Meno quattro

E’ quasi quel giorno. Il giorno in cui ti rendi conto ancora di più che gli anni passano davvero, non così per dire. Non mi è mai importato molto d’invecchiare. Che poi, detto da una che a breve ne farà 38, la questione fa anche un po’ ridere. L’unico vero scossone l’ho provato al passaggio dai 20 ai 30. Quel 30 mi ha mollato un pugno nello stomaco, lasciandomi quasi senza parole. Non so se per tutti è così, ma pensare di entrare nella vera età adulta, è una storia un filo comica e un filo triste.

black-vintage-1979-women-s-t-shirts-women-s-v-neck-t-shirtComica perché adulti, alla fine, non lo si è mai del tutto. Prendete me, per esempio. Nonostante la soglia dei quasi “anta” adoro ancora Hallo Kitty. E se ritrasmettessero in TV le repliche di Creamy sono sicura che le registrerei tutte. Per contro, si può definire triste perché l’età adulta ti porta inevitabilmente a sbattere a muso duro contro problematiche, sofferenze, decisioni, strappi. E non c’è nessuno, e dico proprio nessuno, che possa vivere tutte queste cose per te. Non avrebbe nemmeno senso, a dirla tutta.

Poi, alla soglia degli “anta”, ci pensi un po’ più su e ti dici: “sai cosa c’è? C’è che ogni problema, sofferenza, decisione, strappo può, alla resa dei conti, essere un eccezionale punto di partenza per qualcos’altro. Qualcosa, chissà, magari anche di più grande”. Ogni esperienza non è un traguardo, ma un nuovo, stimolante punto di inizio. Prendete il caffè, per esempio. Per anni l’ho bevuto zuccherato. Mi pareva quasi impossibile provare a sorbirlo senza un’aggiunta dolce. Da quasi 4 lustri, invece, lo apprezzo e lo adoro solo amaro. Amarissimo, anzi. E c’è chi dice che il vero aroma del caffè si può realmente apprezzare solo così: puro e senza aggiunte. Anche se poi, in realtà, io del latte ce lo metto sempre. Amaro sì, ma da solo mai.

Insomma, 38 anni sono davvero pochi per fare dei bilanci importanti, benché io della mia vita possa dire, tutto sommato, di essere soddisfatta. La fortuna più grande che ho avuto, comunque, non è quel benedetto tesserino da giornalista, per il quale ho sudato, studiato, passato notti insonni, dato un esame, palpitato e che poi, alla fine, ho conseguito. Non è quella di aver viaggiato ovunque, visto molto, apprezzato di più. Tutte queste cose, certo, mi hanno dato soddisfazione. Mi hanno resa felice. Ma, e come sapete c’è sempre un MA, l’unica vera ed incontrovertibile fortuna è stata quella di avere le mie figlie. Che (di nuovo) non mi fanno dormire la notte (e con la febbre è anche peggio), che buttano tutto per aria, che sono chiassose e indisciplinate, che fanno le bizze, vengono sgridate e si offendono. Che mi costano un occhio della testa, anzi quasi due. Che, però, sono una parte di me. E certamente mi auguro la migliore. Se nel mio personalissimo bilancio dovessi mettere anche un desiderio per il futuro, a parte volerle felici, non vorrei nient’altro. Perché ho già avuto l’enorme fortuna di sapere che, alla fine, una parte di me l’ho trasmessa a qualcuno.

E comunque io non sono vecchia, sono vintage!

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