Riapre Borgo Santo Pietro, esclusivo boutique hotel toscano

Segnatevi la data: 4 maggio. Il prezioso boutique hotel a cinque stelle Borgo Santo Pietro riapre per la stagione turistica con una tenuta ancora più grande, ecologicamente certificata. Dai 100 ettari dello scorso anno, ora gli ospiti potranno godere di uno spazio raddoppiato. I lavori di ampliamento comprendono una fattoria con 300 pecore e artigiani che producono formaggi tipici sul posto e vanno a rafforzare ulteriormente la filosofia del ristorante Meo Modo, 1 stella Michelin, “dalla fattoria al piatto”. Lo chef, infatti, propone opere d’arte culinaria a KM zero, collaborando direttamente con i contadini della fattoria. Oltre a ciò, Borgo Santo Pietro riapre i battenti con un nuovo, rinnovato Treehouse Bar e Trattoria che serve piatti della tradizione toscana usando gli stessi ingredienti proposti presso il ristorante stellato, oltre che basi imprescindibili della famosa e apprezzata scuola di cucina della tenuta.

giardin_de_fiori_003_1.jpg__530x380_q85_crop-True_upscale-TrueIl Borgo, che nel Medioevo era un luogo di cura per i pellegrini, continua oggi la sua missione di eremo di pace, garantendo agli ospiti un soggiorno rilassante e lontano dalla frenesia quotidiana, vero e proprio tempio di benessere, soprattutto interiore. Con 13 acri di giardino, percorsi tra la foresta e lungo il fiume Merse, i visitatori avranno l’opportunità unica di immergersi letteralmente nella natura. Per gli amanti del relax, inoltre, la spa del Borgo propone trattamenti olistici a base di erbe fresche appena colte, utilizzate internamente per produrre creme e oli. Uno dei massaggi più famosi del Relais è il “Premio della Natura” che consiste in scrub completo fatto con sale marino, rosmarino e basilico, massaggio completo con olio di Argan, prodotto internamente alla tenuta e, per finire, massaggio al viso e maschera a base di miele e lavanda. 120 minuti di relax, al costo di 270 €. A corollario dell’offerta esclusiva del Borgo, gli ospiti avranno anche l’opportunità di partecipare attivamente alla vita quotidiana del posto, visitando la fattoria e partecipando a tour a tema natura.

Sito nel cuore della Toscana, il Relais Borgo Santo Pietro mixa alla perfezioni i concetti di lussuoso boutique hotel a cinque stelle alla filosofia “dalla fattoria al piatto”; con 16 camere e suite arredate in stili diversi, il Relais è un’oasi di pace ed esclusività, immerso in un panorama che riporta indietro nel tempo, al XIII° secolo.

Unica nota dolente, il prezzo. La junior suite costa, a notte in occupazione doppia, a partire da 750 €. Un lusso non per tutti.

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Siamo GEM (femmine)

Amiche donne (soprattutto donne), cosa c’è che non vi è chiaro? Se le mie Gem hanno i collant a fiori, o tempestati di diamanti, paillette e farfalle, cosa non capite nel fatto che sono due FEMMINE? Qual è il motivo recondito per cui io, secondo voi, dovrei vestire due maschi come ballerine di danza classica? Per carità, niente in contrario a chi veste i maschi di rosa e le femmine di blu. Cosa che, per altro, ho fatto e continuo a fare anche io. Tuttavia, lasciatevelo dire, ok andare controcorrente, va benissimo fare gli alternativi, d’accordo sulla cancellazione di una visione del mondo fallologocentrica, ma CAVOLO, se oltre ai collant in testa hanno anche delle mollettine per capelli, allora no, non me lo spiego.

pNon bastassero tutti gli ammennicoli vari che tento con ogni mia forza di imporre loro (non per seguire il genere, ma perché mi piacciono), c’è pure il passeggino con le capottine rosa. ROSA, ok! Non blu, azzurro, mimetico, stile spiderman. ROSA. Quindi, a questo punto, ritorna la domanda fatta prima, care amiche donne: che cosa diavolo non vi è chiaro? Passino i quesiti più strani, dal “ma sono nate lo stesso giorno?” a “ma sono tutte e due sue?”, “maschio e femmina, vero?”, “sono siamesi?”. Mi rendo conto che i neuroni con l’età perdono colpi. Se poi il neurone è figlio unico, l’unica salvezza per lui è il suicidio. Passino le considerazioni non richieste non volute non apprezzate, dai consigli di moda ai suggerimenti sul taglio di capelli. Passino pure gli sguardi impietositi, i sorrisetti di circostanza, le battute monogenitoriali, ma anche la noncuranza no. Questa proprio non la posso sopportare.

Care amiche donne, quando mi vedete passare, guardate oltre. Non chiedete, non fermatemi, non lambiccatevi il cervello con domande inutili. Per voi e per me. Ché si vede benissimo il cervelletto che fuma. Così come si vede altrettanto bene lo sbuffo di vapore stile drago che esce dalle mie narici. Che vi frega se sono maschi, femmine, maschio e femmina, siamesi, monozigote, gialle, rosse o blu? Vi cambia la vita? No. E nemmeno a me. Anzi, a me la migliora. I gemelli non dovrebbero più fare notizia. Esistono. Punto. Nascono come tutti gli altri. Punto. Non camminano a testa in giù, né si arrampicano sui muri (se riesco ad evitarlo). Non sputano fiamme e non predicono il futuro.

Quindi, care amiche donne, ve lo chiedo per favore: “non ragionate di loro, ma guardate e passate“. E che Dante abbia pietà di me.

Vola, tempo. Vola.

Un anno fa, oggi. E’ stata l’ultima volta che ti ho visto. L’ultima volta che ti ho parlato. L’ultima volta che, piano piano, quasi sfiorandoti, ti ho dato un bacio. Con quel pudore e quella timidezza che hanno sempre contraddistinto gli slanci d’affetto e il mio amore immenso per te. Sì, ti volevo bene. Ti consideravo un padre. Quel padre che ho perso presto. Quando è stato il momento di scegliere i padrini e le madrine ti ho detto “vorrei qualcuno per loro che sia come te. Hai fatto un ottimo lavoro”. Rarissima cosa: hai sorriso compiaciuto e forse anche un po’ timidamente, e mi hai risposto solo “grazie”. Lo penso spesso. Ce ne sono poche persone come te. Ecco, forse una persona che ti somiglia e che nel futuro sarà come te è Edoardo. Con lui hai fatto un lavoro eccellente.

oo1Io, mamma e le ragazze siamo arrivate a Terrapini prima. Andrea, come sempre (poverino) era rimasto a casa a finire di caricare la macchina. Noi partivamo sempre prima, così da trascorrere con te più tempo possibile. Quante volte mi hai detto “portamele su prima, ‘ste bambine. Altrimenti non mi riconosceranno mai. Passo poco tempo con loro!”. Quando siamo arrivate, tu eri in casa, a cucinare. Ti muovevi a fatica, ansimando per lo sforzo, appoggiandoti ad ogni superficie a portata di mano. Appena siamo entrate in casa sei subito venuto verso di noi. Con quel sorriso meraviglioso che facevi sempre quando vedevi Ludovica e Veronica. Un sorriso che sembrava cancellare in un attimo tutta la fatica, il dolore, la paura, la stanchezza. Un sorriso che bruciava via la malattia.

Edoardo ha cominciato a suonare la Marcia Turca di Mozart. Veronica era in braccio a Gianna. Ballavano. Ludovica in braccio ad Edoardo seguiva le mani che correvano veloci sui tasti. Tu, seduto sulla tua sedia nera da lavoro, osservavi un po’ l’una un po’ l’altra. Io riprendevo la scena. Conservo quel video che se fosse uno degli ori più preziosi che si possa possedere nella vita. Ogni tanto lo guardo. E’ l’ultimo ricordo nitido visivo che ho. Poi ci sono tutti gli altri. So già che pian piano sbiadiranno. Che la memoria giocherà tiri mancini e il cervello tenderà a mescolare le carte. Ma quel video, quelle immagini, resteranno un modo per vederti. Ora che non mi è più possibile farlo fisicamente.

Le Gem avevano il raffreddore, tu avresti voluto prenderle in braccio e noi te lo abbiamo impedito. Avevamo paura che potessero contagiarti e compromettere la tua salute già precaria. Non sai quanto mi pento di non avertele lasciate baciare e coccolare. A posteriori, è sempre tutto molto più semplice.

A pranzo, come spesso ti accadeva, ti sei assopito sulla sedia. Ricordo ancora quel sentimento di amore e tenerezza che mi pervadeva sempre quando ti osservavo così, con il busto mezzo chino in avanti, gli occhi chiusi, il respiro lieve.

Il giorno dopo sarei partita per il Kenya. Dal giorno dopo non ti avrei visto mai più. Il pensiero, ancora oggi, mi spacca il cuore. L’ultimo ricordo che ho di te è il saluto fatto dal balcone alle bambine, mentre le caricavamo in macchina. E tu, nonostante la fatica di fare anche le cose più banali, che mai e poi mai ti saresti lasciato sfuggire quell’ultimo saluto.

“Dite ciao a Beppe, ragazze!”. “Ciao Beppe”.

Ciao, Beppe, ti voglio bene. Te ne vorrò sempre.

Ciao ciao ciuccio

Prima è stata un tragedia per farglielo tenere: lo sputacchiavano, piangevano, non lo volevano proprio. Poi la storia è cambiata: il ciuccio è diventato il loro primo, unico, vero amore. La sfida è ora, quindi, quella di riuscire a toglierlo. Le possibilità che questo avvenga senza traumi sono praticamente pari a zero. Sopravvivere alla rimozione forzata del ciuccio certamente è possibile, ma non senza alcuni momenti di totale, profondo scoramento. Soprattutto se a urlare non c’è solo un’ugola d’oro, ma due….

5.1Mai da sola

L’impresa la sto compiendo perché c’è qui mia mamma. Senza l’aiuto di qualcuno, infatti, credo che potrei lasciare che le Gem vadano avanti coll’amico gommoso fino ai 18 anni….

Non è questione di non credere nella mia forza genitoriale. E’ che i precedenti esperimenti (quasi arrivati al completo successo), sono stati vanificati dalla forza persuasiva che le due piccole iene hanno esercitato sull’anello debole della catena: il padre. Le ragazze sono furbe come faine. Sanno esattamente chi cede per primo, pur di non sentirne le urla.

Cosa dice il pediatra (e i suggerimenti del medico in famiglia)

Il ciuccio deve essere tolto il prima possibile, mai dopo i due anni d’età…

Ok, sono/siamo abbondantemente fuori. Le Gem compiranno tre anni il prossimo maggio. Anche se il ciuccio non lo usano più durante il giorno, al momento della nanna lo pretendono. Incubi come malformazione del palato, dentatura da cavallo, deformazione della bocca mi si palesano a flash ogni qual volta le vedo con i ciucci in bocca. Secondo la pediatra, dopo una certa età continuare ad usare il ciuccio causa deformazioni che non possono più essere sistemate. Alle tremende sciagure prospettate da lei, si aggiungono gli anatemi del cugino medico. Che ogni volta che le vede con l’amico di gomma in bocca scuote la testa, proferisce mezzi verbi biascicati e annuncia orrore e vergogna.

Quali sono i reali pericoli dell’uso del ciuccio dopo i due anni

Terrorizzata da quanto prospettato sopra, ho fatto delle ricerche su siti di divulgazione scientifica. In sintesi, mentre non ci sono problemi fisici se si usa il ciuccio fino ai due anni, le tragedie si moltiplicherebbero esponenzialmente se, per esempio, a quattro anni e oltre le bimbe lo usassero ancora. L’uso del succhiotto causa, prove mediche alla mano, retrusione mandibolare, morso aperto o morso incrociato. Problematiche che interessano la masticazione, la parlata e l’aspetto. E per le quali l’unica soluzione è quella di affidarsi a cure dentistiche, che non è detto che sistemino nel migliore dei modi la bocca.

Quando levarlo del tutto (e amen)

La decisione di toglierlo alle Gem (miracolo tra i miracoli) è stata presa d’impulso proprio da Andrea che, stremato dagli strilli e dalle litigate continue provocate dalla contesa dello stesso ciuccio bramato da entrambe, prima di fuggire dalla gabbia di matti ha sentenziato “Basta! Togliamoglielo!”. Plurale maiestatis rivolto a mia mamma che, ahimè per lei, in questi giorni è ospite fissa da noi. E che non aspettava altro che avere il via libera per occuparsene.

Se ci fosse mia zia Gianna, la storia si sarebbe chiusa già da tempo. Lei, ai miei cugini, l’ha tolto in un giorno. A niente sono valse le urla turche. A nulla gli sguardi assassini dei vicini in vacanza (evidentemente disturbati dagli ululati notturni protrattisi per almeno due notti consecutive). Il ciuccio andava tolto. E basta.

Se provi a documentarti su internet, i consigli che vanno per la maggiore sono quelli che mettono in piedi un programma di combattimento di tre giorni. Un approccio graduale che, probabilmente, funziona. Io l’ho provato ben prima di cercare sul web. Andava tutto alla grande finché non sono tornata al lavoro e la mia impalcatura faticosamente costruita è stata spazzata via da chi è rimasto a casa con le Gem (marito, soprattutto, ma anche mia mamma…). Mia suocera, invece, mi ripete sempre che “sono ancora piccole. Io a sei anni lo usavo ancora”…

Perciò, questa volta, altro che approccio graduale. Adesso abbiamo messo in atto la “strategia della bufera”. Ovvero, il ciuccio viene tolto. Punto e basta. Alla richiesta continua, la risposta è “papà li ha buttati via”. Frase che, da ieri, è diventata il loro mantra.

Questa notte è andata abbastanza bene. Forse perché io, ad un certo punto, sono fuggita sul divano per non rischiare di perdermi la sveglia dispersa chissà dove in salotto. Per mia mamma è andata in modo altrettanto soddisfacente. Per mio marito, riassumendo, è stata una “notte di merda”. Credo che nel dare questo giudizio abbia tenuto conto oltre che dei singhiozzi ritmici della Gem di turno, anche del mio poderoso russare. Credo.

Qualsiasi metodo si scelga, la tempesta dovrebbe durare dalle tre alle cinque notti.

Meno una, vediamo come andranno le altre.

 

L’ultimo viaggio

lasciare-passato-3Ci sono cose che non vorresti mai vedere, eppure non le puoi evitare. Per quanto tu cerchi di scamparle, correndo come in una corsa ad ostacoli, cadendo e rialzandoti, quando ti guardi indietro vedi che i tuoi peggiori timori e le tue paure sono lì, a pochi passi. E non puoi fare niente. Puoi solo fermarti, farti investire, andare come in apnea e, poco a poco, risalire sulla superficie.

Ho in mente questa scena. Una scena che non troverà mai un posto nell’oblio della memoria. Potrà finire nel cassetto dei ricordi latenti, forse, ma non scomparirà mai del tutto.

A maggior ragione adesso che sta per arrivare l’odiato giorno della ricorrenza. Il doloroso giorno dell’anniversario. Di un anniversario che non vorresti mai ricordare, eppure c’è. E’ lì. Sotto la sabbia, pronto a schizzare fuori come un serpente.

E la scena, oggi e nei prossimi giorni più che mai, mi si ripresenta continuamente. Ronza, si infila subdola tra una chiacchiera e un sogno.

Il ragazzo è elegante come sempre, compreso nel suo ruolo. Sa che ora tutto è sulle sue spalle. Ha lo sguardo fisso davanti a sé, saluta compito chi gli stringe la mano, abbozza un sorriso. E so, lo so!, che quel sorriso gli costa uno sforzo indicibile. So che l’unica cosa che vorrebbe sarebbe quella di trovarsi da solo, sulla sua macchina, a sfrecciare più veloce che può. Senza quasi badare ai limiti, alle curve, a chi gli scorre di fianco. Vorrebbe solo che la giornata finisse, più in fretta possibile. Ma non può essere così e quindi incassa le spalle, gravate da un fardello che non vorrebbe e non dovrebbe portare. Non ora, per lo meno. Alza le spalle con quel tic appena accennato che gli esce fuori quando è nervoso. Quando non è a suo agio. Dice “Andiamo?”.

E mentre lo dice, prende in mano una piccola cassa. La tiene con entrambe le mani. Come si terrebbe un bambino appena nato, con quel misto di delicatezza e di stupore, leggermente protesa in avanti. La tiene a distanza, la scatola. I suoi passi sulla ghiaia sono lievi e un filo strascicati, gli occhi fissi guardano nel vuoto, le mani strette sulla scatola. Così strette che, mentre le guardo, vedo quanto sono bianche le nocche. Sembra quasi che le mani stiano trasportando un peso indicibile. E so che non è così. Non è il peso dell’involucro, ma quello del futuro che la rende così greve.

La lontananza sai è come il vento
che fa dimenticare chi non s’ama
è già passato un anno ed è un incendio
che mi brucia l’anima
io che credevo di essere il più forte
mi sono illuso di dimenticare
e invece sono qui a ricordare
a ricordare te.

 

 

L’Italia sulla vetta del mondo

A livello di ospitalità, ovviamente. Ben 16 hotel italiani sono stati inseriti nella classifica dei migliori indirizzi ricettivi del globo e occupano le prime posizioni. Italia batte Inghilterra e America 16 a 0 (o quasi).

La classifica è stata stilata da Elite Traveler, pubblicazione newyorchese che viene distribuita sui jet privati e nei terminal dei summenzionati. Questa rivista si occupa di lusso e lifestyle e, per le sue indagini, coinvolge consumatori con un potere di spesa alto-altissimo. Roba da ricchi. Roba che noi, comuni mortali, ci permettiamo forse una volta nella vita, durante la luna di miele.

img-93-maxLa classifica di quest’anno ha posto l’accento sugli hotel più desiderati, bramati e amati al mondo. L’Elite Traveler Top 100 hotel, appunto. Una guida al lusso e all’esclusività che fornisce ai Paperoni mondiali consigli e dettagli su dove soggiornare e sui posti da non perdere.

Finalmente l’Italia primeggia per qualcosa di positivo, anche se dipende dai punti di vista. Sulla vetta del mondo troviamo Positano. E le successive 15 posizioni sono tutte occupate da hotel italiani. Un risultato mai raggiunto da alcun’altra destinazione, città o contea. Con buona pace di francesi e inglesi che si sentono sempre migliori di tutti. Viva il Made in Italy, dunque.

Tra le città principali inserite al vertice troviamo Venezia, Positano, Firenze, Capri, Ravello, Roma e Milano. Per le regioni, viene menzionata la Sardegna. Per quanto riguarda le capitali mondiali, New York, Londra e Parigi provano a tenere testa al Bel Paese.

Scopriamo insieme quali sono gli indirizzi al top, per portafogli altrettanto elitari.

  1. Capri Palace Hotel & Spa, Capri
  2. J.K. Place Capri, Capri
  3. Villa d’Este, Cernobbio
  4. Belmond Villa San Michele, Firenze
  5. Four Seasons Hotel Firenze
  6. Park Hyatt Milano
  7. Belmond Hotel Splendido, Portofino
  8. Il San Pietro di Positano, Positano
  9. Le Sirenuse, Positano
  10. Belmond Hotel Caruso, Ravello
  11. Palazzo Avino, Ravello
  12. Hotel de Russie, Roma
  13. Hotel Cala di Volpe, Luxury Collection Hotel
  14. Aman Venezia, Venezia
  15. Belmond Hotel Cipriani, Venezia
  16. Palazzo Gritti, a Luxury Collection Hotel, Venezia

Perché sono così unici? Il San Pietro di Positano 5* lusso (Relais & Chateaux), per esempio, è l’unico hotel della città ad avere accesso diretto alla spiaggia privata. Una location magica circondata da acque cristalline e sulla cui spiaggia troviamo un ristorante e un bar. Ma non solo. Gli ospiti possono anche prenotare Joey per l’intera giornata. Non è un maggiordomo, né una baby-sitter, ma uno yacht privato che permette di godere nel modo più esclusivo ed elitario possibile della bellezza della costiera amalfitana senza mischiarsi troppo alla plebe. Alla maggior parte di noi, insomma. 496 € in bassa stagione, a notte (IVA esclusa, ma colazione compresa…)

Il Belmond Hotel Cipriani, per contro, dispone di una piscina olimpionica, l’unica di questo genere a Venezia, mentre gli ospiti di Palazzo Gritti hanno la possibilità, se lo desiderano, di seguire i corsi di cucina veneziana presso la Scuola Epicurea. La camera classica, qui, costa a partire da 600 € a notte, in bassa stagione.

Prezzi alti, sì, ma non completamente inavvicinabili.

Per il resto del mondo, invece, spiccano New York con i suoi Four Seasons Hotel, Mandarin Oriental, The Greenwich Hotel, The Peninsula, The St. Regis New York, il Carlyle, A Rosewood Hotel e il Baccarat Hotel & Residence.

Bene, non ci resta che tenere d’occhio i siti per approfittare delle super offerte scontate che, prima o poi, quasi tutti gli hotel fanno.

Ecco perché Trump non è stupido come sembra (quando attacca i giornalisti)

C’è stato, la scorsa settimana, un intervento molto interessante tenuto da Bret Stephens, giornalista del The Wall Street Journal, all’Università della California, a Los Angeles.

Tema dell’incontro l’integrità intellettuale al tempo di Trump. Il giornalista ha cominciato affermando che alla base imprescindibile del lavoro presso il quotidiano (come in tutte le testate) sta la verità. Sempre e comunque. E quando si legge un articolo pubblicato sul The Wall Street Journal si può essere sicuri che, prima della pubblicazione, tutte le dovute verifiche del caso sono state fatte accuratamente. L’idea centrale e fondamentale del giornalismo, in qualsiasi paese lo si eserciti, è quella che impugna la spada della verità: i fatti sono fatti. Punto. La verità deve sempre e comunque essere scissa dai temi falsi e dalle falsità in generale.

trumphayesFatta questa premessa, nel momento in cui il 45° Presidente degli Stati Uniti, Mr. Trump, afferma che i media sono “disgustosi e corrotti”, viene da chiedersi se non si sia dato al suo drink serale ben prima dell’orario consentito. (Per un’idea di cosa ha esattamente vomitato Mr. Trump, si legga l’articolo pubblicato sul Time online, a questo link).

Molto spesso, Mr. Trump, il Presidente (!), taccia i reporter e i media in generale di veicolare notizie false. Il suo entourage definisce la stampa come “il partito d’opposizione”, ridicolizza le notizie, contatta le redazioni per far licenziare i giornalisti scomodi. Lo sapevate che Mr. Trump vuole rivedere la legge sulla diffamazione, in modo da poter più facilmente intentare causa contro i media? Tutto ciò, suppongo, non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti d’America. Non ce l’ha. Non in quella recente per lo meno.

Per farla breve, Mr. Trump sta cercando di destituire i così detti media tradizionali, a favore di quelli che piacciono a lui: sostituire, quindi, le notizie con la propaganda, le informazioni con una “verità” altra.

A me, e certamente anche a voi, questa cosa fa paura. E molta. Soprattutto se viene da un paese democratico come l’America. Impeachment save America!

Di recente, Mr. Trump ha avuto un’interessante discussione con un giornalista che gli ha chiesto: “Cosa c’è di vero nelle critiche mosse nei suoi confronti a proposito di affermazioni che lei ha fatto, ma che non può provare come, ad esempio, che ci sono tre milioni di alieni illegali che hanno votato alle recenti presidenziali?”.

Risposta: “Molte persone hanno dichiarato che ho ragione”. Scusate, ma ci sono anche “molte persone” che dicono che Jim Morrison vive felice su un’isola caraibica e che non è mai morto. “Molte persone” affermano che Moana Pozzi fa la bella vita chissà dove e chissà con chi. Ma non ne abbiamo le prove. Perciò non possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che sia la verità.

I fatti, caro Mr. Trump, devono basarsi su argomentazioni serie e comprovate. Controllate e ricontrollate.

Tuttavia, mi sento di dire che Mr. Trump non è, molto semplicemente, un cretino. Il Presidente contro-replica alla richiesta di FATTI non negando i fatti, ma negando la RICHIESTA.

Il mondo di Mr. Trump ruota intorno alla sostituzione di termini quali “verità” e “menzogna” con “giustizia” e “ingiustizia”.

“America first”, certo, ma chissà a quale prezzo.

Perché il piemontese si distingue. E non è facile capirlo.

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Tradotto: vuoi che te la racconti?

Ho avuto la fortuna di trascorrere moltissimo tempo con i miei nonni. Le mie nonne parlavano indifferentemente italiano e piemontese (quella paterna, ogni tanto, commetteva qualche scivolone, ma poco importa). Il mio nonno paterno, invece, parlava piemontese alla grande, mentre l’italiano era un po’ una sorta di lingua diplomatica, da usare solo in determinate occasioni. Non che non lo parlasse, per carità, ma preferiva il dialetto. Io, ahimè, nonostante lo capisca benissimo, non l’ho mai parlato.

Ci sono alcune espressioni piemontesi che, per chi non conosce il dialetto, suonano strane e bizzarre, soprattutto se vengono italianizzate. Eccone qui alcune che adoro e che ben rappresentano il concetto.

  • per i piemontesi i bambini non si partoriscono, si comprano
  • lavi i pavimenti? Non usi la candeggina, ma la conegrina
  • L’insalata si mangia nel “grilletto”
  • Se vuoi mandare a quel paese qualcuno, con eleganza, gli dici di “andare a comprarsi un casù (mestolo)”
  • i piloni degli edifici si chiamano piglie
  • lo chignon è il puciu
  • la quercia ha un doppio significato: può essere una pianta o il coperchio di una pentola
  • se vuoi poco di qualcosa, non dici un pezzettino, ma una scheggia
  • le streghe non si chiamano streghe, ma masche
  • un bambino o una bambina in carne non sono cicciottelli, ma teffi (da leggersi senza pronunciare la e)
  • una persona sciocca è un gadan o un balengu
  • gli ebeti sono beté
  • in ufficio ci si porta il barachin
  • i soprammobili, soprattutto se se ne hanno tanti, si chiamano ciapa-puer (letteralmente, acchiappa-polvere)
  • quando studi, a qualsiasi livello tu sia, i nonni ti chiedono sempre se hai fatto “i compiti e le lezioni”
  • una persona rozza si definisce patelavache (tradotto, uno che picchia le mucche)
  • la cacca si chiama büsa
  • chi se la tira viene definito blagheur, ma vuole anche dire mettersi in mostra
  • le tagliatelle si chiamano tajar (e per favore, leggete la j come se fosse una i)
  • quando guardi la televisione dici che ne “guardi un pezzo”
  • le storie non si raccontano, si contano

Ovviamente, ce ne sono molte altre, ma per il momento mi fermo qui. Metabolizzate! 🙂

Tienimi per mano, andremo lontano

Guardo le vecchie foto e non mi sembra possibile che tu sia cambiata così tanto. Anche io sono diversa, con qualche ruga in più. Siamo invecchiate entrambe, insieme. O quasi. Sì, perché sono anni ormai che non abitiamo più nella stessa casa. Sono decenni che le nostre strade si incontrano a ritmi cadenzati. La tua voce è la prima della famiglia che sento ogni mattina.

io-e-mammaGuardo le tue mani che, con gli anni, sono diventate più nodose. Raccontano di una vita scritta, riscritta, rivista e corretta. Ogni solco, ogni ruga, ogni segno parla di te e del tuo passato. Guardo le tue mani e penso a come mi hanno sempre sostenuta. Quando da piccola cadevo e mi facevi rialzare. Quando ho intrapreso percorsi nuovi e le tue mani si appoggiavano alla mia schiena e, con una piccola spinta, mi incitavano ad andare avanti. Verso il mio futuro. Qualsiasi esso fosse.

Guardo le tue mani stanche che accarezzano le testoline delle Gem e penso a quante carezze distribuisci loro. E le confronto con quelle che hai dato a me. Non ne ricordo molte. Di certo ci sono state. Più che carezze, con le tue mani a me hai dispensato abbracci. Pochi anche quelli, ma nei momenti importanti.

Guardo i tuoi occhi solcati da una rete di rughette. Non tante, ma ci sono. Quegli occhi capaci di incenerire con un semplice sguardo modulato, capaci di esprimere mille emozioni. Quegli occhi che, troppo spesso, hanno pianto. E vorrei poter riavvolgere il nastro e prendere tutte le lacrime per me. Lasciare i tuoi occhi asciutti e versare io l’obolo al posto tuo.

Guardo il tuo sorriso, che è sempre più stanco. E, se corro indietro nel tempo, chissà perché ricordo poche risate a bocca aperta. Di quelle belle sguaiate, che ti fanno male alla pancia e lacrimare gli occhi. Per una buona causa, per una volta.

Sento la tua voce che si colora di arcobaleno quando vedi le Gem. La gioia che aleggia lieve nell’aria. Chissà se in loro vedi un po’ di me. Chissà se le ragazze fanno, per un momento, il miracolo di riportarti indietro di 30 anni e più. Chissà se, per un istante, le mani si raddrizzano, gli occhi si distendono.

Guardo e ricordo le tue mani, mamma, e penso che vorrei fermare il tempo. Ma so che è una sciocchezza impossibile. Allora sai cosa ti dico, mamma? Prendimi per mano, andremo ancora lontano. Insieme.

Evoluzione del noi: ieri, oggi, domani

Un tempo si gioiva insieme dei successi. E insieme ci si rammaricava degli insuccessi. Senza mai perdere di vista le sfide future, le possibilità di nuove avventure, gli ostacoli che questa porca vita avrebbe inevitabilmente messo di traverso. Le confidenze scambiate erano tante, spesso univoche. Io parlavo, tu ascoltavi. Non era un rapporto paritario. Non c’era un interscambio di racconti. Me ne sono accorta dopo, quando ho capito (forse troppo tardi), che l’amicizia a senso unico non è una vera amicizia. Che poi, a ben guardare, qual è il senso più alto di un legame amicale? Condividere.

Twin sisters sharing secretsSe penso al concetto di Amica, mi viene in mente una sorta di riflesso di me stessa. Uno specchio in cui, guardandomi, non vedo un’altra Annalisa, ma una proiezione delle mie gioie, delle mie paure, delle mie manie. Cose di cui ridere, piangere, spaventarsi e gioire. Tutto da fare rigorosamente insieme. La tua infelicità è la mia. La mia gioia è la tua. E’ un interscambio cosmico di particelle che si incontrano, si piacciono, si attraggono e non si dividono più. Almeno nelle aspettative più alte.

Ma siccome la vita è bella perché ci mette di fronte a continui cambiamenti, non sempre le cose rimangono come si vorrebbe. Succede che arrivi un’altra persona, o più persone. Ci si infatua di queste nuove entrate. Si ama il cambiamento che mette fine ad una routine che, per te almeno, è diventata così noiosa che pare un matrimonio centenario, durato anche troppo. E allora che si fa? La parte più vecchia la si dismette, lasciandola progressivamente sempre più in un angolo. Buttandosi a capofitto nel nuovo, nell’altro, nel differente. Perché si ha voglia di novità!

E’ normale che ciò succeda. Accade a tutti. A me no. E infatti, nonostante mi sia accorta oramai da tempo che preferisci di gran lunga persone che adulano, dicono sempre sì, hanno (ma guarda!) le tue stesse idee, io non mi adatto. Io non cerco di riprendere il posto che era mio, un tempo. Lascio che le cose scorrano e che vadano come devono andare. E pazienza se il ruolo in panchina mi piace poco (anzi, per niente). Mi adatto, guardo avanti e cambio percorso.

Peccato, però. Io non tradisco mai. Chissà se altrettanto si potrà dire delle novità? Poco importa, questo è il percorso che hai scelto. Ti auguro tutto il meglio possibile. Al peggio ci hai già pensato tu.