Le estati da nonna Pina

Ho questo ricordo che torna a ondate: la cucina di nonna Pina in penombra, la tapparella un poco abbassata, le tende che si alzano mosse dalla brezza. Nonna seduta sulla sedia che fa le parole crociate (Settimana Enigmistica, ovviamente), sul fuoco pentole che sbuffano e rendono l’aria ancora più calda di quello che è già. La televisione accesa, a volume un po’ troppo alto, che trasmette di tutto, dai talk show a Beautiful, dalla serie televisiva del momento al TG.

image_bookIo, seduta sul divano, aspetto che siano le quattro per guardare Bim Bum Bam, unico siparietto concessomi tra un programma per adulti e l’altro. Edoardo dorme nel lettino da campeggio blu, al piano di sopra. Alessandro non è ancora arrivato. Ogni tanto provo a interromperla perché mi annoio. Ho letto e riletto mille volte il libro “La sbarazzina della Quinta B” di mia zia Anna Maria, uno dei pochi adatti alla mia età, che ho pescato nella libreria strapiena della sala da pranzo. Gli altri o sono troppo strani o troppo voluminosi o troppo tecnici. Così, per ingannare il tempo in attesa dei cartoni, provo a chiacchierare con mia nonna che però mal digerisce le interruzioni. Soprattutto quando si sta dedicando alle parole crociare. Le sa fare tutte, mia nonna. E’ bravissima: tra rebus, parole crociate senza schema, parole crociate crittografate….

Per me è un po’ come una specie di agente segreto che parla in codice. Comincio ad avere fame, vorrei fare merenda prima che comincino i cartoni, perché Mila e Shiro, Mimi Ayuara o Holly e Benji meritano di essere seguiti con attenzione. Mica posso rischiare di perdere azioni al limite dell’umano. Che poi, a ben vedere, come facevo a ritenere possibile che una giocatrice di pallavolo saltasse ad un’altezza pari a circa 5 metri o che dei giocatori di calcio corressero per puntate intere senza mai arrivare alla porta avversaria (ma che è? un campo da calcio lungo 10 km?), è un mistero ancora tutto da esplorare.

Comunque, quelle estati da nonna Pina le ricordo ancora con molta tenerezza e nostalgia proprio per le merende. Nonna mi preparava i suoi grandi classici: pane burro e zucchero, focaccia farcita con prosciutto cotto, quasi mai dolci o merendine. Anzi, che io ricordi, proprio mai. Mentre nonna mi preparava la merenda e io pregustavo la visione dei miei beniamini, ecco che dall’alto arrivava lo strepito del mini tyrannosaurus rex. “Vai a prendere Edoardo, così fate merenda insieme!”. Strascicando i piedi, salivo la scala in marmo che si inerpicava al primo piano, zona delle camere da letto, il più lentamente possibile, giusto per vedere quanto gli strepiti avrebbero salito la scala dei decibel. “Annalisa, dove sei????? Vai a prendere Edoardo!!”. Il gioco sadico non s’ha da proseguire, che noia….

E via così, tutti i pomeriggi. Tra tende svolazzanti, profumo di intingoli, ragù, Settimane Enigmistiche, Beautiful, pane burro e zucchero, giochi in cortile e in sala da pranzo e in garage e nel piccolo giardino fronte casa. Il momento più triste arrivava, puntuale, alla sera, quando mamma veniva a prendermi per portarmi a casa e io dovevo salutare Edoardo e nonna Pina. Ma per poco: li avrei rivisti il giorno dopo.

Combatti lo stress con le parolacce

Voglia di sfogarti? Sotto stress e non sai come uscirne? La soluzione arriva dall’America e porta il turpiloquio, ehm, la firma, del Dott. Ben Michaelis, psicologo, blogger per The Huffington Post e Psychology Today e autore del best seller Your Next Big Thing: Ten Small Steps to Get Moving and Get Happy (La tua prossima grande conquista: piccoli passi per procedere oltre e ritrovare la felicità). L’idea pare gli sia venuta dopo aver avuto a che fare, professionalmente parlando, con un’ampia gamma di pazienti, compresi imprenditori, autori, attori, musicisti, artisti e varie ed eventuali.

LibroBen Michaelis propone, in buona sostanza, un libro anti-stress per adulti, tutto da colorare, pieno di parolacce, animali, fiori e insulti di vario genere. Potrete pensare che una soluzione di questo tipo non faccia per voi: i libri da colorare, in fin dei conti, sono solo roba da bambini! E invece no. Sembra che il trend stia crescendo esponenzialmente in tutto il mondo. Vuoi per i risvolti economici (costano poco), vuoi per i risultati, che promettono essere sorprendenti. Il libro, pubblicato da relaxation4.me, è stato illustrato dall’artista Eva Parreño.

Parole d’ordine del libello sono positività, arte, relax e divertimento. 40 vignette, 9 illustrazioni anti-stress e 10 parolacce in ben 7 lingue diverse. Adatto anche ai poliglotti, insomma, che esaurite le ingiurie in italiano, possono così sfogarsi anche in altri idiomi. Traendone un ulteriore beneficio.

Il libro è diventato un fenomeno internazionale per diversi motivi: è un rimedio anti-stress garantito, costa poco, stimola la creatività e rende calmi, ci fa tornare indietro nel tempo (quando ancora si coloravano le cornicette), aumenta (così dicono) l’autostima e la sicurezza di sé. Se ancora non vi siete convinti, eccovi qui un assaggio delle parolacce che potrete trovare, colorare e dedicare a chi amate di più: bastardo, culona, leccaculo, imbecille, merdaccia, sei una merda. E via discorrendo, in un crescendo di improperi non proprio adatti alla pubblicazione sul blog. Il mio almeno.

Che lo stress sia un fenomeno in costante aumento oltre che un grave problema che affligge questo nostro secolo, è cosa risaputa. Secondo il terapista, nel momento in cui coloriamo, oltre a tornare bambini, il nostro cervello (o meglio il centro della paura, l’amigdala) fa una pausa, placando così la sensazione di stress.

Se poi ci pensate bene, colorare le parolacce è un sistema di rilassamento ancora più divertente: tutte quelle ingiurie volgari e che poco si addicono alla maggior parte di noi (anche se nel nostro io più profondo le spariamo alla velocità della luce, quando proprio non ne possiamo più) vengono servite su un piatto d’argento. Pardon, su un foglio bianco. Colorandole si libera la rabbia repressa e accumulata, senza contravvenire ai diktat imposti dai vari contesti sociali.

Il libro è disponibile su Amazon al costo di 8,95 € e lo potete ordinare cliccando qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

La matematica delle probabilità

Fateci caso: la legge di Murphy non è poi così una cavolata come si può pensare. A torto o a ragione. Perché il paradosso è sempre dietro l’angolo. Avete appena comprato un paio di scarpe nuove di zecca alle vostre figlie? Meravigliose, bianchissime e morbide scarpe con fiocchetti soavi dappertutto? Se per caso decidete che sì, potete lasciarle ai loro piedini, state certe che, appena uscite dal negozio, troverete sulla vostra strada non una, non due, bensì una fila disordinata di cacche accuratamente spiaccicate nel raggio di un chilometro quadrato.

Sarà impossibile scansarle. O meglio: voi ci riuscirete senza dubbio, ballonzolando stile Mowgli ne Il Libro della Giungla, braccia a penzoloni nella perfetta imitazione di uno scimpanzé. Le vostre figlie no. Siatene certe. Le vostre figlie strascicheranno sicuramente i piedi nella massa appiccicosa. E non ci sarà nessuna, nessuna!, fontanella d’acqua nei paraggi. A quel punto, potrete fare una cosa sola: invocare la forza delle salviettine profumate per il cambio del pannolone.

Facciamo un balzo in avanti e immaginiamo che sia già estate. Non vesto quasi mai le Gem di bianco. Tanto meno d’estate. Il bianco attira il sudiciume come il miele le mosche. Provate: vestite i vostri bambini di nero o marrone scuro. Torneranno a casa lindi che più lindi non si può. Appena uno sbaffo di sporco sulle mani. Maglie, pantaloni, scarpe intonsi. Provate invece questo: vestiteli di bianco. Magari non tutto bianco, solo un pezzo. Meglio la maglia. Non farete in tempo a uscire di casa che saranno già ruzzolati per terra a faccia in giù, nell’unica, minuscola pozzanghera disponibile rimasta viva nonostante la siccità. Un centimetro quadrato di area melmosa, rimasuglio dell’inverno appena trascorso che, chissà come, è rimasta lì. Ad aspettare voi. E le maglie bianche dei vostri figli. A quel punto, dopo il doppio tuffo carpiato dentro il francobollo d’acqua, comprate pure un cono gelato al cioccolato. Tanto ormai è fatta.

Diverso il discorso per la stagione invernale. Dovrebbe fare freddo. Supponete che farà freddo. Ragion per cui vestite le vostre figlie come se fossero in partenza per un viaggio siderale. Giacca super-imbottita tipo RoboCop, elmetto tutto pelo comprato direttamente al banco dell’eschimese che espone al mercato rionale, stivaloni modello Lady Gaga in finto pelo, così tanto sintetico che solo a guardarlo troppo rischia di prendere fuoco. Uscite di casa con aria baldanzosa, pronte a sfidare i rigori dell’inverno. E invece no. Il cacchio di cambiamento climatico vi ha fregate. In pieno gennaio, al posto dei 2-3°C trovate una piacevole brezza primaverile, con minime intorno ai 15°. Un caldo allucinante per una sudata altrettanto allucinante. Cui farà seguito, inevitabilmente, raffreddore, febbre e tosse. Tutto ciò come se piovesse.

Sempre per la famosa e summenzionata matematica delle probabilità. Amen.

Che fatica essere mamma!

Il lavoro, la mente che DEVE essere sempre super-sul-pezzo, la corsa al treno che se lo perdi sono cavoli tuoi, l’arrivo a casa trafelata, tempo per giocare coccolare ascoltare le bambine, cena veloce tra una forchettata e una corsa in salotto a vedere chi piange e perché. E poi, dopo cena, quando pensi che finalmente riuscirai, sì ci riuscirai, a rilassarti un po’, ecco che le tue speranze vengono prontamente disattese.

3abc47f5c18da4f35c5886caeb6040e8Sì, perché da qualche mese a questa parte, Ludovica ha deciso che lei una nottata tutta di fila di buon sonno ristoratore non la vuole fare. Proprio NO! E allora via di sveglie notturne (solo la scorsa notte ne ho contate quattro), con pianti disperati, voglio il lettino, non voglio il lettino, voglio fare la nanna, non voglio fare la nanna. Ed io che, immancabilmente, seguo le sue richieste assurde cercando di placarla in qualche modo. Di capire cosa c’è dietro questo ritorno al passato.

Quel passato che speravo fosse oramai solo un lontano ricordo. E invece mi sbagliavo. Facciamo due passi avanti ed uno indietro. Conquistiamo delle piccole vette e ci ritroviamo, dopo mesi, al punto di partenza. Non so perché, ma so che è così. Ludovica è Ludovica, non la puoi paragonare con Veronica! Sì, ovvio, questo lo so bene. Ludovica è un po’ più lenta nel fare i progressi. Ludovica ha ancora moltissimo bisogno del contatto fisico. Di sapere che sei lì, vicino a lei. Ma di notte no. Non gliene importa niente. Di notte potresti anche stare abbarbicata a lei, stile koala, ma niente cambierebbe.

Chissà perché, mi chiedo. E poi il mattino (quando ho il privilegio di svegliarmi e vederla) mi guarda e dice “ho dormito proprio bene!“. E tu pensi che stia scherzando. Che dietro le mille acrobazie notturne, forse, non c’era lei, ma un suo clone. Le manine mi prendono la faccia e la nottambula mi dice “il mio tesoro!” e mi riempie di baci. Mi sciolgo in un attimo. Questo accade, però, il weekend, ché di settimana con la stanchezza di notti insonni una in fila all’altra non mi sciolgo più di tanto. Semmai mi addormenterei volentieri.

Che fatica essere mamma! E che fatica anche dirlo. Buongiorno e buoni sogni a tutti.

Al Fuorisalone (del mobile) è bimbi-mania

Il Salone del Mobile di Milano è un appuntamento ormai stra-pubblicizzato e stra-conosciuto. Per chi, come me, è diventato genitore da poco (le piccole belve compiranno 3 anni il prossimo maggio) potrà trovare qui di seguito alcuni eventi a misura di bimbi, con un occhio di riguardo al design, al gioco e alle attività da fare con i più piccini.

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Collezione Bosco leBebé by Alessandra Baldareschi

Uno dei brand più amati dalle mamme che quest’anno esporrà grosse novità al Fuorisalone è leBebé. Dai gioielli alle camerette, progettate da Alessandra Baldareschi e realizzate in collaborazione con Baby Expert, realtà attiva dal 1960 (anno della sua fondazione) e specializzata nella progettazione di lettini e complementi d’arredo per bambini. Artigianato, sogno e design si fondono in letti e culle che sembrano usciti da una fiaba. In occasione della Design Week, quindi, leBebé presenterà la sua prima, fatata offerta di arredamento per l’infanzia, presso quello che sarà il suo monomarca, in corso Garibaldi 22. Le due collezioni, Bosco e Casetta, sono la rappresentazione di un meraviglioso viaggio che accompagna il bimbo sin dai primi mesi attraverso riposi incantati, abbracciati da rami, alberi, uccellini. Lo store sarà aperto per la presentazione delle collezioni fino al 9 aprile, dalle ore 10 alle 21, presso il Brera Design District.

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#DontStopPlaying

Sempre fino al 9 aprile, inoltre, l’immancabile appuntamento di unduetrestella DESIGN WEEK, che quest’anno si sposta al MUBA – Museo dei Bambini Milano. Uno spazio dedicato ai piccoli 365 giorni l’anno e la verve creativa di Paola Noé regaleranno, durante la settimana del design, progetti creativi di incontro specificatamente pensati per il mondo dell’infanzia. Come si vive, cresce ed interagisce con i piccoli? unduetrestella, insieme a brand, aziende, designer, artisti e creativi, prova a dare delle risposte utili e delle soluzioni realizzabili. Parola d’ordine di quest’anno è #DontStop declinata seguendo, passo dopo passo, momenti importanti della vita di tutti i bambini: è fondamentale, quindi, non smettere di (#DontStop) dormire, giocare, ospitare, volare, esplorare… Partner di unduetrestella designer italiani specializzati in produzione di oggetti con materiali di riciclo, aziende ungheresi, francesi, svizzere e poi ancora laboratori didattici ed etici.

Marni, invece, propone un enorme, fantastico parco giochi: Marni Playland, viale Umbria 42. Il gioco è la quintessenza dell’espressività e dello stare insieme, momento di condivisione e di libertà. Bando quindi alle regole e alle imposizioni predefinite, qui i bambini troveranno un’enorme distesa di sabbia “arredata” con sculture e oggetti impossibili. Tutti da scoprire e da reinterpretare. Giocattoli, portaoggetti da usare come cesto per il gioco del basket, sedie a dondolo e molto altro ancora. Gli oggetti di design esposti sono stati prodotti tutti in Colombia da donne che si sono, tramite il loro lavoro, emancipate e rese indipendenti. L’ingresso è gratuito e, se deciderete di acquistare qualcosa (gli oggetti esposti sono realizzati in edizione limitata), sappiate che parte del ricavato sarà devoluto all’Associazione Piccolo Principe che accoglie bambini in difficoltà da 0 a 6 anni, sul territorio di Milano e provincia.

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Asilo nido Rigotondo

Infine, per i genitori che desiderano far divertire i loro piccolini con attività, workshop e altre meraviglie, vi segnalo l’iniziativa dell’asilo nido Rigotondo di Milano che, quest’anno, propone il Kids Corner Brera (Foro Buonaparte 20). Un cappello magico dal quale tirare fuori laboratori, animazioni, appuntamenti in partnership con Hasbro (azienda leader nel panorama ludico), pizza&cinema, intrattenimento. Tutte le attività, a disposizione dei bambini dai 3 anni in poi, devono essere prenotate.

Per maggiori informazioni e per essere aggiornati sull’elenco completo degli appuntamenti, visitare la sezione dedicati ai bambini alla pagina fuorisalone.it/2017/it/magazine/focus/article/68/8-appuntamenti-al-fuorisalone-per-i-vostri-bambini 

 

Siamo GEM (femmine)

Amiche donne (soprattutto donne), cosa c’è che non vi è chiaro? Se le mie Gem hanno i collant a fiori, o tempestati di diamanti, paillette e farfalle, cosa non capite nel fatto che sono due FEMMINE? Qual è il motivo recondito per cui io, secondo voi, dovrei vestire due maschi come ballerine di danza classica? Per carità, niente in contrario a chi veste i maschi di rosa e le femmine di blu. Cosa che, per altro, ho fatto e continuo a fare anche io. Tuttavia, lasciatevelo dire, ok andare controcorrente, va benissimo fare gli alternativi, d’accordo sulla cancellazione di una visione del mondo fallologocentrica, ma CAVOLO, se oltre ai collant in testa hanno anche delle mollettine per capelli, allora no, non me lo spiego.

pNon bastassero tutti gli ammennicoli vari che tento con ogni mia forza di imporre loro (non per seguire il genere, ma perché mi piacciono), c’è pure il passeggino con le capottine rosa. ROSA, ok! Non blu, azzurro, mimetico, stile spiderman. ROSA. Quindi, a questo punto, ritorna la domanda fatta prima, care amiche donne: che cosa diavolo non vi è chiaro? Passino i quesiti più strani, dal “ma sono nate lo stesso giorno?” a “ma sono tutte e due sue?”, “maschio e femmina, vero?”, “sono siamesi?”. Mi rendo conto che i neuroni con l’età perdono colpi. Se poi il neurone è figlio unico, l’unica salvezza per lui è il suicidio. Passino le considerazioni non richieste non volute non apprezzate, dai consigli di moda ai suggerimenti sul taglio di capelli. Passino pure gli sguardi impietositi, i sorrisetti di circostanza, le battute monogenitoriali, ma anche la noncuranza no. Questa proprio non la posso sopportare.

Care amiche donne, quando mi vedete passare, guardate oltre. Non chiedete, non fermatemi, non lambiccatevi il cervello con domande inutili. Per voi e per me. Ché si vede benissimo il cervelletto che fuma. Così come si vede altrettanto bene lo sbuffo di vapore stile drago che esce dalle mie narici. Che vi frega se sono maschi, femmine, maschio e femmina, siamesi, monozigote, gialle, rosse o blu? Vi cambia la vita? No. E nemmeno a me. Anzi, a me la migliora. I gemelli non dovrebbero più fare notizia. Esistono. Punto. Nascono come tutti gli altri. Punto. Non camminano a testa in giù, né si arrampicano sui muri (se riesco ad evitarlo). Non sputano fiamme e non predicono il futuro.

Quindi, care amiche donne, ve lo chiedo per favore: “non ragionate di loro, ma guardate e passate“. E che Dante abbia pietà di me.

Vola, tempo. Vola.

Un anno fa, oggi. E’ stata l’ultima volta che ti ho visto. L’ultima volta che ti ho parlato. L’ultima volta che, piano piano, quasi sfiorandoti, ti ho dato un bacio. Con quel pudore e quella timidezza che hanno sempre contraddistinto gli slanci d’affetto e il mio amore immenso per te. Sì, ti volevo bene. Ti consideravo un padre. Quel padre che ho perso presto. Quando è stato il momento di scegliere i padrini e le madrine ti ho detto “vorrei qualcuno per loro che sia come te. Hai fatto un ottimo lavoro”. Rarissima cosa: hai sorriso compiaciuto e forse anche un po’ timidamente, e mi hai risposto solo “grazie”. Lo penso spesso. Ce ne sono poche persone come te. Ecco, forse una persona che ti somiglia e che nel futuro sarà come te è Edoardo. Con lui hai fatto un lavoro eccellente.

oo1Io, mamma e le ragazze siamo arrivate a Terrapini prima. Andrea, come sempre (poverino) era rimasto a casa a finire di caricare la macchina. Noi partivamo sempre prima, così da trascorrere con te più tempo possibile. Quante volte mi hai detto “portamele su prima, ‘ste bambine. Altrimenti non mi riconosceranno mai. Passo poco tempo con loro!”. Quando siamo arrivate, tu eri in casa, a cucinare. Ti muovevi a fatica, ansimando per lo sforzo, appoggiandoti ad ogni superficie a portata di mano. Appena siamo entrate in casa sei subito venuto verso di noi. Con quel sorriso meraviglioso che facevi sempre quando vedevi Ludovica e Veronica. Un sorriso che sembrava cancellare in un attimo tutta la fatica, il dolore, la paura, la stanchezza. Un sorriso che bruciava via la malattia.

Edoardo ha cominciato a suonare la Marcia Turca di Mozart. Veronica era in braccio a Gianna. Ballavano. Ludovica in braccio ad Edoardo seguiva le mani che correvano veloci sui tasti. Tu, seduto sulla tua sedia nera da lavoro, osservavi un po’ l’una un po’ l’altra. Io riprendevo la scena. Conservo quel video che se fosse uno degli ori più preziosi che si possa possedere nella vita. Ogni tanto lo guardo. E’ l’ultimo ricordo nitido visivo che ho. Poi ci sono tutti gli altri. So già che pian piano sbiadiranno. Che la memoria giocherà tiri mancini e il cervello tenderà a mescolare le carte. Ma quel video, quelle immagini, resteranno un modo per vederti. Ora che non mi è più possibile farlo fisicamente.

Le Gem avevano il raffreddore, tu avresti voluto prenderle in braccio e noi te lo abbiamo impedito. Avevamo paura che potessero contagiarti e compromettere la tua salute già precaria. Non sai quanto mi pento di non avertele lasciate baciare e coccolare. A posteriori, è sempre tutto molto più semplice.

A pranzo, come spesso ti accadeva, ti sei assopito sulla sedia. Ricordo ancora quel sentimento di amore e tenerezza che mi pervadeva sempre quando ti osservavo così, con il busto mezzo chino in avanti, gli occhi chiusi, il respiro lieve.

Il giorno dopo sarei partita per il Kenya. Dal giorno dopo non ti avrei visto mai più. Il pensiero, ancora oggi, mi spacca il cuore. L’ultimo ricordo che ho di te è il saluto fatto dal balcone alle bambine, mentre le caricavamo in macchina. E tu, nonostante la fatica di fare anche le cose più banali, che mai e poi mai ti saresti lasciato sfuggire quell’ultimo saluto.

“Dite ciao a Beppe, ragazze!”. “Ciao Beppe”.

Ciao, Beppe, ti voglio bene. Te ne vorrò sempre.

Ciao ciao ciuccio

Prima è stata un tragedia per farglielo tenere: lo sputacchiavano, piangevano, non lo volevano proprio. Poi la storia è cambiata: il ciuccio è diventato il loro primo, unico, vero amore. La sfida è ora, quindi, quella di riuscire a toglierlo. Le possibilità che questo avvenga senza traumi sono praticamente pari a zero. Sopravvivere alla rimozione forzata del ciuccio certamente è possibile, ma non senza alcuni momenti di totale, profondo scoramento. Soprattutto se a urlare non c’è solo un’ugola d’oro, ma due….

5.1Mai da sola

L’impresa la sto compiendo perché c’è qui mia mamma. Senza l’aiuto di qualcuno, infatti, credo che potrei lasciare che le Gem vadano avanti coll’amico gommoso fino ai 18 anni….

Non è questione di non credere nella mia forza genitoriale. E’ che i precedenti esperimenti (quasi arrivati al completo successo), sono stati vanificati dalla forza persuasiva che le due piccole iene hanno esercitato sull’anello debole della catena: il padre. Le ragazze sono furbe come faine. Sanno esattamente chi cede per primo, pur di non sentirne le urla.

Cosa dice il pediatra (e i suggerimenti del medico in famiglia)

Il ciuccio deve essere tolto il prima possibile, mai dopo i due anni d’età…

Ok, sono/siamo abbondantemente fuori. Le Gem compiranno tre anni il prossimo maggio. Anche se il ciuccio non lo usano più durante il giorno, al momento della nanna lo pretendono. Incubi come malformazione del palato, dentatura da cavallo, deformazione della bocca mi si palesano a flash ogni qual volta le vedo con i ciucci in bocca. Secondo la pediatra, dopo una certa età continuare ad usare il ciuccio causa deformazioni che non possono più essere sistemate. Alle tremende sciagure prospettate da lei, si aggiungono gli anatemi del cugino medico. Che ogni volta che le vede con l’amico di gomma in bocca scuote la testa, proferisce mezzi verbi biascicati e annuncia orrore e vergogna.

Quali sono i reali pericoli dell’uso del ciuccio dopo i due anni

Terrorizzata da quanto prospettato sopra, ho fatto delle ricerche su siti di divulgazione scientifica. In sintesi, mentre non ci sono problemi fisici se si usa il ciuccio fino ai due anni, le tragedie si moltiplicherebbero esponenzialmente se, per esempio, a quattro anni e oltre le bimbe lo usassero ancora. L’uso del succhiotto causa, prove mediche alla mano, retrusione mandibolare, morso aperto o morso incrociato. Problematiche che interessano la masticazione, la parlata e l’aspetto. E per le quali l’unica soluzione è quella di affidarsi a cure dentistiche, che non è detto che sistemino nel migliore dei modi la bocca.

Quando levarlo del tutto (e amen)

La decisione di toglierlo alle Gem (miracolo tra i miracoli) è stata presa d’impulso proprio da Andrea che, stremato dagli strilli e dalle litigate continue provocate dalla contesa dello stesso ciuccio bramato da entrambe, prima di fuggire dalla gabbia di matti ha sentenziato “Basta! Togliamoglielo!”. Plurale maiestatis rivolto a mia mamma che, ahimè per lei, in questi giorni è ospite fissa da noi. E che non aspettava altro che avere il via libera per occuparsene.

Se ci fosse mia zia Gianna, la storia si sarebbe chiusa già da tempo. Lei, ai miei cugini, l’ha tolto in un giorno. A niente sono valse le urla turche. A nulla gli sguardi assassini dei vicini in vacanza (evidentemente disturbati dagli ululati notturni protrattisi per almeno due notti consecutive). Il ciuccio andava tolto. E basta.

Se provi a documentarti su internet, i consigli che vanno per la maggiore sono quelli che mettono in piedi un programma di combattimento di tre giorni. Un approccio graduale che, probabilmente, funziona. Io l’ho provato ben prima di cercare sul web. Andava tutto alla grande finché non sono tornata al lavoro e la mia impalcatura faticosamente costruita è stata spazzata via da chi è rimasto a casa con le Gem (marito, soprattutto, ma anche mia mamma…). Mia suocera, invece, mi ripete sempre che “sono ancora piccole. Io a sei anni lo usavo ancora”…

Perciò, questa volta, altro che approccio graduale. Adesso abbiamo messo in atto la “strategia della bufera”. Ovvero, il ciuccio viene tolto. Punto e basta. Alla richiesta continua, la risposta è “papà li ha buttati via”. Frase che, da ieri, è diventata il loro mantra.

Questa notte è andata abbastanza bene. Forse perché io, ad un certo punto, sono fuggita sul divano per non rischiare di perdermi la sveglia dispersa chissà dove in salotto. Per mia mamma è andata in modo altrettanto soddisfacente. Per mio marito, riassumendo, è stata una “notte di merda”. Credo che nel dare questo giudizio abbia tenuto conto oltre che dei singhiozzi ritmici della Gem di turno, anche del mio poderoso russare. Credo.

Qualsiasi metodo si scelga, la tempesta dovrebbe durare dalle tre alle cinque notti.

Meno una, vediamo come andranno le altre.

 

L’ultimo viaggio

lasciare-passato-3Ci sono cose che non vorresti mai vedere, eppure non le puoi evitare. Per quanto tu cerchi di scamparle, correndo come in una corsa ad ostacoli, cadendo e rialzandoti, quando ti guardi indietro vedi che i tuoi peggiori timori e le tue paure sono lì, a pochi passi. E non puoi fare niente. Puoi solo fermarti, farti investire, andare come in apnea e, poco a poco, risalire sulla superficie.

Ho in mente questa scena. Una scena che non troverà mai un posto nell’oblio della memoria. Potrà finire nel cassetto dei ricordi latenti, forse, ma non scomparirà mai del tutto.

A maggior ragione adesso che sta per arrivare l’odiato giorno della ricorrenza. Il doloroso giorno dell’anniversario. Di un anniversario che non vorresti mai ricordare, eppure c’è. E’ lì. Sotto la sabbia, pronto a schizzare fuori come un serpente.

E la scena, oggi e nei prossimi giorni più che mai, mi si ripresenta continuamente. Ronza, si infila subdola tra una chiacchiera e un sogno.

Il ragazzo è elegante come sempre, compreso nel suo ruolo. Sa che ora tutto è sulle sue spalle. Ha lo sguardo fisso davanti a sé, saluta compito chi gli stringe la mano, abbozza un sorriso. E so, lo so!, che quel sorriso gli costa uno sforzo indicibile. So che l’unica cosa che vorrebbe sarebbe quella di trovarsi da solo, sulla sua macchina, a sfrecciare più veloce che può. Senza quasi badare ai limiti, alle curve, a chi gli scorre di fianco. Vorrebbe solo che la giornata finisse, più in fretta possibile. Ma non può essere così e quindi incassa le spalle, gravate da un fardello che non vorrebbe e non dovrebbe portare. Non ora, per lo meno. Alza le spalle con quel tic appena accennato che gli esce fuori quando è nervoso. Quando non è a suo agio. Dice “Andiamo?”.

E mentre lo dice, prende in mano una piccola cassa. La tiene con entrambe le mani. Come si terrebbe un bambino appena nato, con quel misto di delicatezza e di stupore, leggermente protesa in avanti. La tiene a distanza, la scatola. I suoi passi sulla ghiaia sono lievi e un filo strascicati, gli occhi fissi guardano nel vuoto, le mani strette sulla scatola. Così strette che, mentre le guardo, vedo quanto sono bianche le nocche. Sembra quasi che le mani stiano trasportando un peso indicibile. E so che non è così. Non è il peso dell’involucro, ma quello del futuro che la rende così greve.

La lontananza sai è come il vento
che fa dimenticare chi non s’ama
è già passato un anno ed è un incendio
che mi brucia l’anima
io che credevo di essere il più forte
mi sono illuso di dimenticare
e invece sono qui a ricordare
a ricordare te.

 

 

Ecco perché Trump non è stupido come sembra (quando attacca i giornalisti)

C’è stato, la scorsa settimana, un intervento molto interessante tenuto da Bret Stephens, giornalista del The Wall Street Journal, all’Università della California, a Los Angeles.

Tema dell’incontro l’integrità intellettuale al tempo di Trump. Il giornalista ha cominciato affermando che alla base imprescindibile del lavoro presso il quotidiano (come in tutte le testate) sta la verità. Sempre e comunque. E quando si legge un articolo pubblicato sul The Wall Street Journal si può essere sicuri che, prima della pubblicazione, tutte le dovute verifiche del caso sono state fatte accuratamente. L’idea centrale e fondamentale del giornalismo, in qualsiasi paese lo si eserciti, è quella che impugna la spada della verità: i fatti sono fatti. Punto. La verità deve sempre e comunque essere scissa dai temi falsi e dalle falsità in generale.

trumphayesFatta questa premessa, nel momento in cui il 45° Presidente degli Stati Uniti, Mr. Trump, afferma che i media sono “disgustosi e corrotti”, viene da chiedersi se non si sia dato al suo drink serale ben prima dell’orario consentito. (Per un’idea di cosa ha esattamente vomitato Mr. Trump, si legga l’articolo pubblicato sul Time online, a questo link).

Molto spesso, Mr. Trump, il Presidente (!), taccia i reporter e i media in generale di veicolare notizie false. Il suo entourage definisce la stampa come “il partito d’opposizione”, ridicolizza le notizie, contatta le redazioni per far licenziare i giornalisti scomodi. Lo sapevate che Mr. Trump vuole rivedere la legge sulla diffamazione, in modo da poter più facilmente intentare causa contro i media? Tutto ciò, suppongo, non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti d’America. Non ce l’ha. Non in quella recente per lo meno.

Per farla breve, Mr. Trump sta cercando di destituire i così detti media tradizionali, a favore di quelli che piacciono a lui: sostituire, quindi, le notizie con la propaganda, le informazioni con una “verità” altra.

A me, e certamente anche a voi, questa cosa fa paura. E molta. Soprattutto se viene da un paese democratico come l’America. Impeachment save America!

Di recente, Mr. Trump ha avuto un’interessante discussione con un giornalista che gli ha chiesto: “Cosa c’è di vero nelle critiche mosse nei suoi confronti a proposito di affermazioni che lei ha fatto, ma che non può provare come, ad esempio, che ci sono tre milioni di alieni illegali che hanno votato alle recenti presidenziali?”.

Risposta: “Molte persone hanno dichiarato che ho ragione”. Scusate, ma ci sono anche “molte persone” che dicono che Jim Morrison vive felice su un’isola caraibica e che non è mai morto. “Molte persone” affermano che Moana Pozzi fa la bella vita chissà dove e chissà con chi. Ma non ne abbiamo le prove. Perciò non possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che sia la verità.

I fatti, caro Mr. Trump, devono basarsi su argomentazioni serie e comprovate. Controllate e ricontrollate.

Tuttavia, mi sento di dire che Mr. Trump non è, molto semplicemente, un cretino. Il Presidente contro-replica alla richiesta di FATTI non negando i fatti, ma negando la RICHIESTA.

Il mondo di Mr. Trump ruota intorno alla sostituzione di termini quali “verità” e “menzogna” con “giustizia” e “ingiustizia”.

“America first”, certo, ma chissà a quale prezzo.