L’ultimo viaggio

lasciare-passato-3Ci sono cose che non vorresti mai vedere, eppure non le puoi evitare. Per quanto tu cerchi di scamparle, correndo come in una corsa ad ostacoli, cadendo e rialzandoti, quando ti guardi indietro vedi che i tuoi peggiori timori e le tue paure sono lì, a pochi passi. E non puoi fare niente. Puoi solo fermarti, farti investire, andare come in apnea e, poco a poco, risalire sulla superficie.

Ho in mente questa scena. Una scena che non troverà mai un posto nell’oblio della memoria. Potrà finire nel cassetto dei ricordi latenti, forse, ma non scomparirà mai del tutto.

A maggior ragione adesso che sta per arrivare l’odiato giorno della ricorrenza. Il doloroso giorno dell’anniversario. Di un anniversario che non vorresti mai ricordare, eppure c’è. E’ lì. Sotto la sabbia, pronto a schizzare fuori come un serpente.

E la scena, oggi e nei prossimi giorni più che mai, mi si ripresenta continuamente. Ronza, si infila subdola tra una chiacchiera e un sogno.

Il ragazzo è elegante come sempre, compreso nel suo ruolo. Sa che ora tutto è sulle sue spalle. Ha lo sguardo fisso davanti a sé, saluta compito chi gli stringe la mano, abbozza un sorriso. E so, lo so!, che quel sorriso gli costa uno sforzo indicibile. So che l’unica cosa che vorrebbe sarebbe quella di trovarsi da solo, sulla sua macchina, a sfrecciare più veloce che può. Senza quasi badare ai limiti, alle curve, a chi gli scorre di fianco. Vorrebbe solo che la giornata finisse, più in fretta possibile. Ma non può essere così e quindi incassa le spalle, gravate da un fardello che non vorrebbe e non dovrebbe portare. Non ora, per lo meno. Alza le spalle con quel tic appena accennato che gli esce fuori quando è nervoso. Quando non è a suo agio. Dice “Andiamo?”.

E mentre lo dice, prende in mano una piccola cassa. La tiene con entrambe le mani. Come si terrebbe un bambino appena nato, con quel misto di delicatezza e di stupore, leggermente protesa in avanti. La tiene a distanza, la scatola. I suoi passi sulla ghiaia sono lievi e un filo strascicati, gli occhi fissi guardano nel vuoto, le mani strette sulla scatola. Così strette che, mentre le guardo, vedo quanto sono bianche le nocche. Sembra quasi che le mani stiano trasportando un peso indicibile. E so che non è così. Non è il peso dell’involucro, ma quello del futuro che la rende così greve.

La lontananza sai è come il vento
che fa dimenticare chi non s’ama
è già passato un anno ed è un incendio
che mi brucia l’anima
io che credevo di essere il più forte
mi sono illuso di dimenticare
e invece sono qui a ricordare
a ricordare te.

 

 

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L’Italia sulla vetta del mondo

A livello di ospitalità, ovviamente. Ben 16 hotel italiani sono stati inseriti nella classifica dei migliori indirizzi ricettivi del globo e occupano le prime posizioni. Italia batte Inghilterra e America 16 a 0 (o quasi).

La classifica è stata stilata da Elite Traveler, pubblicazione newyorchese che viene distribuita sui jet privati e nei terminal dei summenzionati. Questa rivista si occupa di lusso e lifestyle e, per le sue indagini, coinvolge consumatori con un potere di spesa alto-altissimo. Roba da ricchi. Roba che noi, comuni mortali, ci permettiamo forse una volta nella vita, durante la luna di miele.

img-93-maxLa classifica di quest’anno ha posto l’accento sugli hotel più desiderati, bramati e amati al mondo. L’Elite Traveler Top 100 hotel, appunto. Una guida al lusso e all’esclusività che fornisce ai Paperoni mondiali consigli e dettagli su dove soggiornare e sui posti da non perdere.

Finalmente l’Italia primeggia per qualcosa di positivo, anche se dipende dai punti di vista. Sulla vetta del mondo troviamo Positano. E le successive 15 posizioni sono tutte occupate da hotel italiani. Un risultato mai raggiunto da alcun’altra destinazione, città o contea. Con buona pace di francesi e inglesi che si sentono sempre migliori di tutti. Viva il Made in Italy, dunque.

Tra le città principali inserite al vertice troviamo Venezia, Positano, Firenze, Capri, Ravello, Roma e Milano. Per le regioni, viene menzionata la Sardegna. Per quanto riguarda le capitali mondiali, New York, Londra e Parigi provano a tenere testa al Bel Paese.

Scopriamo insieme quali sono gli indirizzi al top, per portafogli altrettanto elitari.

  1. Capri Palace Hotel & Spa, Capri
  2. J.K. Place Capri, Capri
  3. Villa d’Este, Cernobbio
  4. Belmond Villa San Michele, Firenze
  5. Four Seasons Hotel Firenze
  6. Park Hyatt Milano
  7. Belmond Hotel Splendido, Portofino
  8. Il San Pietro di Positano, Positano
  9. Le Sirenuse, Positano
  10. Belmond Hotel Caruso, Ravello
  11. Palazzo Avino, Ravello
  12. Hotel de Russie, Roma
  13. Hotel Cala di Volpe, Luxury Collection Hotel
  14. Aman Venezia, Venezia
  15. Belmond Hotel Cipriani, Venezia
  16. Palazzo Gritti, a Luxury Collection Hotel, Venezia

Perché sono così unici? Il San Pietro di Positano 5* lusso (Relais & Chateaux), per esempio, è l’unico hotel della città ad avere accesso diretto alla spiaggia privata. Una location magica circondata da acque cristalline e sulla cui spiaggia troviamo un ristorante e un bar. Ma non solo. Gli ospiti possono anche prenotare Joey per l’intera giornata. Non è un maggiordomo, né una baby-sitter, ma uno yacht privato che permette di godere nel modo più esclusivo ed elitario possibile della bellezza della costiera amalfitana senza mischiarsi troppo alla plebe. Alla maggior parte di noi, insomma. 496 € in bassa stagione, a notte (IVA esclusa, ma colazione compresa…)

Il Belmond Hotel Cipriani, per contro, dispone di una piscina olimpionica, l’unica di questo genere a Venezia, mentre gli ospiti di Palazzo Gritti hanno la possibilità, se lo desiderano, di seguire i corsi di cucina veneziana presso la Scuola Epicurea. La camera classica, qui, costa a partire da 600 € a notte, in bassa stagione.

Prezzi alti, sì, ma non completamente inavvicinabili.

Per il resto del mondo, invece, spiccano New York con i suoi Four Seasons Hotel, Mandarin Oriental, The Greenwich Hotel, The Peninsula, The St. Regis New York, il Carlyle, A Rosewood Hotel e il Baccarat Hotel & Residence.

Bene, non ci resta che tenere d’occhio i siti per approfittare delle super offerte scontate che, prima o poi, quasi tutti gli hotel fanno.

Ecco perché Trump non è stupido come sembra (quando attacca i giornalisti)

C’è stato, la scorsa settimana, un intervento molto interessante tenuto da Bret Stephens, giornalista del The Wall Street Journal, all’Università della California, a Los Angeles.

Tema dell’incontro l’integrità intellettuale al tempo di Trump. Il giornalista ha cominciato affermando che alla base imprescindibile del lavoro presso il quotidiano (come in tutte le testate) sta la verità. Sempre e comunque. E quando si legge un articolo pubblicato sul The Wall Street Journal si può essere sicuri che, prima della pubblicazione, tutte le dovute verifiche del caso sono state fatte accuratamente. L’idea centrale e fondamentale del giornalismo, in qualsiasi paese lo si eserciti, è quella che impugna la spada della verità: i fatti sono fatti. Punto. La verità deve sempre e comunque essere scissa dai temi falsi e dalle falsità in generale.

trumphayesFatta questa premessa, nel momento in cui il 45° Presidente degli Stati Uniti, Mr. Trump, afferma che i media sono “disgustosi e corrotti”, viene da chiedersi se non si sia dato al suo drink serale ben prima dell’orario consentito. (Per un’idea di cosa ha esattamente vomitato Mr. Trump, si legga l’articolo pubblicato sul Time online, a questo link).

Molto spesso, Mr. Trump, il Presidente (!), taccia i reporter e i media in generale di veicolare notizie false. Il suo entourage definisce la stampa come “il partito d’opposizione”, ridicolizza le notizie, contatta le redazioni per far licenziare i giornalisti scomodi. Lo sapevate che Mr. Trump vuole rivedere la legge sulla diffamazione, in modo da poter più facilmente intentare causa contro i media? Tutto ciò, suppongo, non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti d’America. Non ce l’ha. Non in quella recente per lo meno.

Per farla breve, Mr. Trump sta cercando di destituire i così detti media tradizionali, a favore di quelli che piacciono a lui: sostituire, quindi, le notizie con la propaganda, le informazioni con una “verità” altra.

A me, e certamente anche a voi, questa cosa fa paura. E molta. Soprattutto se viene da un paese democratico come l’America. Impeachment save America!

Di recente, Mr. Trump ha avuto un’interessante discussione con un giornalista che gli ha chiesto: “Cosa c’è di vero nelle critiche mosse nei suoi confronti a proposito di affermazioni che lei ha fatto, ma che non può provare come, ad esempio, che ci sono tre milioni di alieni illegali che hanno votato alle recenti presidenziali?”.

Risposta: “Molte persone hanno dichiarato che ho ragione”. Scusate, ma ci sono anche “molte persone” che dicono che Jim Morrison vive felice su un’isola caraibica e che non è mai morto. “Molte persone” affermano che Moana Pozzi fa la bella vita chissà dove e chissà con chi. Ma non ne abbiamo le prove. Perciò non possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che sia la verità.

I fatti, caro Mr. Trump, devono basarsi su argomentazioni serie e comprovate. Controllate e ricontrollate.

Tuttavia, mi sento di dire che Mr. Trump non è, molto semplicemente, un cretino. Il Presidente contro-replica alla richiesta di FATTI non negando i fatti, ma negando la RICHIESTA.

Il mondo di Mr. Trump ruota intorno alla sostituzione di termini quali “verità” e “menzogna” con “giustizia” e “ingiustizia”.

“America first”, certo, ma chissà a quale prezzo.

Perché il piemontese si distingue. E non è facile capirlo.

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Tradotto: vuoi che te la racconti?

Ho avuto la fortuna di trascorrere moltissimo tempo con i miei nonni. Le mie nonne parlavano indifferentemente italiano e piemontese (quella paterna, ogni tanto, commetteva qualche scivolone, ma poco importa). Il mio nonno paterno, invece, parlava piemontese alla grande, mentre l’italiano era un po’ una sorta di lingua diplomatica, da usare solo in determinate occasioni. Non che non lo parlasse, per carità, ma preferiva il dialetto. Io, ahimè, nonostante lo capisca benissimo, non l’ho mai parlato.

Ci sono alcune espressioni piemontesi che, per chi non conosce il dialetto, suonano strane e bizzarre, soprattutto se vengono italianizzate. Eccone qui alcune che adoro e che ben rappresentano il concetto.

  • per i piemontesi i bambini non si partoriscono, si comprano
  • lavi i pavimenti? Non usi la candeggina, ma la conegrina
  • L’insalata si mangia nel “grilletto”
  • Se vuoi mandare a quel paese qualcuno, con eleganza, gli dici di “andare a comprarsi un casù (mestolo)”
  • i piloni degli edifici si chiamano piglie
  • lo chignon è il puciu
  • la quercia ha un doppio significato: può essere una pianta o il coperchio di una pentola
  • se vuoi poco di qualcosa, non dici un pezzettino, ma una scheggia
  • le streghe non si chiamano streghe, ma masche
  • un bambino o una bambina in carne non sono cicciottelli, ma teffi (da leggersi senza pronunciare la e)
  • una persona sciocca è un gadan o un balengu
  • gli ebeti sono beté
  • in ufficio ci si porta il barachin
  • i soprammobili, soprattutto se se ne hanno tanti, si chiamano ciapa-puer (letteralmente, acchiappa-polvere)
  • quando studi, a qualsiasi livello tu sia, i nonni ti chiedono sempre se hai fatto “i compiti e le lezioni”
  • una persona rozza si definisce patelavache (tradotto, uno che picchia le mucche)
  • la cacca si chiama büsa
  • chi se la tira viene definito blagheur, ma vuole anche dire mettersi in mostra
  • le tagliatelle si chiamano tajar (e per favore, leggete la j come se fosse una i)
  • quando guardi la televisione dici che ne “guardi un pezzo”
  • le storie non si raccontano, si contano

Ovviamente, ce ne sono molte altre, ma per il momento mi fermo qui. Metabolizzate! 🙂

Tienimi per mano, andremo lontano

Guardo le vecchie foto e non mi sembra possibile che tu sia cambiata così tanto. Anche io sono diversa, con qualche ruga in più. Siamo invecchiate entrambe, insieme. O quasi. Sì, perché sono anni ormai che non abitiamo più nella stessa casa. Sono decenni che le nostre strade si incontrano a ritmi cadenzati. La tua voce è la prima della famiglia che sento ogni mattina.

io-e-mammaGuardo le tue mani che, con gli anni, sono diventate più nodose. Raccontano di una vita scritta, riscritta, rivista e corretta. Ogni solco, ogni ruga, ogni segno parla di te e del tuo passato. Guardo le tue mani e penso a come mi hanno sempre sostenuta. Quando da piccola cadevo e mi facevi rialzare. Quando ho intrapreso percorsi nuovi e le tue mani si appoggiavano alla mia schiena e, con una piccola spinta, mi incitavano ad andare avanti. Verso il mio futuro. Qualsiasi esso fosse.

Guardo le tue mani stanche che accarezzano le testoline delle Gem e penso a quante carezze distribuisci loro. E le confronto con quelle che hai dato a me. Non ne ricordo molte. Di certo ci sono state. Più che carezze, con le tue mani a me hai dispensato abbracci. Pochi anche quelli, ma nei momenti importanti.

Guardo i tuoi occhi solcati da una rete di rughette. Non tante, ma ci sono. Quegli occhi capaci di incenerire con un semplice sguardo modulato, capaci di esprimere mille emozioni. Quegli occhi che, troppo spesso, hanno pianto. E vorrei poter riavvolgere il nastro e prendere tutte le lacrime per me. Lasciare i tuoi occhi asciutti e versare io l’obolo al posto tuo.

Guardo il tuo sorriso, che è sempre più stanco. E, se corro indietro nel tempo, chissà perché ricordo poche risate a bocca aperta. Di quelle belle sguaiate, che ti fanno male alla pancia e lacrimare gli occhi. Per una buona causa, per una volta.

Sento la tua voce che si colora di arcobaleno quando vedi le Gem. La gioia che aleggia lieve nell’aria. Chissà se in loro vedi un po’ di me. Chissà se le ragazze fanno, per un momento, il miracolo di riportarti indietro di 30 anni e più. Chissà se, per un istante, le mani si raddrizzano, gli occhi si distendono.

Guardo e ricordo le tue mani, mamma, e penso che vorrei fermare il tempo. Ma so che è una sciocchezza impossibile. Allora sai cosa ti dico, mamma? Prendimi per mano, andremo ancora lontano. Insieme.

Evoluzione del noi: ieri, oggi, domani

Un tempo si gioiva insieme dei successi. E insieme ci si rammaricava degli insuccessi. Senza mai perdere di vista le sfide future, le possibilità di nuove avventure, gli ostacoli che questa porca vita avrebbe inevitabilmente messo di traverso. Le confidenze scambiate erano tante, spesso univoche. Io parlavo, tu ascoltavi. Non era un rapporto paritario. Non c’era un interscambio di racconti. Me ne sono accorta dopo, quando ho capito (forse troppo tardi), che l’amicizia a senso unico non è una vera amicizia. Che poi, a ben guardare, qual è il senso più alto di un legame amicale? Condividere.

Twin sisters sharing secretsSe penso al concetto di Amica, mi viene in mente una sorta di riflesso di me stessa. Uno specchio in cui, guardandomi, non vedo un’altra Annalisa, ma una proiezione delle mie gioie, delle mie paure, delle mie manie. Cose di cui ridere, piangere, spaventarsi e gioire. Tutto da fare rigorosamente insieme. La tua infelicità è la mia. La mia gioia è la tua. E’ un interscambio cosmico di particelle che si incontrano, si piacciono, si attraggono e non si dividono più. Almeno nelle aspettative più alte.

Ma siccome la vita è bella perché ci mette di fronte a continui cambiamenti, non sempre le cose rimangono come si vorrebbe. Succede che arrivi un’altra persona, o più persone. Ci si infatua di queste nuove entrate. Si ama il cambiamento che mette fine ad una routine che, per te almeno, è diventata così noiosa che pare un matrimonio centenario, durato anche troppo. E allora che si fa? La parte più vecchia la si dismette, lasciandola progressivamente sempre più in un angolo. Buttandosi a capofitto nel nuovo, nell’altro, nel differente. Perché si ha voglia di novità!

E’ normale che ciò succeda. Accade a tutti. A me no. E infatti, nonostante mi sia accorta oramai da tempo che preferisci di gran lunga persone che adulano, dicono sempre sì, hanno (ma guarda!) le tue stesse idee, io non mi adatto. Io non cerco di riprendere il posto che era mio, un tempo. Lascio che le cose scorrano e che vadano come devono andare. E pazienza se il ruolo in panchina mi piace poco (anzi, per niente). Mi adatto, guardo avanti e cambio percorso.

Peccato, però. Io non tradisco mai. Chissà se altrettanto si potrà dire delle novità? Poco importa, questo è il percorso che hai scelto. Ti auguro tutto il meglio possibile. Al peggio ci hai già pensato tu.

Scusate l’assenza

Come disse una volta una persona che ho stimato molto come professionista, ma pochissimo a livello umano, “anche il silenzio è una strategia”. E sì, perché spesso, più delle parole, dei mugugni, delle discussioni, la tattica migliore è quella di tacere.

puoi-farcelaE’ parecchio che non scrivo sul blog. Un’assenza giustificata. Un’essenzialità del presente. Non perché non avessi niente da dire, anzi. Ma semplicemente perché dovevo raccogliere le idee, elaborare i fatti, vedere il presente, ma guardare al futuro. La vita con le Gem prosegue come sempre, con nuove sfide, vecchie problematiche, passi avanti. Ora cominciano finalmente ad esprimersi con frasi di senso compiuto. Se hanno male, lo dicono. Se non hanno male, lo dicono lo stesso. Insomma, hanno imparato ad esprimersi ma, non so per quale motivo, comunicano comunque sempre di aver male da qualche parte, anche se non è vero. Potere del linguaggio…

Tra gli enormi progressi abbinati a ritorni di fiamma che registriamo nella nuova top ten delle Gem ci sono: la capacità di distruggere in due secondi netti qualsiasi libro passi loro nelle mani (prima di mettevano qualche giorno), l’abilità da meccanico specializzato di smontare le doghe del lettino senza fare il benché minimo rumore, il ritorno alla passione fuori controllo per Masha e Orso e l’amore incondizionato per L’Era Glaciale. Parte 1, però, giacché la seconda saga della serie ancora non la vogliono metabolizzare. E quindi, come penso accada a tutti i genitori, gli stessi episodi della bambina amica-tiranna dell’orso e la prima parte di Sid e dei suoi amici mammut e Diego la tigre girano in loop dal mattino alla sera. Costanti. Onnipresenti. Fracassapalle.

Non ho niente né contro il primo cartone né contro il secondo. Peccato però che, a questo punto della mia vita di mamma, sappia le battute a memoria meglio dei protagonisti stessi. Sfumature comprese. Potrei, ad occhi chiusi, partecipare a qualsiasi casting di remake dei film suddetti e ottenere la parte a man bassa. Senza il benché minimo sforzo. Ma, si sa, i bambini sono così. Probabilmente si sentono sicuri nella routine quotidiana, nel riproporre dieci cento mille volte le stesse cose, gli stessi gesti, i medesimi suoni. La banalità del normale deve essere, in qualche modo, rassicurante e calda come il ventre materno. O almeno credo.

Ricordo ancora quando uno dei miei due cugini era piccolo. Fatti mandare dalla mamma l’avremo sentita, che so, un milione di volte. Forse anche di più. Poi, ad un certo punto, non bastava risentirla, “rewind, play, rewind, play, rewind, play”. No, la maestria mia, di mia nonna o di mia zia, stava tutta nell’arrivare esattamente nel punto in cui Morandi urlava “ti spaccherò il muuusooooo”. Questa era la parte che Alessandro adorava. La cantava a squarciagola, mimando col pugnetto alto il gesto di prendere a cazzotti qualcuno.

Quell’estate del 1993 l’esaurimento nervoso aveva raggiunto picchi inimmaginabili, bambini compresi (io ed Edoardo). Ma tant’è. Non si poteva scampare alla Morandi-mania. E così, oggi, decenni dopo, la storia si ripete. Sempre uguale eppure diversa. Con l’unica, enorme differenza che i co-protagonisti che si devono sorbire le Masha-mania e L’Era Glaciale-mania sono cambiati. Non più nonne, zie, cugini, ma papà, tata e, chissà perché, l’immancabile sottoscritta. Che con i loop ormai ha preso confidenza, così come con le manie. Alessandro, dove sei? Ora toccherebbe a te!

C’est la vie, mes chers.