Voglia di New York? Da gennaio c’è un nuovo indirizzo

Apre il 17 gennaio a Manhattan, Times Square West. Cosa? Il DoubleTree by Hilton Hotel.

dt_htlskyline_677x380_fittoboxsmalldimension_centerIl Gruppo Crescent Hotels & Resorts ha annunciato qualche giorno fa, con orgoglio, l’apertura dell’ultimissimo neonato delle catena. 37 piani, 612 camere, Magnolia Restaurant, Lovage Rooftop Lounge. Il tutto, a due passi dall’effervescente e movimentato Distretto di Broadway, sulla 40th Street, tra l’8^ e la 9^ Avenue, sull’angolo a sud-ovest di Times Square. Non male, come posizione! Se si pensa, poi, che dalle ampie vetrate della propria camera a strapiombo sulla strada si godono viste su Times Square, il fiume Hudson, la Freedom Tower e l’Empire State Building, di certo questo nuovo indirizzo dell’ospitalità newyorchese diventerà presto uno dei più frequentati dai turisti provenienti da tutto il mondo.

Ristorante a parte, la vera chicca sarà la Lovage, la chicchissima ed esclusiva lounge posta all’ultimo piano dell’edificio, riscaldata e protetta da vetrate, dalla quale gli ospiti potranno gustarsi le meraviglie della Grande Mela dall’alto, sorseggiando un cocktail.

Inoltre, per chi viaggia con il proprio amico a quattro zampe, va segnalato che l’hotel è pet-friendly e propone pacchetti e servizi ad hoc per chi viaggia con i pelosetti.

Insomma, il nuovissimo DoubleTree by Hilton Hotel è perfetto per chi non ha mai visitato New York, ma anche per chi, invece, c’è già stato e desidera ritornarci, trovandosi in posizione privilegiata, a breve distanza dal Rockfeller Center, dal Chrysler Building, da Madison Square Garden e da altre attrazioni iconiche della metropoli.

Il costo della camera doppia, a notte, parte da 169 $!

Mille luci colorate (e Natale ovunque)

La preparazione dell’alberto di Natale (e le decorazioni varie), a casa mia, sono un momento epico. Quasi il dispiegarsi di un’armata prima della battaglia finale. L’Armageddon, insomma. Ogni anno ad Andrea viene un mezzo infarto. Comincia a tremare già a settembre quando io, in pieno delirio di onnipotenza, parlo di luci e palline colorate mentre fischietto amabilmente “Tu scendi dalle stelle”. Gli altri, lui compreso, piangono ancora le vacanze appena terminate. Io no. Io comincio il conto alla rovescia alle festività natalizie. Dopotutto, è molto meglio pensare alle vacanze prossime, piuttosto che sciogliersi in lacrime per quelle appena passate, no?

15337416_1111973122254787_3447476384442974097_nIeri è stato il gran giorno. Io, a dire il vero, avrei preparato l’albero e il presepe già la settimana precedente. Ma purtroppo non ci è stato possibile. Perciò, sabato mattina l’ho svegliato al trillo di “domani facciamo l’albero!”. Ed ecco che, mentre il mio sorriso andava da un orecchio all’altro, il suo si increspava in un ghigno di terrore. Sì perché io non faccio solo l’albero di Natale. E non allestisco solo il presepe.

Io piazzo, un po’ ovunque, gingilli di qualsiasi foggia e colore e tipo. La casa quasi implode per il peso aggiuntivo di cui carico ogni singola parete, che sia libera o meno. Via quindi a peluche natalizi, babbi natale, renne, befane su scope moderne, slitte, centritavola colorati, boule de neige che risuonano al ritmo di “We wish you a Merry Christmas”, festoni stroboscopici. Riempio ogni angolo disponibile. Entrando in casa è impossibile non notare che il Natale è prossimo. Praticamente dietro l’angolo.

L’allestimento dell’albero, in particolar modo, è affar mio. Mentre Andrea arranca su per le scale borbottando parole irripetibili, sotto il peso dei 40 kg di abete per oltre due metri di altezza, io dispongo tutto il necessario in bella mostra in un angolo. L’unica cosa che fa Andrea, oltre a sobbarcarsi il peso del Natale sulle spalle dalla cantina al luogo X, è quella di sistemare le luci. Chilometri e chilometri di luci! Il resto, ripeto, lo lascia a me.

Ieri ho bardato per bene l’abete mentre le Gem dormivano. Ho preparato il presepe (e, come sempre, il bambino Gesù è già nato…). Ho decorato quadri e pareti. A lavoro finito, ho ammirato l’insieme con il solito, felice, sguardo soddisfatto. Ma la gioia più grande me l’hanno data Ludovica e Veronica che, al loro risveglio, hanno apprezzato l’ambiente natalizio al suono di “oh” e “ah”.

Viva il Natale, quindi. A maggior ragione adesso che ci sono le bambine.

Sempre nei miei pensieri.

Oggi è il 24° anniversario della morte di mio papà. La cosa mi tocca talmente poco che ho dovuto fare il calcolo esatto con la calcolatrice. Così, tanto per rendere l’idea. L’altro giorno ho scritto la mia personalissima lettera a Babbo Natale. Una lettera che ha suscitato l’ilarità di alcuni e la partecipazione sincera di altri. Ci sta. Il mondo è bello perché è vario, variegato e, a tratti, avariato. Nella lettera da cretina che ho scritto avrei dovuto anche aggiungere un pensiero per mio papà. Che so, nel paragrafo sulla giratempo, avrei potuto esprimere il desiderio (anche) di tornare indietro di, diciamo, 25 anni.  E invece non l’ho scritto. Perché? Perché nella letterina ho menzionato un’altra persona cara che è mancata quasi 9 mesi fa. Il mio secondo “papà”, il mio padrino, mio zio. Con ciò non voglio dire che abbia sostituito mio padre, per carità. Però certamente è stata una figura maschile molto importante, che ha svolto a dovere, con cognizione di causa e ottimamente il suo ruolo di padrino. Tanto che, ricordo, un giorno gli dissi che avevo scelto Edoardo ed Alessandro come padrini delle mie figlie perché sapevo che avevano avuto un’ottima scuola di vita. “Hai fatto un ottimo lavoro, per me”, gli dissi. E ricordo ancora l’espressione compiaciuta che balenò per un attimo sul suo viso.

ante1Bene, oggi allora elaboro un pensiero per il mio papà. Un omone dalle indiscutibili capacità di relazione con il prossimo, che mi amava tanto e che ci ha lasciato quando avevo solo 12 anni. Per grossi problemi di salute, è mancato dopo un ricovero di oltre un mese in ospedale. Un mese in cui l’ho potuto vedere solo durante il weekend. Un mese in cui mai avrei pensato che non sarebbe tornato a casa e che avrei dovuto, sì avrei dovuto, fare tesoro di ogni ora che trascorrevo con lui. L’ultima volta che l’ho salutato me la ricordo benissimo. Il suo era un sorriso triste, quasi se lo sentisse. E io,  nella mia adolescenziale scempiaggine e stupidità, non l’ho nemmeno notato. L’unica cosa a cui pensavo era che mi stavo perdendo la festa di compleanno di una mia compagna di classe. Quando in realtà stavo per perdere molto, molto di più.

Ma così è. Purtroppo.