Volate alto, coccinelle

Domenica è stata una giornata impegnativa. Come sempre quando decido di buttarmi nel marasma dei cambi di stagione. Pioveva, tirava un vento freddo che pareva fosse già novembre e guardando le magliette a maniche corte, le canottierine e i pantaloncini delle Gem, mi è venuto ancora più freddo. Armatami di santa pazienza ho deciso di riporre i vestiti estivi e di far posto prepotentemente agli indumenti invernali. Niente di nuovo insomma.

imagesSe non che, alle prese con il cassetto dei pigiami e dell’intimo, ho trovato una pila immensa di body. Oramai inutilizzati da oltre quattro mesi. Da quando, cioè, abbiamo cominciato l’infinito training vasino-sì-pannoloni-no. E mi ha assalito una profonda, incredibile tristezza. Ogni volta che metto via, per sempre, alcune cose, penso che una fase lunga e importante della nostra vita insieme si è chiusa per sempre. Fu così già in occasione del pensionamento delle tutine. Lo è stato a maggior ragione con la definitiva uscita di scena dei body. Nessuna necessità di tenerli nel cassetto, evidentemente. Ora le Gem sono “grandi”, fanno pipì e pupù nel vasino e i bodini sarebbero solo d’impiccio.

Però non c’è niente da fare, sono fatta così. Il passato per me è sempre più dolce di quanto potrà essere il futuro. Salvo poi ricredermi ad ogni nuova esperienza. In questo caso, però, c’è un altro elemento che mi riempie le giornate e le notti, incessantemente. Il primo giorno di scuola materna. Manca pochissimo, ormai. Tra due giorni partirà l’inserimento, le ex-coccinelle voleranno definitivamente fuori dal nido. L’abbraccio di casa sarà affiancato da nuove persone, emozioni diverse, giochi, compagni di scuola, maestre.

Tutte cose meravigliose in cui io non avrò più alcuna parte attiva. Certo, assaggerò famelica i loro racconti e i sorrisi a fine giornata, ma sarà comunque un percorso dal quale sarò esclusa, per forza di cose. E mi sale una grande tristezza. So bene che, per qualsiasi mamma, è così che vanno le cose. Sono felice che abbiano la possibilità di cominciare a rendersi indipendenti, libere e che possano così cominciare a crescere. Tuttavia, me ne scuseranno le Gem e coloro i quali non sono d’accordo, il sentimento che provo ora è difficile da spiegare ed è proprio un misto di felicità e tristezza.

Volate alte nel cielo ex-coccinelle mie, la vita è davanti a voi come uno splendido viaggio del quale assaporare ogni singolo istante. Io sarò lì, con voi, un po’ indietro, per sostenervi laddove stiate per cadere e per gioire dei vostri successi futuri.

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Ma chi “cammina con circospezione”?

Cacciatore in agguato. Questo, in buona sostanza, il significato del termine mutuato dalla lingua inglese stalker. Purtroppo, care amiche, sono sicura che a tutte voi sia capitato di imbattervi in un essere così. Certo, esistono anche donne asfissianti, eccome se ce ne sono, però in numero infinitesimamente minore.

StalkerLogoSi nasconde dappertutto lo stalker: dietro il sorriso di un ex fidanzato, tra le pagine del quotidiano che un compagno di viaggio in treno sta leggendo e anche, anzi soprattutto! in rete. E, vi assicuro, sono pericolosi e molesti tanto quanto quelli summenzionati più tradizionali.

Immaginate di far parte di un gruppo su FB, PippoPluto&Friends, per esempio. Immaginate di avere numerose amicizie reali e virtuali all’interno di questo gruppo. Ora pensate alla possibilità di ricevere, da un membro dello stesso gruppo, amico di vostri amici reali e/o virtuali una richiesta di amicizia. Che fate? Controllate il profilo, scrutate le foto che ha postato, leggete i commenti, scandagliate attentamente tutti i suoi amici, uno ad uno, contando quelli che ha in comune con voi. Finché pensate che sì, sembra una persona normale, a posto, e accordate l’amicizia.

Lui comincia a scrivere su Messenger e non ci fate caso, lo fanno in tanti. Un saluto, un buon pranzo, un augurio di buona giornata. Voi rispondete, perché non c’è niente di male nel ricambiare un saluto. Poi i messaggi diventano 2, 3, 5, 10 al giorno e allora capite che c’è qualcosa che non torna, che sono un po’ troppi. E così smettete di rispondere. Anche se vi hanno insegnato che è maleducazione non salutare. Ma nella realtà virtuale chi ci fa più caso? In fin dei conti, è una “realtà” parallela. Poi capite che quei contatti non sono così “normali” perché dal nulla cominciano a trascendere. I complimenti si fanno pressanti (e sgraditi), le richieste troppo dirette ed esplicite. E allora, l’unica soluzione possibile è cancellare l’amicizia e bloccare l’essere.

Se non fosse che lo stalker è molto, troppo furbo e i vostri amici molto, troppo idioti. E così, qualche giorno dopo aver pensato di esservi liberate della piaga, ricevete un messaggio su WhatsApp. WhatsApp? WTF? E come cavolo l’ha trovato il fottuto numero di cellulare personale? Come? La risposta è semplice: qualche coglione di cui non saprete mai il nome, ma poco importa, gliel’ha passato. Risponderete con calma e gentilezza la prima volta, asciutte e poco garbate la seconda, finché non gli chiederete espressamente di NON scrivervi più. Da lì al non rispondere del tutto, a ignorare, il passo è breve, un lampo.

Peccato che lo stalker sia molto, troppo furbo. E cominci a rendervi la vita impossibile, invivibile, che vi faccia sentire colpevoli perché, comunque, avete risposto, no? Avreste potuto ignorare da subito, no? E invece, per quella cacchio di educazione militare che vi hanno imposto sin da piccole, rispondendo per pura cortesia, avete innescato il mostro.

Che dai complimenti passa alle richieste spinte. E vi atterra in pieno stomaco con le minacce. Scoprirò dove abiti. Racconterò un sacco di cose a tuo marito (ma quali, per Dio?????). Io non avrò quello che voglio, ma tu arriverai al divorzio. Te lo giura, addirittura, sulla tomba della madre morta. E, mi vien da dire, da qualcuno sarà stato educato lo stalker… Qualcuno che ha colpa tanto quanto lui. Se non di più.

In casi come questi, amiche mie, ci si rende conto di quanto i problemi debbano forzatamente essere affrontati da sole o con l’aiuto di un angelo, magari il vostro migliore amico.

Mentre piangerete, penserete senza alcuna ombra di dubbio che, forse, in fondo in fondo, la colpa è stata tutta vostra. Che ve la siete cercata. Che essendo state gentili ed educate siete voi ad aver innescato il meccanismo. L’avete pur sempre incoraggiato!

Io vi dico che NO, non è così. Molti uomini (amici, parenti, forse il vostro stesso marito o fidanzato) proveranno a farvi sentire colpevoli, perché questo schifo di società maschilista così vuole e così ha sempre fatto. Invece NO. Questo NO urlato che sale dapprima come un rantolo e poi si trasforma in ruggito deve essere il vostro, il nostro grido di battaglia per continuare a far valere i nostri diritti di donne, libere di ricambiare un saluto, per educazione. E altrettanto libere di dire “lasciami in pace” quando il saluto trascende in una vera e propria violazione dell’intimità e della propria sfera personale. Reale o virtuale che sia.

 

Un vasino per due. Parte seconda

uid_135be5b305d.650.340Erano mesi che aspettavo questo momento, davvero. Se ben ricordate, già l’anno scorso trattai l’argomento “spannolinamento“. Se non ve lo ricordate, potete rinfrescarvi la memoria cliccando qui. A giugno di quest’anno mi sono detta “basta, è ora!“. Taluni dicono che l’età giusta è intorno ai due anni, altri invece affermano che allo scoccare dei tre i bambini sono pronti. Io volevo disperatamente che, visto il recente terzo compleanno, fosse arrivato il momento giusto anche per le Gem. Peccato che loro la pensassero diversamente.

Non so quanti figli abbiate voi, miei cari lettori, né se abbiate mai avuto a che fare con Testa di Legno e sua sorella. Di certo è che, per noi, è stato tutto fuorché una passeggiata. I primi due mesi abbondanti ho passato mattine, pomeriggi, pre-cena e dopo cena a lavare pavimenti, sciacquare mutande, pantaloni, scarpe, maglie. Il primo giorno lo ricordo ancora: discorso solenne alle due attile, convinta che avessero recepito. Per mezza giornata è stata una meraviglia. Pipì nel vasino come se piovesse.

Dal pomeriggio di quello stesso giorno, basta. Niente da fare. Era tutto un supplicare, minacciare, sculacciare, profondere castighi, implorare. Niente, ma proprio niente da fare. Il rifiuto più totale, completo e testardo. Ricordo che le ho provate tutte: ho consultato gruppi di mamme su FB, ho fatto carte e acceso incensi, ho pregato e pianto, persino. Possibile che non riuscissero a fare una cosa così semplice? Poi, dal semi-rifiuto si è passati all’idiosincrasia più totale. Rien à faire.

Come ultima ratio (e spiaggia), ho chiamato la pediatra sperando in un assolvimento completo della mia inadeguatezza di mamma. Responso: lasciar perdere per un periodo, rimettere il pannolone, lasciare vasini sparsi per casa e in giardino così che li prendessero come “un bel gioco”. Desistere, insomma. A malincuore ho accettato. La diagnosi era rifiuto assoluto di posare il popò sul vasino, stress congiunto raddoppiato per loro, ma anche per me.

Non succede spesso, ma può succedere. Fortunata come sempre, io. Mai che un passaggio filiale voli via liscio come per centinaia di migliaia di altre mamme. E no! Che gusto ci sarebbe altrimenti? Ora che siamo al mare da circa una decina di giorni, tutte e due controllano in modo adeguato le loro necessità. Certo, qualche incidente di percorso c’è stato, ma prevedibile ed accettabile. Niente a che vedere con l’ultimo, tremendo tentativo di Veronica di nascondere la cacca appena sfornata appiccicandola alle tende della sala… Oh yes, anche questa ci è capitata…

Ora vanno in bagno in quasi totale autonomia. Dobbiamo ancora lavorare un po’ sull’atto “grosso”, ma va decisamente bene. E a me sembra un miracolo più grande della Madonna di Pompei.

Dalla mia esperienza, quindi, ho ricavato i seguenti insegnamenti:

  1. Qualsiasi sito, blog, forum, quotidiano o sensitivo cerchi di spiegarvi come togliere il pannolone ai vostri figli è un ciarlatano. NON esistono regole assolute. NON c’è un unico modo per ottenere un buon risultato. Ma soprattutto, la regola dei 3 giorni è una cagata pazzesca.
  2. L’età giusta è tra i due anni e mezzo e i tre. Balla galattica. Può certamente darsi che sia un punto valido per alcuni, ma non per tutti. Le Gem ce l’hanno fatta alla veneranda età di 3 anni e 3 mesi.
  3. Bisogna premiarli. Altra cagata pazzesca. A nulla sono valsi i cioccolatini, i premi, i dolci, i giochi, le favole. Se ne sono fatte praticamente sempre un bel baffo.
  4. Ogni bambino ha i suoi tempi. Questa è l’unica cosa sensata che mi sia stata detta in mesi di tentativi finiti giù per lo scarico. Ed è proprio il caso di dirlo. Nonostante avessimo la casa e il giardino disseminati di mini-water, gli stessi venivano usati più di frequente come raccoglitori di giochi che per lo scopo per cui sono previsti. Quando le Gem sono state pronte a lasciare per sempre una parte della loro prima infanzia, l’hanno fatto.

Quindi, care mamme alle prese con lo spannolinamento, a voi voglio dire che, nei momenti più bui del vostro (e loro) training, potete pensare a noi e a tutta la fatica fatta. Ed essere certe che a voi andrà meglio o, nel peggiore dei casi, ci metterete tanto ma alla fine sarà un trionfo.

Non sarò un’altra E.

A scuola avevo una compagna molto timida, dolce, mite e tranquilla. Tutto l’opposto di come ero io insomma. Questa ragazza se ne stava abbastanza in disparte, socializzava il giusto, non spiccava per “popolarità”. Faceva quello che doveva fare, normalmente in silenzio, e poi se ne tornava a casa sua. Ricordo che una volta sola, in cinque anni, sono andata a casa sua a studiare. Solitamente tra compagne e compagni ci invitavamo l’uno a casa dell’altro/a per fare i compiti insieme, sudare su complicati esercizi di fisica, sbattere la testa su qualche versione di latino. Lei no. Era piuttosto quello che si definisce un elemento fuori dal branco. Vi si avvicinava timida, per poi scappare via il più in fretta possibile.

Motore_a_scoppio_Barsanti_e_Matteucci_1854_riproduzione_Museo_scienza_e_tecnologia_MilanoPerò, ripeto, era dolce, carina, gentile e molto educata. Forse fu proprio per tutte queste sue qualità (badate bene, qualità, non debolezze!) che ad un certo punto venne presa di mira da un professore. Un insegnante che insegnava storia e filosofia e che giocava un po’ troppo a fare il compagno di tutti. Sia in senso amicale che politico. Faceva, infatti, propaganda continua, trasformando lezioni scolastiche in sondaggi d’opinione. Io ho sempre detestato parlare del mio pensiero politico. Quello che voto è un fatto mio personale. Ancora meno ne parlo volentieri con persone che non accettano che le mie idee, in parte o in toto, si discostino dalle loro. Magari la pensavo esattamente come lui, invece, ma per reazione ho sempre tenuto duro, per tre lunghi anni, svicolando al meglio qualsiasi domanda.

Questa mia compagna faceva più o meno la stessa cosa, ma evidentemente a lui proprio non andava giù. Se io, con qualche battuta ironica, riuscivo sempre a cavarmela, lei invece non aveva altrettanta fortuna. Finché si arrivò, un giorno, all’assurdità spinta al parossismo più idiota. Il professore la stava interrogando in storia. Ad un certo punto, le fece la seguente domanda: “come funziona il motore a scoppio?”. Silenzio di tomba. E lui, incalzante, “qual è il suo funzionamento?”. Siccome la poveretta non rispondeva, le diede un voto insufficiente e le disse di ripassare.

La volta successiva, nonostante nel frattempo avessimo proseguito nel programma, venne di nuovo interrogata lei. Inutile dire che la domanda fu di nuovo quella. E che, di nuovo, si prese un’insufficienza. Allora, o si studia o non si studia. Se non si conoscono le nozioni necessarie, è giusto beccarsi un voto negativo. Però, cacchio, ditemi voi che diavolo c’entra conoscere nel dettaglio il funzionamento meccanico del motore a scoppio, se inserito nel quadro più ampio della Rivoluzione Industriale. Ora, che quel tipo di invenzione sia stata creata, va memorizzato e si deve sapere. Però conoscere i particolari meccanici direi proprio che non ce ne può fregare di meno. Al Liceo Scientifico suppongo che un’informazione di quel genere non sia fondamentale per completare a dovere il proprio percorso didattico.

Questo scherzetto andò avanti un bel po’, forse addirittura per quattro lezioni di seguito. Finché E., stremata, si presentò alla interrogazione successiva (lo sapeva che sarebbe toccato di nuovo a lei) con qualche nozione in più. Non rispose ovviamente in modo esaustivo, però rispose. Si era documentata da sola in biblioteca pur di porre fine a quell’assurda vessazione. Sapete cosa le disse il professore? “Benino, ma non ancora bene. Devi studiare di più!”. E le affibbiò l’ennesima insufficienza.

Se c’è una cosa che non tollero e che provoca una malsana orticaria questa è l’ingiustizia. L’essere presi di mira per non si sa quale dannata ragione, vivere una situazione con angoscia e timore. La mia compagna arrivava a scuola con crampi allo stomaco, nausea, vomito. Talvolta le veniva anche la febbre. Ricordo che un giorno intervenni dicendo “mi scusi, professore, ma cosa c’entra il funzionamento del motore a scoppio con quello che stiamo studiando? Nel libro nemmeno c’è!” – “C’entra Costantino, c’entra eccome”.

Provai a difenderla, insomma. Ma senza evidente successo. Tutti gli altri zitti. Nessuno si espose. E sapete perché?

Perché quando hai a che fare con un despota, che si diverte solo sottomettendo qualcuno perché così si sente forte e osannato dalla massa, meglio starsene nel proprio cantuccio e andar d’accordo con l’autorità del momento (autorità, badate bene, non persona dotata di autorevolezza). Per vivere tranquilli, per non avere rogne, per sentirsi accettati.

Io, invece, preferisco sempre essere fuori da questi giochetti di potere inutili. Inutili per la mia salute e integrità mentale. Io non sono mai stata né mai sarò un’altra E.

Amen.

Le estati da nonna Pina

Ho questo ricordo che torna a ondate: la cucina di nonna Pina in penombra, la tapparella un poco abbassata, le tende che si alzano mosse dalla brezza. Nonna seduta sulla sedia che fa le parole crociate (Settimana Enigmistica, ovviamente), sul fuoco pentole che sbuffano e rendono l’aria ancora più calda di quello che è già. La televisione accesa, a volume un po’ troppo alto, che trasmette di tutto, dai talk show a Beautiful, dalla serie televisiva del momento al TG.

image_bookIo, seduta sul divano, aspetto che siano le quattro per guardare Bim Bum Bam, unico siparietto concessomi tra un programma per adulti e l’altro. Edoardo dorme nel lettino da campeggio blu, al piano di sopra. Alessandro non è ancora arrivato. Ogni tanto provo a interromperla perché mi annoio. Ho letto e riletto mille volte il libro “La sbarazzina della Quinta B” di mia zia Anna Maria, uno dei pochi adatti alla mia età, che ho pescato nella libreria strapiena della sala da pranzo. Gli altri o sono troppo strani o troppo voluminosi o troppo tecnici. Così, per ingannare il tempo in attesa dei cartoni, provo a chiacchierare con mia nonna che però mal digerisce le interruzioni. Soprattutto quando si sta dedicando alle parole crociare. Le sa fare tutte, mia nonna. E’ bravissima: tra rebus, parole crociate senza schema, parole crociate crittografate….

Per me è un po’ come una specie di agente segreto che parla in codice. Comincio ad avere fame, vorrei fare merenda prima che comincino i cartoni, perché Mila e Shiro, Mimi Ayuara o Holly e Benji meritano di essere seguiti con attenzione. Mica posso rischiare di perdere azioni al limite dell’umano. Che poi, a ben vedere, come facevo a ritenere possibile che una giocatrice di pallavolo saltasse ad un’altezza pari a circa 5 metri o che dei giocatori di calcio corressero per puntate intere senza mai arrivare alla porta avversaria (ma che è? un campo da calcio lungo 10 km?), è un mistero ancora tutto da esplorare.

Comunque, quelle estati da nonna Pina le ricordo ancora con molta tenerezza e nostalgia proprio per le merende. Nonna mi preparava i suoi grandi classici: pane burro e zucchero, focaccia farcita con prosciutto cotto, quasi mai dolci o merendine. Anzi, che io ricordi, proprio mai. Mentre nonna mi preparava la merenda e io pregustavo la visione dei miei beniamini, ecco che dall’alto arrivava lo strepito del mini tyrannosaurus rex. “Vai a prendere Edoardo, così fate merenda insieme!”. Strascicando i piedi, salivo la scala in marmo che si inerpicava al primo piano, zona delle camere da letto, il più lentamente possibile, giusto per vedere quanto gli strepiti avrebbero salito la scala dei decibel. “Annalisa, dove sei????? Vai a prendere Edoardo!!”. Il gioco sadico non s’ha da proseguire, che noia….

E via così, tutti i pomeriggi. Tra tende svolazzanti, profumo di intingoli, ragù, Settimane Enigmistiche, Beautiful, pane burro e zucchero, giochi in cortile e in sala da pranzo e in garage e nel piccolo giardino fronte casa. Il momento più triste arrivava, puntuale, alla sera, quando mamma veniva a prendermi per portarmi a casa e io dovevo salutare Edoardo e nonna Pina. Ma per poco: li avrei rivisti il giorno dopo.

Combatti lo stress con le parolacce

Voglia di sfogarti? Sotto stress e non sai come uscirne? La soluzione arriva dall’America e porta il turpiloquio, ehm, la firma, del Dott. Ben Michaelis, psicologo, blogger per The Huffington Post e Psychology Today e autore del best seller Your Next Big Thing: Ten Small Steps to Get Moving and Get Happy (La tua prossima grande conquista: piccoli passi per procedere oltre e ritrovare la felicità). L’idea pare gli sia venuta dopo aver avuto a che fare, professionalmente parlando, con un’ampia gamma di pazienti, compresi imprenditori, autori, attori, musicisti, artisti e varie ed eventuali.

LibroBen Michaelis propone, in buona sostanza, un libro anti-stress per adulti, tutto da colorare, pieno di parolacce, animali, fiori e insulti di vario genere. Potrete pensare che una soluzione di questo tipo non faccia per voi: i libri da colorare, in fin dei conti, sono solo roba da bambini! E invece no. Sembra che il trend stia crescendo esponenzialmente in tutto il mondo. Vuoi per i risvolti economici (costano poco), vuoi per i risultati, che promettono essere sorprendenti. Il libro, pubblicato da relaxation4.me, è stato illustrato dall’artista Eva Parreño.

Parole d’ordine del libello sono positività, arte, relax e divertimento. 40 vignette, 9 illustrazioni anti-stress e 10 parolacce in ben 7 lingue diverse. Adatto anche ai poliglotti, insomma, che esaurite le ingiurie in italiano, possono così sfogarsi anche in altri idiomi. Traendone un ulteriore beneficio.

Il libro è diventato un fenomeno internazionale per diversi motivi: è un rimedio anti-stress garantito, costa poco, stimola la creatività e rende calmi, ci fa tornare indietro nel tempo (quando ancora si coloravano le cornicette), aumenta (così dicono) l’autostima e la sicurezza di sé. Se ancora non vi siete convinti, eccovi qui un assaggio delle parolacce che potrete trovare, colorare e dedicare a chi amate di più: bastardo, culona, leccaculo, imbecille, merdaccia, sei una merda. E via discorrendo, in un crescendo di improperi non proprio adatti alla pubblicazione sul blog. Il mio almeno.

Che lo stress sia un fenomeno in costante aumento oltre che un grave problema che affligge questo nostro secolo, è cosa risaputa. Secondo il terapista, nel momento in cui coloriamo, oltre a tornare bambini, il nostro cervello (o meglio il centro della paura, l’amigdala) fa una pausa, placando così la sensazione di stress.

Se poi ci pensate bene, colorare le parolacce è un sistema di rilassamento ancora più divertente: tutte quelle ingiurie volgari e che poco si addicono alla maggior parte di noi (anche se nel nostro io più profondo le spariamo alla velocità della luce, quando proprio non ne possiamo più) vengono servite su un piatto d’argento. Pardon, su un foglio bianco. Colorandole si libera la rabbia repressa e accumulata, senza contravvenire ai diktat imposti dai vari contesti sociali.

Il libro è disponibile su Amazon al costo di 8,95 € e lo potete ordinare cliccando qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

La matematica delle probabilità

Fateci caso: la legge di Murphy non è poi così una cavolata come si può pensare. A torto o a ragione. Perché il paradosso è sempre dietro l’angolo. Avete appena comprato un paio di scarpe nuove di zecca alle vostre figlie? Meravigliose, bianchissime e morbide scarpe con fiocchetti soavi dappertutto? Se per caso decidete che sì, potete lasciarle ai loro piedini, state certe che, appena uscite dal negozio, troverete sulla vostra strada non una, non due, bensì una fila disordinata di cacche accuratamente spiaccicate nel raggio di un chilometro quadrato.

Sarà impossibile scansarle. O meglio: voi ci riuscirete senza dubbio, ballonzolando stile Mowgli ne Il Libro della Giungla, braccia a penzoloni nella perfetta imitazione di uno scimpanzé. Le vostre figlie no. Siatene certe. Le vostre figlie strascicheranno sicuramente i piedi nella massa appiccicosa. E non ci sarà nessuna, nessuna!, fontanella d’acqua nei paraggi. A quel punto, potrete fare una cosa sola: invocare la forza delle salviettine profumate per il cambio del pannolone.

Facciamo un balzo in avanti e immaginiamo che sia già estate. Non vesto quasi mai le Gem di bianco. Tanto meno d’estate. Il bianco attira il sudiciume come il miele le mosche. Provate: vestite i vostri bambini di nero o marrone scuro. Torneranno a casa lindi che più lindi non si può. Appena uno sbaffo di sporco sulle mani. Maglie, pantaloni, scarpe intonsi. Provate invece questo: vestiteli di bianco. Magari non tutto bianco, solo un pezzo. Meglio la maglia. Non farete in tempo a uscire di casa che saranno già ruzzolati per terra a faccia in giù, nell’unica, minuscola pozzanghera disponibile rimasta viva nonostante la siccità. Un centimetro quadrato di area melmosa, rimasuglio dell’inverno appena trascorso che, chissà come, è rimasta lì. Ad aspettare voi. E le maglie bianche dei vostri figli. A quel punto, dopo il doppio tuffo carpiato dentro il francobollo d’acqua, comprate pure un cono gelato al cioccolato. Tanto ormai è fatta.

Diverso il discorso per la stagione invernale. Dovrebbe fare freddo. Supponete che farà freddo. Ragion per cui vestite le vostre figlie come se fossero in partenza per un viaggio siderale. Giacca super-imbottita tipo RoboCop, elmetto tutto pelo comprato direttamente al banco dell’eschimese che espone al mercato rionale, stivaloni modello Lady Gaga in finto pelo, così tanto sintetico che solo a guardarlo troppo rischia di prendere fuoco. Uscite di casa con aria baldanzosa, pronte a sfidare i rigori dell’inverno. E invece no. Il cacchio di cambiamento climatico vi ha fregate. In pieno gennaio, al posto dei 2-3°C trovate una piacevole brezza primaverile, con minime intorno ai 15°. Un caldo allucinante per una sudata altrettanto allucinante. Cui farà seguito, inevitabilmente, raffreddore, febbre e tosse. Tutto ciò come se piovesse.

Sempre per la famosa e summenzionata matematica delle probabilità. Amen.

Che fatica essere mamma!

Il lavoro, la mente che DEVE essere sempre super-sul-pezzo, la corsa al treno che se lo perdi sono cavoli tuoi, l’arrivo a casa trafelata, tempo per giocare coccolare ascoltare le bambine, cena veloce tra una forchettata e una corsa in salotto a vedere chi piange e perché. E poi, dopo cena, quando pensi che finalmente riuscirai, sì ci riuscirai, a rilassarti un po’, ecco che le tue speranze vengono prontamente disattese.

3abc47f5c18da4f35c5886caeb6040e8Sì, perché da qualche mese a questa parte, Ludovica ha deciso che lei una nottata tutta di fila di buon sonno ristoratore non la vuole fare. Proprio NO! E allora via di sveglie notturne (solo la scorsa notte ne ho contate quattro), con pianti disperati, voglio il lettino, non voglio il lettino, voglio fare la nanna, non voglio fare la nanna. Ed io che, immancabilmente, seguo le sue richieste assurde cercando di placarla in qualche modo. Di capire cosa c’è dietro questo ritorno al passato.

Quel passato che speravo fosse oramai solo un lontano ricordo. E invece mi sbagliavo. Facciamo due passi avanti ed uno indietro. Conquistiamo delle piccole vette e ci ritroviamo, dopo mesi, al punto di partenza. Non so perché, ma so che è così. Ludovica è Ludovica, non la puoi paragonare con Veronica! Sì, ovvio, questo lo so bene. Ludovica è un po’ più lenta nel fare i progressi. Ludovica ha ancora moltissimo bisogno del contatto fisico. Di sapere che sei lì, vicino a lei. Ma di notte no. Non gliene importa niente. Di notte potresti anche stare abbarbicata a lei, stile koala, ma niente cambierebbe.

Chissà perché, mi chiedo. E poi il mattino (quando ho il privilegio di svegliarmi e vederla) mi guarda e dice “ho dormito proprio bene!“. E tu pensi che stia scherzando. Che dietro le mille acrobazie notturne, forse, non c’era lei, ma un suo clone. Le manine mi prendono la faccia e la nottambula mi dice “il mio tesoro!” e mi riempie di baci. Mi sciolgo in un attimo. Questo accade, però, il weekend, ché di settimana con la stanchezza di notti insonni una in fila all’altra non mi sciolgo più di tanto. Semmai mi addormenterei volentieri.

Che fatica essere mamma! E che fatica anche dirlo. Buongiorno e buoni sogni a tutti.

Al Fuorisalone (del mobile) è bimbi-mania

Il Salone del Mobile di Milano è un appuntamento ormai stra-pubblicizzato e stra-conosciuto. Per chi, come me, è diventato genitore da poco (le piccole belve compiranno 3 anni il prossimo maggio) potrà trovare qui di seguito alcuni eventi a misura di bimbi, con un occhio di riguardo al design, al gioco e alle attività da fare con i più piccini.

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Collezione Bosco leBebé by Alessandra Baldareschi

Uno dei brand più amati dalle mamme che quest’anno esporrà grosse novità al Fuorisalone è leBebé. Dai gioielli alle camerette, progettate da Alessandra Baldareschi e realizzate in collaborazione con Baby Expert, realtà attiva dal 1960 (anno della sua fondazione) e specializzata nella progettazione di lettini e complementi d’arredo per bambini. Artigianato, sogno e design si fondono in letti e culle che sembrano usciti da una fiaba. In occasione della Design Week, quindi, leBebé presenterà la sua prima, fatata offerta di arredamento per l’infanzia, presso quello che sarà il suo monomarca, in corso Garibaldi 22. Le due collezioni, Bosco e Casetta, sono la rappresentazione di un meraviglioso viaggio che accompagna il bimbo sin dai primi mesi attraverso riposi incantati, abbracciati da rami, alberi, uccellini. Lo store sarà aperto per la presentazione delle collezioni fino al 9 aprile, dalle ore 10 alle 21, presso il Brera Design District.

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#DontStopPlaying

Sempre fino al 9 aprile, inoltre, l’immancabile appuntamento di unduetrestella DESIGN WEEK, che quest’anno si sposta al MUBA – Museo dei Bambini Milano. Uno spazio dedicato ai piccoli 365 giorni l’anno e la verve creativa di Paola Noé regaleranno, durante la settimana del design, progetti creativi di incontro specificatamente pensati per il mondo dell’infanzia. Come si vive, cresce ed interagisce con i piccoli? unduetrestella, insieme a brand, aziende, designer, artisti e creativi, prova a dare delle risposte utili e delle soluzioni realizzabili. Parola d’ordine di quest’anno è #DontStop declinata seguendo, passo dopo passo, momenti importanti della vita di tutti i bambini: è fondamentale, quindi, non smettere di (#DontStop) dormire, giocare, ospitare, volare, esplorare… Partner di unduetrestella designer italiani specializzati in produzione di oggetti con materiali di riciclo, aziende ungheresi, francesi, svizzere e poi ancora laboratori didattici ed etici.

Marni, invece, propone un enorme, fantastico parco giochi: Marni Playland, viale Umbria 42. Il gioco è la quintessenza dell’espressività e dello stare insieme, momento di condivisione e di libertà. Bando quindi alle regole e alle imposizioni predefinite, qui i bambini troveranno un’enorme distesa di sabbia “arredata” con sculture e oggetti impossibili. Tutti da scoprire e da reinterpretare. Giocattoli, portaoggetti da usare come cesto per il gioco del basket, sedie a dondolo e molto altro ancora. Gli oggetti di design esposti sono stati prodotti tutti in Colombia da donne che si sono, tramite il loro lavoro, emancipate e rese indipendenti. L’ingresso è gratuito e, se deciderete di acquistare qualcosa (gli oggetti esposti sono realizzati in edizione limitata), sappiate che parte del ricavato sarà devoluto all’Associazione Piccolo Principe che accoglie bambini in difficoltà da 0 a 6 anni, sul territorio di Milano e provincia.

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Asilo nido Rigotondo

Infine, per i genitori che desiderano far divertire i loro piccolini con attività, workshop e altre meraviglie, vi segnalo l’iniziativa dell’asilo nido Rigotondo di Milano che, quest’anno, propone il Kids Corner Brera (Foro Buonaparte 20). Un cappello magico dal quale tirare fuori laboratori, animazioni, appuntamenti in partnership con Hasbro (azienda leader nel panorama ludico), pizza&cinema, intrattenimento. Tutte le attività, a disposizione dei bambini dai 3 anni in poi, devono essere prenotate.

Per maggiori informazioni e per essere aggiornati sull’elenco completo degli appuntamenti, visitare la sezione dedicati ai bambini alla pagina fuorisalone.it/2017/it/magazine/focus/article/68/8-appuntamenti-al-fuorisalone-per-i-vostri-bambini 

 

Siamo GEM (femmine)

Amiche donne (soprattutto donne), cosa c’è che non vi è chiaro? Se le mie Gem hanno i collant a fiori, o tempestati di diamanti, paillette e farfalle, cosa non capite nel fatto che sono due FEMMINE? Qual è il motivo recondito per cui io, secondo voi, dovrei vestire due maschi come ballerine di danza classica? Per carità, niente in contrario a chi veste i maschi di rosa e le femmine di blu. Cosa che, per altro, ho fatto e continuo a fare anche io. Tuttavia, lasciatevelo dire, ok andare controcorrente, va benissimo fare gli alternativi, d’accordo sulla cancellazione di una visione del mondo fallologocentrica, ma CAVOLO, se oltre ai collant in testa hanno anche delle mollettine per capelli, allora no, non me lo spiego.

pNon bastassero tutti gli ammennicoli vari che tento con ogni mia forza di imporre loro (non per seguire il genere, ma perché mi piacciono), c’è pure il passeggino con le capottine rosa. ROSA, ok! Non blu, azzurro, mimetico, stile spiderman. ROSA. Quindi, a questo punto, ritorna la domanda fatta prima, care amiche donne: che cosa diavolo non vi è chiaro? Passino i quesiti più strani, dal “ma sono nate lo stesso giorno?” a “ma sono tutte e due sue?”, “maschio e femmina, vero?”, “sono siamesi?”. Mi rendo conto che i neuroni con l’età perdono colpi. Se poi il neurone è figlio unico, l’unica salvezza per lui è il suicidio. Passino le considerazioni non richieste non volute non apprezzate, dai consigli di moda ai suggerimenti sul taglio di capelli. Passino pure gli sguardi impietositi, i sorrisetti di circostanza, le battute monogenitoriali, ma anche la noncuranza no. Questa proprio non la posso sopportare.

Care amiche donne, quando mi vedete passare, guardate oltre. Non chiedete, non fermatemi, non lambiccatevi il cervello con domande inutili. Per voi e per me. Ché si vede benissimo il cervelletto che fuma. Così come si vede altrettanto bene lo sbuffo di vapore stile drago che esce dalle mie narici. Che vi frega se sono maschi, femmine, maschio e femmina, siamesi, monozigote, gialle, rosse o blu? Vi cambia la vita? No. E nemmeno a me. Anzi, a me la migliora. I gemelli non dovrebbero più fare notizia. Esistono. Punto. Nascono come tutti gli altri. Punto. Non camminano a testa in giù, né si arrampicano sui muri (se riesco ad evitarlo). Non sputano fiamme e non predicono il futuro.

Quindi, care amiche donne, ve lo chiedo per favore: “non ragionate di loro, ma guardate e passate“. E che Dante abbia pietà di me.