forse, dopotutto, l’americano medio riuscirà ad uscire da una prassi consolidata di sessismo misto a misoginia pura e semplice. Le gonne (seppur non indossate, ma eventualmente valida alternativa ai pantaloni) non piacciono, nonostante i proclami più o meno a furor di popolo di uguaglianza, di genere, di sesso, di quello che vi pare.

E quindi si è arrivati al responso finale: Hillary non è la “bugiarda congenita” di Safire (citazione dal suo articolo Blizzard of Lies), Hillary non è la “disonesta” di Michael Arnovitz (cit. dal suo articolo Thinking about Hillary – A Plea for Reason).

Nel corso dei mesi, la signora Clinton è stata accusata di qualsiasi cosa, compreso il suo abbigliamento “inopportuno”. A giugno (il giorno in cui è stata ufficialmente nominata Candidata alla Presidenza per i Democratici), Hillary è stata violentemente criticata per aver indossato una giacca di Armani. Una giacca Armani! OH MY GOD! A qualcuno è mai venuto in mente di chiedere, che so, a Bill, cosa indossasse? O a Obama? E se anche l’avessero fatto, pensate che avrebbero criticato il loro abbigliamento firmato? Never, ever! Mai e poi mai.

La verità è che, nella democratica, grande, potente America (ma anche da noi, per carità) le donne, le donne di colore, gli uomini di colore, i gay, le lesbiche, i trans e qualsiasi altra persona non faccia parte del “normale” sentire comune, è sempre e comunque sottoposta a giudizio.

Nello specifico Hillary ha, prima di tutto, un unico, enorme difetto che si porterà dietro per sempre: è una donna. Non solo. E’ una donna che aspira ad una posizione di potere. Un’ambizione, questa, prettamente (e di esclusiva proprietà) maschile.

La schifosa propaganda Repubblicana ha fatto, in parte, il suo dovere. Io mi auguro che gli americani comincino a pensare con la loro testa. Hillary e il suo programma sono positivi anche per specifiche porzioni della popolazione: persone di colore, persone indigenti, persone portatrici di disabilità, veterani di guerra, LGBT. Oltre a tutti gli altri. Gli altri che vengono considerati “normali”, l’elettorato sul quale puntare. Sempre e comunque.

Se fossi americana, voterei per Hillary Clinton! Vote for Hillary!

 

 

Moggiat & altri compositori

Ovvero, della musica classica secondo Attila e sua sorella. 

Moggiat (Mozart) è al momento in testa nella top ten dei compositori preferiti dalle Gem nel nostro rito pre-nanna serale. Il video scorre su sonata in Do maggiore, mostrando dipinti che ritraggono l’artista, e la musica è inframmezzata da una cronaca, minuto per minuto. “Eccolo qui!” “Casa Moggiat!!”. Ma, su tutto, per lui abbiamo una categoria specifica: Moggiat è monello. Veronica dixit. 

moggiat il monello

In seconda posizione, testa a testa, ci sono Beethoven e Bacche (Bach), il primo con Moonlight Sonata, il secondo con Preludio in Do maggiore. Mentre per il primo la musica viene accompagnata da “luna!”, “Casa Beethoven” e “mare” (a seconda delle immagini che scorrono), il secondo suscita commenti quali “ecco Bacche!”, “eccolo qui, trovato!”, “è bravo”. Per le categorie, invece, è tutta un’altra storia: Beethoven guida la macchina, mentre Bach va a fare la pappa. 

La rassegna prosegue con Chopin e Bibaldi (Vivaldi). Il primo con il Notturno, il secondo con la Primavera e, se reggono, anche l’Estate. Chopin è “stanco”, ha “sonno” e si è “seduto”. Insomma, è uno sfaticato. Ma “bello”. Per Vivaldi, invece, abbiamo tutta una serie di sentimenti contrastanti di amore-odio. Odi et amo. A giorni alterni è “bravo”, “bellissimo” (de gustibus…) e “grande”, in altre occasioni “no piace”, e allora scattano le urla a sirena. 

Oh Signore, dacci oggi la nostra razione di musica classica quotidiana, ma non ci indurre in urla e strepiti, ma accompagnaci in un sonno sereno. Amen. 

Mare mare mare

Il salato profumo del mare

Forte forte vi farà cantare. 

La spiaggia ghiaiosa e cocente

Presto e lesta diventerà il vostro campo di battaglia

Coi cappellini che cercherete di strappare

Via, più veloci della risacca del mare,

Paletta, secchiello e braccioli, per un tuffo nell’estate tutta da vivere.  

Mille occhi controlleranno le manine veloci e pronte a far delle pietre succose caramelle, 

Cento i tuffi che chiederete ridendo di fare, ancora e ancora, in questo limpido mare. 

E poi via, alla scoperta dei carruggi stretti e acciottolati, per le strade e le piazzette,

Lungo vicoli e chiesette. 

Arroccate e colorate, attraverso parchi e giardini, nella città del sole e dei limoni. 

Però, ti prego, caro amico gabbiano, per quest’anno lascia stare, niente cacche o deiezioni, ché le bimbe son diavoletti 

E se ti prendono, Attila e sua sorella, tosto tosto rischi di finire in padella. 

Menton, nous arrivons! 

Il ragazzo giusto, Vikram Seth

Brahmpur, India del nord, anno 1951. Rupa Mehra, che si fa chiamare da tutti quelli che conosce MAMMA, ha appena finito di festeggiare il matrimonio della figlia Savita e già sta ragionando su come sistemare l’altra figlia, Lata, ovviamente con un “buon partito”, deciso ed approvato da lei e da lei solamente. Tuttavia Lata vuole opporsi all’usanza dei matrimoni combinati, desidera fortemente scegliere da sé l’uomo giusto per lei. Quello col quale condividerà tutta la vita. Come nella migliore tradizione dei romanzi indiani, in 1618 pagine che volano via in un attimo, si intrecciano le storie di uomini, donne, bambini, tradizioni indù e mussulmane, sentimenti, passioni e avvenimenti storici.

9788850237043_il_ragazzo_giustoQuesto romanzo può sembrare un mattone e, in fondo, lo è. Un mattone che si va a posare nel cassetto della memoria, rendendola più forte, ricca e meravigliosamente bella. Ci ho messo un pò di mesi a completarlo, vista l’impossibilità di leggerlo tutto d’un fiato, come avrei fatto prima che arrivassero le Gem. Ma, pur nella consapevolezza che 4 mesi sono tanti, ora che l’ho terminato sento di aver salutato per sempre un amico. Un amico che mi ha tenuto compagnia, mi ha rallegrata, mi ha tenuta con il fiato sospeso. Un amico che mi ha fatto viaggiare, sognare, pensare, ridere. Un amico che mi ha regalato un finale a sorpresa, che mai avrei potuto immaginare.

Il ragazzo giusto, di Vikram Seth, è edito da TEA e costa 18 €. 18 € ben spesi.